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  • Un pezzo di storia della musica guida le nuove generazioni su GRP: Miki Del Prete e il format “Talent”

    Un’occasione rara per ascoltare storie di musica vissuta, ma anche per farsi ascoltare: da sabato 8 giugno, Miki Del Prete – autore di alcuni dei brani più iconici della musica italiana – sarà ospite fisso di Music “Talent”, il programma condotto da Donato Riva ogni sabato sera dalle 20:30 su Radio GRP.

    Dopo una carriera leggendaria come autore Tv, produttore discografico, paroliere e manager al fianco del Molleggiato – e non solo -, Del Prete torna a parlare di musica come ha sempre fatto: con passione, ironia e occhio critico. Ogni settimana commenterà i brani in gara con Efrem Sagrada e Marco Sacco, condividendo aneddoti e offrendo consigli preziosi ai giovani artisti in ascolto.

    Nato da un’idea di Efrem Sagrada e Marco Sacco Markino Dj, in collaborazione con Superstar Records, Seven-Holding London e Radio GRP, il progetto “Talent” rilancia un format creato oltre 15 anni fa da Efrem Sagrada – allora ex a.d. della Giack Celentano’s-Club Srl -, che oggi viene rinnovato per offrire visibilità concreta a cantanti e band emergenti. In palio: una produzione discografica con distribuzione.

    Autore di hit come “Il ragazzo della via Gluck”, “Nessuno mi può giudicare” “La coppia più bella del mondo”, “Impazzivo per te”, Storia D’ Amore”,

    Miki Del Prete ha attraversato 60 anni di musica italiana con uno stile inconfondibile. Con Music “Talent”, sceglie di rimettersi in gioco al microfono, questa volta per ascoltare.

    Efrem Sagrada: produttore musicale e televisivo, manager e organizzatore di eventi in Italia ed estero, inizia il suo percorso nel 1993 accanto a Giacomo Celentano. Dal 1994 collabora con Miki Del Prete, dando vita a una lunga sinergia professionale, dal 1997 al 2000 divide gli uffici oltre che con Del Prete anche con Giancarlo Spezia ex Phillip Morris (Muratti – Marlboro). Tra il 2000 e il 2009 cura tour promozionali per brand come Campari, Stock, Illy Caffè e altre multinazionali di food e beverage tramite Master Consulting, oltre a produrre dischi per volti noti della televisione. È stato cofondatore con Miki Del Prete della Giack Celentano’s Club Srl, ha organizzato grandi eventi internazionali con Artisti del calibro di Al Bano e Romina Power, Andrea Bocelli, Mike Tyson e tanti altri, oggi guida Seven-Holding London– con sedi a Londra e Milano – occupandosi di produzioni musicali, televisive, concerti, eventi, promozioni e strategie di marketing per artisti e aziende.

    Cantanti e band possono candidarsi gratuitamente inviando il proprio materiale a: management@seven-holding.com i casting sono gratuiti e si terranno a settembre 2025 presso gli studi Tv di Video Project in Via Santa Maria 93/95 Cologno Monzese, la data sarà comunicata 15 giorni prima tramite social e pagine casting tipo: passionecasting o seven london.

    «Ho scritto canzoni per chi ha fatto la storia della musica italiana. Ora voglio ascoltare chi la farà domani» – Miki Del Prete.

    Al progetto collaborano:

    Donato Riva:
    Speaker di Radio GRP, la musica lo ha fatto avvicinare al mondo della radio già in adolescenza, quando tutti ambivano alle grandi realtà nazionali radiofoniche, il suo più grande desiderio era condurre un programma su Radio.
    Il suo motto? La Musica è Vita e ” Talent” è Musica.
    Con oltre 392.000 ascoltatori settimanali e copertura capillare tra Torino, Cuneo, Biella, Alessandria e Valle di Susa, Radio GRP è il punto di riferimento per la musica pop dagli anni ’80 a oggi. Un partner ideale per dare voce al talento.

    Marco Sacco Markino Dj: E un DJ e producer torinese, inizia la carriera a metà anni ’90 firmando produzioni dance per etichette nazionali e internazionali. Con il tempo amplia il proprio stile, spaziano tra chill out, pop, rap e musica italiana. Ha collaborato con numerosi artisti sia italiani che stranieri, costruendo un’identità sonora versatile e riconoscibile.

  • Roma lo conosce già, ora è il momento di ascoltarlo davvero: DannyZ torna con “Tutto mio”

    C’è chi rappa per moda, chi per sfogo, e poi c’è chi lo fa perché non ha altra scelta. DannyZ, classe 2004, non è mai stato il tipo da scorciatoie. Quando a 11 anni gli hanno detto che avrebbe dovuto reimparare a camminare, non ha chiesto quanto ci avrebbe messo. Ha abbassato la testa e ha iniziato. Passo dopo passo, terapia dopo terapia. E ora che ha imparato a stare in piedi, “a camminare due volte”, nessuno lo farà più sedere.

    Così lo hanno definito giornali, radio e tv.
    “Il rapper che ha imparato a camminare due volte.”
    Un appellativo che non è solo una formula riuscita, ma una verità che ha fatto il giro dei media e si è fatta strada tra un pubblico sempre più vasto.
    Perché la storia di DannyZ – romano, cresciuto tra tutori e fisioterapia – è una di quelle che non si dimenticano, se la ascolti davvero. E ogni volta che torna, non lo fa per occupare spazio. Lo fa per guadagnarselo.

