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  • Nel cuore della tradizione, Giacomo EVA trova il futuro del cantautorato con “San Rocco”, il suo nuovo singolo fuori il 18 luglio

    Un borgo del Sud Italia, la processione di San Rocco tra vicoli antichi, il crepitio della fede e dell’umano che si intrecciano: così nasce “San Rocco”, settimo apripista dell’atteso nuovo album di Giacomo EVA, “Storie di uomini e di bestie”, in uscita il prossimo settembre. Un brano che parte dalla tradizione popolare per raccontare l’equilibrio misterioso tra opposti. Un equilibrio che affascina, talvolta stordisce, avvolge – consegnando un’esperienza sonora che trasmette un senso di novità pur restando ancorata alle radici.

    L’artista – già autore multiplatino noto per il Premio Lunezia e le collaborazioni con grandi nomi della musica italiana – propone una narrazione musicale che si misura con la tradizione e con il bisogno di rallentare, in antitesi con l’odierna accelerazione sociale. San Rocco fa da filo conduttore a quel tipo di cantautorato capace di immortalare una società in bilico tra spiritualità e quotidianità.

    Ambientato in una notte estiva, il brano attraversa un corteo dove bene e male si sono scontrati e confusi senza mai mischiarsi. Le parole del testo – scritte dallo stesso artista calabrese – sono in grado di restituire all’ascoltatore l’importanza del gesto religioso, insieme al respiro collettivo di chi attende un segno. Un’immagine tradizionale che Giacomo riesce a rendere esperienza contemporanea, non costruita ma vissuta, non descritta ma interiorizzata, trasudata, filtrata dalla pelle.

    La partitura orale del pezzo – «Passa passa San Rocco (…) Ogni casa conosce, di ogni campana sa il suo rintocco» – riporta istantaneamente a quella notte mistica, tra danze sacrali e consuetudini secolari. Il ritornello ripetuto simula il passo del corteo tra i vicoli e volge in musica il battito unanime di una comunità. La descrizione del santo che «passa col suo fedele accanto», fa emergere un vivido spaccato di fede popolare e presenza profana, rendendo il brano un documento musicale sull’identità locale e sulle pratiche rituali in costante ridefinizione, come dichiara lo stesso EVA:

    «Quella notte, camminando nel borgo illuminato a candela, ho visto il confine tra sacro e profano diventare labile. “San Rocco” porta in sé questa ambiguità: una preghiera e un racconto, insieme.»

    L’artista ha elaborato un “luogo immaginato” che unisce la memoria personale e quella popolare, tra rito e introspezione, raccontando un Sud contemporaneo che ha ancora voglia di radici.

    “San Rocco” si innerva nel flusso narrativo di “Storie di uomini e di bestie”, progetto che da marzo ha visto già altri sei singoli esordire uno dietro l’altro: da “Dannata tu” a “Il tango del giuramento”. L’album – che è stato presentato dal vivo proprio in Calabria lo scorso inverno, registrando tre sold out consecutivi – prende ora forma definitiva, in attesa dell’ottavo inedito, “Ninna nanna per adulti”, in uscita il 1° agosto.

    Il file rouge del disco sono le storie archetipe, narrazioni che abbracciano varie tematiche – tra cui l’amore, le radici, la fuga di un adolescente dalla propria terra, la vita di un naufragio, una festa di paese, una ninna nanna per adulti, un tango per gli innamorati -. L’artista ha vissuto un punto di rottura che l’ha portato a domandarsi che fine avessero fatto le storie che ci hanno formato come persone, trovando risposta nelle emozioni più intime che troppo spesso ci vengono rubate da una società sempre più veloce. Il mondo che Giacomo EVA crea con le sue canzoni è favolistico, ma non infantile, un mondo fatto di materia viva, di natura, di legno, di acqua, di verde, di istinti passionali e di verità forti, sia positive che negative.

    Con un format strutturato, Giacomo coniuga narrazione e musica, legando ogni canzone a un tema. Qui, “San Rocco” si fa strada tra la gente come invito a indagare la