    Con “Tutto mio”, il suo nuovo singolo disponibile in tutti i digital store, DannyZ non bussa. Entra. E lo fa con il peso di chi ha qualcosa da dire. Il suo è un rap che cerca conferme, le brucia. Un rap che non è alla ricerca di consensi: li affronta di petto e li mette da parte.

    Dopo “Sempre Più Su”, brano che raccontava il suo percorso fisico e interiore come un campo di battaglia, il giovane artista capitolino torna con un pezzo viscerale, diretto, privo di alibi. Un pezzo che non fa sconti, che non ha paura di dire le cose come stanno. E in cui ogni rima pesa quanto un metro di asfalto percorso a fatica. È il suono di chi ha mangiato amaro, e ora si prende tutto. Senza chiedere permesso.

    Nelle barre di “Tutto mio”, DannyZ mette in chiaro da che parte sta:

    «Non voglio il flex, voglio il rispetto»

    Non si tratta di uno slogan ben costruito, ma di una sorta di mantra, da tenere stretto per affermarlo in faccia al mondo. Una linea netta tra chi ostenta e chi resiste. Un confine tracciato a voce ferma, quando tutto intorno ci ha abituati a far rumore per non dire niente. Perché certe frasi non basta scriverle: succedono. E quando succedono, non hanno bisogno di spiegazioni.

    Nato prematuro a 25 settimane, cresciuto tra corsie d’ospedale, tutori e fisioterapia, DannyZ ha fatto del suo corpo una prova vivente di volontà. Ogni movimento che oggi riesce a compiere è frutto di fatica, e ogni sua release porta il segno di quella strada.

    La disabilità non è un tema che “affronta”: è parte della sua storia. Non la esibisce, non la nasconde. Fa quello che tutti dovremmo imparare a fare: viverla con naturalezza, senza trasformarla in un’etichetta. E fa anche ciò che molti evitano: la tratta per quello che è — una parte di sé, non la sua definizione.

    In “Tutto mio” non c’è l’ostentazione, né il bisogno di compiacere. Non è rap d’intrattenimento.
    Non ci sono catene d’oro, solo catene spezzate.
    Non c’è bling bling, ma cicatrici esibite allo stesso modo, come medaglie.

    C’è rabbia, sì. Ma non quella sterile.
    È lucidissima, pulita, necessaria.

    Il beat spinge, ma è la voce che comanda: cruda, vissuta, mai artefatta.

    Nelle barre c’è fame. Ma non di hype, fame vera. Di riscatto, di concretezza, di verità.

    «Non cerco flash, non cerco gloria.
    Voglio che il mio nome resti nella storia.»

    Non è un’ambizione da rotocalco: è la voce di chi ha scelto di restare in piedi, anche quando sarebbe stato molto più semplice sedersi e lasciarsi andare — e lo ha fatto con il doppio della fatica degli altri.
    Di chi scrive ogni singola parola sul terreno che ha già calpestato.
    E che ora pretende solo una cosa: essere ascoltato per ciò che è, non per ciò che appare.

    In una scena dove l’immagine pesa più della parola, DannyZ rallenta e mette a fuoco.
    Ricorda che il rispetto non si compra, si guadagna.
    Che i like non valgono una mano tesa, uno sguardo sincero, qualcuno che resta quando gli altri spariscono.
    E che essere se stessi – oggi – è forse l’atto più street e rivoluzionario che ci sia.

    “Tutto mio” è una pagina. Ma non di quelle scritte al computer: di quelle scritte sulle ossa. Di quelle che raccontano chi siamo stati e tracciano la traiettoria verso chi vogliamo diventare. È un pezzo che non cerca lacrime né applausi, ma vuole solo farsi sentire da chi è disposto ad ascoltare. Perché chi ha imparato a camminare due volte non ha più paura di inciampare.

  • Roma ospita il debutto di AETERNA Academy: tra editoria e audiovisivo

    Imparare a raccontare una storia non è solo un esercizio creativo: è un atto culturale. E in un’epoca in cui narrare significa anche orientare, emozionare, connettere, nasce AETERNA Academy, il ramo formativo di AETERNA S.r.l. – realtà già attiva nel mondo dell’audiovisivo come creative media studio e oggi anche promotrice di corsi, masterclass e residenze in tutta Italia.

    Un progetto pensato per unire progettualità e mestiere, portando nelle aule l’esperienza concreta di professionisti che operano ogni giorno nel cinema, nella scrittura e nello storytelling contemporaneo.

    Il primo appuntamento si terrà a Roma il 12 e 13 luglio, con lo “Storytelling Workshop” guidato da due professionisti della scena narrativa contemporanea: Alessio Posar (sceneggiatore, editor e docente alla Scuola Holden) e Paula Boschi, sceneggiatrice e responsabile sviluppo live-action per Colorado Film che ha supervisionato l’adattamento cinematografico de “Il Fabbricante di Lacrime”.

    «Non siamo solo un Creative Media Studio: organizziamo masterclass, corsi e residenze in tutta Italia per offrire a studenti, appassionati ed esperti la possibilità di apprendere dai migliori – spiega Matteo Raffaelli, founder di AETERNA S.r.l. -. Pensiamo che il sapere pratico, condiviso da chi esercita realmente una professione, sia oggi più che mai necessario. È da questa visione che nasce AETERNA Academy.»

    Il workshop – aperto a soli 18 partecipanti – si concentrerà sull’arte del racconto: come strutturare una trama, costruire personaggi credibili, creare tensione narrativa e rendere un’idea una storia efficace, sia per il cinema che per la narrativa. Due giornate intensive nella suggestiva Sala Margana (Piazza Margana 41, Roma), per un totale di 10 ore di formazione pratica.

    A condurre il laboratorio sarà Alessio Posar, autore e editor, che da anni lavora a fianco di scrittori e sceneggiatori, oltre che insegnare alla Scuola Holden. La masterclass finale sarà affidata a Paula Boschi, figura di riferimento per l’adattamento cinematografico in Italia e co-autrice – con Posar – della serie editoriale “Giulietta e Romeo Untold”.

    Il workshop si rivolge a chi ha una storia in mente ma non sa da dove partire, a chi ha già cominciato ma ha bisogno di strumenti concreti per completare e revisionare il proprio progetto narrativo. Che si tratti di un romanzo, una sceneggiatura o una serie, l’obiettivo è dare struttura, direzione e consapevolezza al processo creativo.

    Le iscrizioni sono aperte fino al 3 luglio 2025, tramite email all’indirizzo: academy@aeternamedia.it

    Un’occasione formativa preziosa, che inaugura il percorso di AETERNA Academy con un segnale chiaro: investire sulle storie, oggi, è investire sul futuro.

    INFORMAZIONI DI SERVIZIO:

    Date: 12 e 13 luglio 2025
    Luogo: Sala Margana – Piazza Margana 41, Roma
    Orari: 10.00–13.00 e 14.00–16.00
    Monte ore: 10 ore totali
    Posti disponibili: max 18 iscritti
    Iscrizioni: entro il 3 luglio scrivendo a academy@aeternamedia.it

  • Due sconosciuti che ballano coi piedi sul muro: la scena più iconica di “Gelato alla Crema” di Marino Alberti

    C’è una scena, dentro “Gelato alla Crema”, che potrebbe sintetizzare un’intera filmografia: due sconosciuti che ballano con i piedi sul muro. Un’immagine quasi surreale, in cui la tenerezza è destabilizzante e l’equilibrio si perde per scelta. Con questo nuovo singolo, apripista del secondo album di inediti “300 KM/H“, Marino Alberti – cantautore e polistrumentista da oltre 2,5 milioni di stream – torna con un controcanto volutamente disarmato, che racconta la vertigine di ciò che finisce prima ancora di iniziare.

    Oggi, persino l’amore sembra avere una scadenza. Deve essere immediato, performante, risolutivo, “Gelato alla Crema” ha quel sapore un po’ rétro e un po’ da film d’autore, descrivendo un incontro che non ti aspetti, di quelli che restano sulla pelle più del previsto. Le “parole al limone” – così le definisce Alberti nel brano -, sono dissonanti ma complementari: il lato pungente della dolcezza, l’acidità che bilancia l’istinto. Un retrogusto dolce-amaro di ciò che passa in fretta ma non se ne va davvero.

    Il gelato rassicura, come quei baci che scaldano solo per un istante, ma poi svaniscono nel nulla. Il limone, invece, pizzica la bocca: è una verità detta con il sorriso. Non è la classica relazione, è più una collisione. Lei entra in scena senza chiedere permesso, lo guarda, e lui si sente improvvisamente fuori posto. E forse, proprio per questo, si innamora.

    La protagonista è una donna che arriva come un temporale estivo: elegante, ironica, imprevedibile. Cammina come se la città fosse una passerella, parla come se fosse cresciuta in una poesia. Lui, invece, è uno che sente troppo. Si incontrano, si sfiorano, si lasciano andare. E poi ballano, letteralmente con i piedi sul muro. Un modo per dire che, quando l’amore arriva, si perde l’equilibrio e questo non è solo romantico, è scomodo. È una visuale privilegiata dall’alto, dalla quale sì, si vede tutto meglio, ma può far venire il capogiro.

    La tenerezza diventa una forma di squilibrio. Perché il sentimento, quando arriva, scombina. Ti solleva da terra, ma può anche lasciarti senza appigli.

    E proprio quando sembra poter cominciare, lei sparisce. Nessun addio, nessuna spiegazione. Solo una frase lasciata nel cappotto e l’eco di qualcosa che avrebbe potuto essere.

    «Non tutte le persone che incontriamo sono destinate a restare nella nostra vita, e non tutte quelle che restano, ti cambiano – dichiara l’artista -. A volte è l’incontro che conta, non la durata. A volte l’innamoramento non ha il tempo per diventare amore.»

    Con “Gelato alla Crema”, accompagnato dal videoclip ufficiale diretto da Nicola “G Man” Togni, Marino Alberti racconta un tema che oggi è tutto fuorché marginale: l’innamoramento che non si trasforma in relazione. Una traiettoria spezzata, ma non per questo meno significativa.

    Non è un caso se molti giovani vivono oggi una crisi dei “situationship”: secondo un reportage pubblicato dal Wall Street Journal (Aprile 2025), queste relazioni ambigue ‒ né totalmente spensierate né realmente impegnate ‒ stanno stancando una generazione alla ricerca di connessioni più stabili. Al tempo stesso, numerose ricerche internazionali evidenziano come un numero sempre più crescente di giovani tra i 18 e i 30 anni tenda a dare più valore a rapporti brevi e intensi, piuttosto che a storie lunghe e abitudinarie.
    “Gelato alla Crema” si inserisce con naturalezza in questa fotografia generazionale: perché se la durata non è più il parametro principale, allora diventa centrale l’impatto. E questa canzone è un impatto.

    «Tante volte ho pensato: se l’avessi amata di meno, forse l’avrei capita di più – conclude Alberti -. Ma certi amori si leggono come poesie: solo quando non ci sono più.»

    “Gelato alla Crema” è tutta qui, in questa dichiarazione: una storia che non ha bisogno di compiersi per essere ricordata. Una canzone che parla d’amore, sì. Ma senza promesse, senza esiti. Un frammento di vita che non cerca interpretazioni, solo il tempo per sedimentarsi. Una scena d’autore che lascia un sapore preciso in bocca, un’immagine da custodire, che resta anche dopo lo scatto.

    Il brano, prodotto dallo stesso artista con un arrangiamento essenziale ma raffinato, cede spazio alle parole senza mai appiattirle. La scrittura è asciutta, ma densa. Ironica, ma mai cinica. Ricorda a tratti il miglior cantautorato pop degli anni ’90, ma senza nostalgia: c’è un presente, qui, che prende corpo sottotraccia, parola per parola.

    E se oggi l’amore tende a sfumare prima ancora di definirsi, “Gelato alla Crema” non cerca di ricucire lo strappo: lo osserva. Sceglie di non concludere. Resta lì, come certi sguardi tra sconosciuti: brevi, intensi, eppure difficili da dimenticare.

  • Il marranzano diventa pop: Mitch DJ ed Elice in “Balla Balla Tarantella”

    Si intitola “Balla Balla Tarantella” il nuovo singolo di Mitch DJ – artista poliedrico, produttore televisivo, ex Iena di Italia 1 e voce cult di “Tutto Esaurito” su Radio 105 –. Distribuito da Saifam, il brano affonda le radici nella sua terra d’origine, e si trasforma in una vera dichiarazione d’amore alla Sicilia.

    Al fianco di Mitch c’è Elice, giovane talento scoperto sui social, la cui voce – intensa, istintiva, viscerale – ha acceso un’ispirazione immediata. Da quell’incontro è nata una scintilla creativa che ha preso forma in studio, trasformandosi in una canzone che custodisce il legame intimo e ancestrale con l’isola.

    Giovanni Mencarelli – questo il vero nome di Mitch DJ – porta nel sangue la dolcezza e il fuoco del Sud. Figlio di madre siciliana originaria di Riesi (CL) e nipote di amati nonni di Campobello di Licata (AG), ha custodito per anni il desiderio di scrivere un omaggio musicale alla propria terra.

    Un sogno che oggi prende forma, anche per onorare la memoria della nonna – punto fermo dell’infanzia – e del nonno, spirito guida che amava suonare il marranzano, conosciuto anche come “scacciapensieri”.

    “Balla Balla Tarantella” è una festa, ma anche una carezza. È un viaggio tra i colori, i sapori e i suoni della Sicilia. Dai pomodori secchi alla pasta alla Norma, dai cannoli alla luce sulle strade: ogni parola del testo, ogni respiro ed ogni pausa, raccontano qualcosa di chi parte, ma non se ne va mai davvero.

    «Quando ho conosciuto Elice, mi sono detto: è il momento – racconta Mitch DJ –. Volevo fare un regalo alla mia isola, qualcosa che rimanesse nel tempo, che facesse sorridere e ballare, ma anche commuovere.»

    Il risultato è una tarantella moderna, contagiosa, piena di energia e sentimento, pensata per far ballare, emozionare e sorridere chiunque porti nel cuore un pezzo di Sicilia.

    Suonare e cantare, qui, diventano un atto di appartenenza: una dichiarazione, un richiamo, un abbraccio. Un simbolo di identità e orgoglio.

    Mitch DJ ha ancora molti parenti sull’isola. Con questo brano, spera di far sentire a ciascuno di loro – e a ogni siciliano nel mondo – il battito forte del cuore di un figlio lontano, ma sempre presente.

    La Sicilia ha sempre vissuto tra partenze e ritorni: solo negli ultimi anni oltre 35.000 giovani hanno lasciato l’isola in cerca di opportunità, mentre nel secolo scorso si contano circa 750.000 siciliani emigrati nel mondo. Un popolo abituato a partire, ma con la memoria sempre rivolta a sud. Perché le radici, anche se lontane, non smettono di farsi sentire e di ricordarci che, per andare lontano, bisogna sapere da dove si viene.

    “Balla Balla Tarantella” è un ritorno.
    Perché certe terre non le lasci mai davvero: ti restano nella voce, nei gesti, nel passo con cui attraversi il mondo. E hanno il suono inconfondibile di casa.

  • Dimenticate il sesso esplicito: “PURO CLICHÉ” di KAWAKAMI seduce con il silenzio

    Uno sguardo, un’allusione, un gioco che resta a metà. Il nuovo singolo di KAWAKAMI, prodotto da Kaizèn, affonda nella dinamica non detta di un’attrazione che nasce nella testa prima ancora che nel corpo. Niente romanticismo, nessun lieto fine: “PURO CLICHÉ” (Keyrecords/KMusic/ADA Music Italy) è il racconto di un desiderio che si insinua nei silenzi e prende il sopravvento, anche quando sappiamo che non porterà da nessuna parte.

    Un rito silenzioso tra l’etero-curiosità e la voglia di scoprire come potrebbe andare a finire.
    A volte è bello riuscirci.
    Altre, ti ritrovi con il cuore a pezzi.
    Ma spesso, basta la sola certezza del “saresti stata mia” – anche solo per una notte – per colmare quel vuoto sottile che si apre dietro la barriera dell’ego. E alimentarlo.

    La testa sa. Il corpo vuole.
    Ed è lì che comincia la sfida: il PURO CLICHÉ.

    Il brano si sviluppa sul confine tra curiosità e pulsione, tra il bisogno di sentirsi desiderati, scelti, e l’ego che reclama attenzione per ottenere conferme. È la narrazione di un’intesa che resta sospesa, di una scintilla erotica forse solo immaginata, che brucia sottopelle senza consumarsi. E resta addosso, pur non toccando nulla.

    Produzione minimale ma sensuale, voce intima, testo che non gira intorno. Qui si parla di corpo, voglia, contraddizione. È il sesso che si insinua nella testa prima ancora che nelle lenzuola. È il cliché, il “PURO CLICHÉ” del “so che non dovrei, ma lo voglio lo stesso”. Un brano che non cerca l’amore: si fa strada scavando nel cortocircuito tra controllo e impulso.

    Con una matrice R&B/alt-pop ad alta intensità, il brano si posa su un beat downtempo, tra kick morbidi, hi-hat sincopati e un groove essenziale che lascia spazio alla voce. I synth ambientali creano un tappeto di attrazione e distanza, mentre i bassi, pieni e avvolgenti, danno corpo alla pulsione sottesa del testo.

    La voce – volutamente nuda e diretta – è trattata con riverberi corti e delay discreti per mantenere l’intimità del racconto, come se arrivasse da un confessionale, da un sussurro notturno. Mix e sound design sono orientati a mantenere un equilibrio dinamico tra assenza e presenza: ogni elemento ha il suo spazio, con silenzi calibrati che puntano su un’architettura cinematica. La struttura evita i classici drop o climax prevedibili, preferendo un andamento che lascia spazio al non detto, per farlo parlare.

    «”PURO CLICHÉ” è nato da un’attrazione trattenuta, vissuta e mai agita – racconta KAWAKAMI -. Un pensiero che si insinua, cresce, e alla fine ti costringe a chiederti: lo voglio davvero, o voglio solo essere desiderata? A volte l’ego ha più fame del cuore.»

    Secondo una recente ricerca del Kinsey Institute, oltre il 40% delle donne tra i 18 e i 35 anni dichiara di vivere fantasie erotiche che non si trasformano mai in esperienze reali, ma che generano comunque emozioni forti, senso di potere o vulnerabilità. KAWAKAMI intercetta questo spazio liminale e lo traduce in musica: non per raccontare una storia d’amore, ma per descrivere l’attimo in cui il pensiero passionale prende il sopravvento.

    Dopo aver trattato l’identità nomade in “Gitana” e il burn-out affettivo in “MOMENTO”, KAWAKAMI si concentra su un’altra sfumatura: quella del desiderio che non cerca complicità, ma affermazione.

    “PURO CLICHÉ” è l’istantanea nitida di un impulso che non chiede redenzione. Solo di essere guardato da vicino.

  • Dimenticate i cliché: “Essere o Avere” è rap che pensa

    «Essere o avere sembran solo due verbi, ma in realtà sono nervi». È qui, tra filosofia e asfalto, che Bosky – cantautore nato e cresciuto ad Aulla (MS), tra Liguria e Toscana – dà vita al suo primo singolo, “Essere o Avere”. Un brano inciso con atmosfere old‑school, produzione rock abrasiva e un testo che parla di ricerca di senso, identità, ansia da social, soldi e isolamento. Ma lo fa con una voce matura, consapevole, che attinge a Hesse e Nietzsche più che alla retorica da “street boy”. È il rap di chi la vita l’ha vissuta, non quella da palcoscenico, ma quella che comincia quando le luci si spengono. Il rap dell’uomo che si confronta con la società della morale, della routine e dei like.

    Scritto dopo anni di immersione in letture filosofiche, “Essere o Avere” contrappone concetti e materia: l’aver non può comprare l’essere. Bosky rifiuta il rap come cliché: non canta da duro, ma da pensatore poetico-scarno, dipingendo la realtà di chi vuole essere riconoscibile, non omologato. Un pezzo che sceglie il coraggio della verità in luogo dell’ovvietà performativa.

    «Questo singolo parte dall’idea di confrontare questi due verbi, due mondi mentali – dichiara -. Non è rap da gangsta o da like, ma rap che racconta la ricerca di autenticità. I riferimenti ai serpenti e all’aquila, al Cayenne e alla vecchia Benz non sono per sembrare figo. Sono per mostrare che l’essere conta più dell’avere. Non amo la musica vuota: il rap per me è un’arma, un pensiero che chiede di farsi sentire.»

    Prodotto da Francesco Pratesi – beatmaker rock‑rap della scena toscana –, “Essere o Avere” unisce un groove analogico, chitarre live e linea ritmica essenziale per richiamare le radici del genere. Il videoclip ufficiale che accompagna la traccia, girato in bianco e nero, punta su atmosfera, linguaggio visivo asciutto e pochi simboli: nessuna narrazione forzata, tutta immediatezza. Il classicismo sonoro – ispirato a pesi massimi della scena come Marracash, Fabri Fibra e Nitro – si sposa con una parola lucida e cruda, quasi ferale.

    Nel 2024, il rap italiano ha esercitato un potere culturale crescente: oltre il 24% dei 16‑24enni lo indica come genere di riferimento, ma secondo recenti analisi e osservatori, solo una minima parte delle uscite propone contenuti di reale spessore. “Essere o Avere” cerca di colmare questo divario, offrendo un pezzo che va oltre beat e flow, presentandosi come gesto culturale radicato nel vissuto comune, lontano dalle tendenze. Un brano che guarda alla coerenza, all’identità e al pensiero.

    Bosky ha studiato scrittori come Bukowski, Hesse, Nietzsche e Svevo fin da adolescente. Ha lavorato come operatore nel settore della sicurezza privata, dedicando tempo alla scrittura e alla lettura. La sua passione per il rap è nata tra i testi che ammirava; ha trovato nel rock‑rap la forma più schietta di espressione. Con “Essere o Avere” debutta come artista completo, unendo potenza lirica e produzioni essenziali, senza compromessi. Il suo rap non è musica da consumare: è fibra espressiva, riflessione e appartenenza.

    Bosky non cerca consensi. Cerca coscienze sveglie, ascoltatori vigili, attivi. E una scena in cui l’essere valga ancora più dell’apparire.

  • “Mostro” di Matteo St Fedele: il pop che si sporca le mani con la verità

    C’è chi, per raccontarsi, inventa una maschera. Altri trasformano il cambiamento in un personaggio, e ne fanno un concept. Matteo St Fedele compie il percorso inverso: rinuncia al filtro dell’alter ego e si firma con il proprio nome. Nel riflesso scheggiato di uno specchio, l’artista milanese ha deciso di guardarsi davvero. Non più da personaggio, ma da persona. Venerdì 13 Giugno esce “Mostro”, il suo nuovo singolo che chiude idealmente il percorso cominciato con il mini EP triple track “Generazione XXX” e inaugura ufficialmente una nuova fase artistica: quella che coincide con l’addio a MADMATT e con l’affermazione di un nome che è insieme identità, storia e scelta.

    Una dichiarazione di guerra e di pace con sé stessi. Una resa dei conti quotidiana, che si consuma in silenzio e che tutti affrontiamo ogni volta che smettiamo di recitare: oltre la superficie, oltre le corazze: «Perdonami stanotte, amore ho fatto a botte con me stesso allo specchio che si è rotto in un vizio».

    “Mostro “non è solo la cronaca di una caduta, ma anche l’anticipazione di una risalita. Nelle sue parole, Matteo dà spazio al dolore, ma lascia aperto uno spiraglio, una possibilità di rinascita: «E allora vedrai, il mostro che è in me. Nulla che non possa vincere». È un corpo a corpo con la depressione, la dipendenza, l’auto-sabotaggio. Una notte lunga una vita, in cui i pensieri diventano nemici e l’identità si frantuma.

    La produzione, asciutta ed essenziale, accompagna un testo che sprofonda nella psiche di una generazione sospesa tra iper-esposizione e assenza di parola. Lo special del brano, quasi spoken word in stile conscious rap, prende posizione contro l’omologazione e la superficialità dell’era digitale – «Non ti esprimi a parole, fenomeni sui social, ma dal vivo hai un neurone» -, spostando il focus dal contesto alla coscienza. Un flusso, un atto d’accusa, e insieme un’esortazione a riappropriarsi del linguaggio, del corpo, dell’identità: «Un chitarrista cieco, ma una Guernica d’amore».

    Nessun moralismo. Nessuna lezione. Solo un’immagine che resta incollata alla testa. Non è un inciso. È un colpo secco. Uno sfogo scritto senza tentare di addolcire niente, né per sé né per chi ascolta. Senza effetti speciali. Solo ritmo e frustrazione. Il tono è ruvido, quasi parlato.

    Ma poi succede qualcosa. Un verso spezza l’equilibrio, sposta il baricentro, apre un varco imprevisto:

    «Quarta Dimensione, la mia propensione a non essere una retta, una lunghezza un’estensione.»

    Non è una semplice trovata poetica. È il punto in cui “Mostro” abbandona il racconto per interrogarsi sulla percezione del tempo, sull’identità come forma fluida e non misurabile. La “quarta dimensione” non è un’astrazione, è uno stato, una condizione mentale. Lo spazio altro in cui la linearità e la logica vengono sospesi. È la zona grigia tra chi si è e chi si vorrebbe essere, l’istante in cui si consuma la frattura tra ciò che si è e ciò che non si riesce ad accettare. Non una fuga, ma un territorio di collisione. Quello di chi si sente fuori asse, fuori tempo, fuori campo. Di chi vive scostato rispetto alla traiettoria attesa.

    Mentre tutto intorno corre e si misura in termini di performance, velocità e coordinate, Matteo St Fedele rivendica il diritto a una dimensione non quantificabile: quella della coscienza che vacilla, dell’Io che si scompone e si ricompone. E la nomina con una semplicità disarmante, quasi scientifica, e al tempo stesso la carica di un senso esistenziale profondo: la metrica si spezza, il significato si espande. La canzone si apre così a una zona instabile e inquieta: un pensiero che non si può ordinare, un’identità che non si può spiegare con coerenza.

    Qui il brano si fa quasi esistenzialista, scavando nei paradossi della percezione e nel senso di smarrimento che accomuna un mondo costantemente connesso ma incapace di ritrovarsi. È in questa interzona che si consuma il conflitto centrale del pezzo: tra il bisogno di riconoscersi e la paura di farlo davvero.

    In un tempo in cui mostrarsi è diventato quasi un obbligo, “Mostro” propone l’esatto contrario: fermarsi a guardare ciò che non si mostra. Dare un volto ai propri fantasmi. E magari, un giorno, accettarli.

    Con una scrittura sempre più adulta, Matteo St Fedele si distacca dal personaggio e si mette a nudo. Senza sovrastrutture, senza maschere. Solo con il proprio nome. In “Mostro”, si confronta con la parte più oscura di sé, ma lo fa con una postura nuova: non più difensiva, non più ribelle, ma finalmente vulnerabile. Il brano si fa politico, nel senso più alto: perché parlare apertamente di salute mentale, di dipendenza, di crisi di identità, in un’epoca di estetica curata e narrazioni vincenti, è un gesto radicale. Un invito a non semplificarsi, a non censurarsi, a non recitare più.

    «”Mostro” chiude simbolicamente due anni della mia vita – afferma Matteo St Fedele -, e lo fa facendomi finalmente fare pace con me stesso. È lo specchio con cui tutti ci confrontiamo, ogni giorno. A volte ci restituisce un’immagine distorta, che non riconosciamo, che ci fa paura. Ma ci dà anche una possibilità: quella di riuscire, un giorno, a guardarsi e accettarsi. Per questo oggi non sono più MADMATT. Oggi sono Matteo St Fedele, con tutto quello che significa.»

    Il cambio nome, da MADMATT a Matteo St Fedele, è parte integrante di questa narrazione. Non è una trovata di marketing, né una maschera nuova. È il contrario. È il momento in cui si smette di recitare. Un ritorno all’essenziale, alla propria storia, al proprio cognome.
    Un modo per dire: non devo più interpretarmi. Adesso mi firmo.

    “Mostro” non dà risposte. Non cerca redenzione. Ma fa una cosa più importante: chiede di fermarsi a guardare. Anche dove fa più male.
    Perché oggi, accettarsi senza filtri, è forse il gesto più coraggioso che ci sia.

  • Da Amici a Eminem: il percorso di Manuel Aspidi passa da chi ha bisogno di sentirsi accettato

    Dopo aver scalato le classifiche internazionali con “Wildfire” ed “Eternal Echoes”, e in attesa della collaborazione con Eminem – la prima di sempre tra il leggendario rapper di Detroit e un artista italiano, che vedrà la luce entro fine anno e i cui dettagli verranno svelati dopo l’estate – Manuel Aspidi torna con “Love Yourself”, il suo nuovo singolo disponibile su tutti i digital store da venerdì 13 giugno per Bentley Records.

    Specchi, filtri, giudizi: in mezzo a un rumore di fondo che destabilizza e incoraggia l’omologazione, il cantautore livornese sceglie il silenzio, quello necessario dell’accettazione. Un’accettazione che non coincide con la resa, ma con una scelta consapevole: smettere di rincorrere un’idea imposta di perfezione e tornare a riconoscersi allo specchio per ciò che si è – con le proprie fragilità, la propria storia, le proprie cicatrici.

    In un mondo in cui l’immagine conta più dell’identità — e dove 9 ragazze su 10 tra i 13 e i 17 anni (secondo un’indagine Girl Scouts) sentono la pressione dell’industria dell’apparenza, mentre il 18% dei ragazzi coetanei ammette di preoccuparsi per il proprio aspetto e peso — la musica può ancora ricordarci chi siamo. Secondo dati interni di Instagram, il 70% delle adolescenti e il 40% dei ragazzi afferma di vivere confronti negativi con le immagini viste online. “Love Yourself” è la risposta personale e artistica di Aspidi a una società che misura il valore con gli occhi degli altri. Una canzone che, con delicatezza e maturità, restituisce al pop il suo ruolo più nobile: quello di strumento culturale, non solo commerciale. Quello di raccontare chi siamo, non solo vendere chi vorremmo essere.

    Scritto in inglese, su una produzione dal respiro internazionale, “Love Yourself” parla di autostima in maniera netta, disillusa e coraggiosa, rivolgendosi a chi, almeno una volta nella vita, si è sentito sbagliato. A chi ha guardato lo specchio cercando un’apparenza conforme, senza riconoscersi – «In a world of mirrors, reflections we see, comparing ourselves to what we think we should be» («In un mondo di specchi, vediamo riflessi, ci confrontiamo con ciò che pensiamo di dover essere»). A chi si è confrontato con modelli irraggiungibili, filtrati, distorti.

    Le parole di Aspidi non addolciscono la realtà, ma la guardano in faccia, mettendo a fuoco una delle dinamiche più tossiche del nostro tempo: l’illusione di dover corrispondere a un’immagine, anziché apprezzare la propria. “Love Yourself” suggerisce una pausa. Un passo indietro per tornare a vedersi, non attraverso gli occhi altrui, ma attraverso ciò che si è.

    «Questo singolo è nato dal bisogno di ricordarlo a me stesso, prima ancora che agli altri – racconta Manuel -. Viviamo in una società che ti spinge a correggerti, omologarti, ridurti a una forma accettabile. A tutte le persone che lo ascolteranno, voglio dire di spegnere le voci che dicono loro di cambiare. La musica può ancora essere un atto di ribellione e resistenza gentile: un modo per dire che ogni cicatrice è una storia, e ogni storia ha valore. Nessuno dovrebbe sentirsi sbagliato per com’è.»

    Il videoclip ufficiale – interamente realizzato in animazione da Daniele Cipriani – affida il messaggio del brano a un linguaggio che, pur nella finzione dichiarata, riesce a dire il vero più di tante immagini patinate. Perché i cartoni, visti da adulti, non sono evasione: sono coscienza illustrata. E sanno mostrarci, con leggerezza chirurgica, ciò che spesso la realtà censura.

    “Love Yourself” è il naturale proseguimento di un progetto musicale che mette al centro valori come l’inclusione, la libertà espressiva e il rispetto delle differenze – perché sono proprio quelle che ci arricchiscono e ci rendono riconoscibili, unici, irripetibili. Temi che trovano sempre maggiore eco: secondo un recentissimo studio realizzato da Skuola.net insieme all’Associazione Di.Te. – Dipendenze tecnologiche, in Italia, quasi un giovane su due è condizionato dai modelli estetici imposti dai social media, fino ad arrivare – nel 40% dei casi – a evitare situazioni sociali per timore del giudizio altrui. Un dato che restituisce la misura di un disagio silenzioso, ma diffuso.

    Negli ultimi due anni Manuel Aspidi ha consolidato la sua presenza sulla scena internazionale, con singoli entrati nelle classifiche di oltre 20 Paesi e trasmessi da emittenti in Europa, America e Asia. Dopo il successo internazionale di “Wildfire” ed “Eternal Echoes”, “Love Yourself” è un invito a rifiutare gli standard imposti e a riconoscere la bellezza nell’imperfezione. Nessuna retorica dell’autostima, ma uno sguardo consapevole su un’epoca in cui il corpo è sempre più un campo di battaglia tra ciò che siamo e ciò che ci viene chiesto di essere.

    Con il suo timbro immediatamente riconoscibile e un talento vocale che ha conquistato il pubblico fin dai tempi di Amici, Aspidi si conferma oggi come una delle voci italiane più autorevoli anche ben oltre confine nella canzone pop d’autore.

    E in attesa di scoprire cosa riserverà la collaborazione con Eminem, “Love Yourself” non inaugura una fase: interrompe un’abitudine.
    Quella di cantare per piacere.

    Per Manuel, la musica non è mai stata un’illusione da rincorrere, ma un linguaggio di verità da raccontare. “Love Yourself” ne è la prova più semplice. La conferma che si può fare pop senza rinunciare al contenuto.
    E che, anche nella società dell’apparire, esistono ancora canzoni – e artisti – che scelgono la via dell’essere.

  • Il Faida Clan spara rime come Escobar: “Only Faida” è il nuovo singolo, un banger identitario tra cultura e territorio

    «Code in costante aumento da Bologna a Rimini consigliata l’uscita Only Faida». Basta l’incipit per capire che “Only Faida“, il nuovo singolo del Faida Clan fuori per Watt Musik, non è il classico pezzo rap degli ultimi anni: è una traccia che racconta una scena in fermento, tra strada e consapevolezza. Una cartina geografica piegata in quattro e ripensata con flow chirurgico e immagini a fuoco.

    La Romagna si fa Medellín, la statale adriatica diventa l’autostrada del rap indipendente, e il beat – marcatamente Old School ma con un’attitudine contemporanea che suona attualissima – è solo il punto di partenza di un lavoro sincero, crudo, senza mediazioni. Una produzione capace di unire impatto e stile, con un’impronta che guarda al passato ma suona contemporanea, senza sembrare un revival.

    Nel pieno della rinascita delle scene locali, che stanno tornando a ridefinire la geografia musicale italiana, “Only Faida” è parte attiva di un trend sempre più evidente: quello del rap di provincia che non chiede permesso e non copia modelli esterni, prefabbricati, ma si articola su un’identità riconoscibile, radicata nel territorio e aperta al mondo.

    Nato nel 2022 da un’idea di Starks, il Faida Clan si fonda su un’idea precisa di Hip Hop: un’alleanza di dieci artisti che lo vivono e lo difendono come codice culturale, come linguaggio identitario e come militanza sonora. I am Elle, Slat, Mc Callaman, Word, Shoot, Skema the Rapper, Nik Riviera, Guil e DJ Code2 hanno risposto alla chiamata:

    «La musica e la cultura Hip Hop rappresentano la nostra strada ed il nostro mezzo verso un obiettivo comune: godersi il viaggio!»

    “Only Faida” segna per la crew romagnola un passo avanti rispetto ai precedenti progetti, per ambizione e compattezza stilistica. È un brano strutturato con precisione, in cui ogni barra scandisce il ritmo con sicurezza, sorretta da un flow che non lascia spazio a distrazioni.

    Con questo banger, il collettivo alza l’asticella. Strofe serrate, incastri perfetti e punchlines che non cercano di rincorrere né il plauso né il consenso facile, ma che li generano spontaneamente. «Io faccio al rap ciò che Pablo Escobar ha fatto alla coca», «Faida Clan qua detta legge, invecchia bene tipo cougar». Nel testo si susseguono non sono solo citazioni, ma vere e proprie architetture verbali che costruiscono un mondo parallelo, dove ogni riferimento narcos si intreccia alla provincia italiana con sagacia, controllo metrico e rispetto delle radici.

    Il brano, prodotto da Code2, rifinito presso il Wonderland Studio di Starks e accompagnato dal videoclip ufficiale, unisce tecnica e immaginario, estetica e rivendicazione. È l’ennesima dimostrazione che una scena regionale può parlare con voce internazionale, a patto che abbia una visione e un’identità chiare. E il Faida Clan, in questo, ha pochi rivali.

    Il Clan, già protagonista con il brano “Wake Up“, torna con un nuovo capitolo che conferma la volontà di lasciare un messaggio: non inseguendo il trend, ma ribadendo con stile e contenuti che un altro rap è possibile. Un rap che conosce le sue radici, rispetta la propria geografia e ha il coraggio di dichiarare guerra all’omologazione.

    Negli ultimi anni l’Emilia-Romagna si sta riconfermando come una delle aree più fertili per la scena italiana: una regione in cui le influenze si mescolano, le crew si moltiplicano, e la spinta dal basso ha generato un movimento in fermento, vivo, indipendente e sempre più autorevole.

    A guidare questa nuova ondata c’è il Faida Clan, che incarna l’energia, l’identità e la forza di una terra che non si lascia definire.

    È “Only Faida”. È Romagna. E non somiglia a nient’altro.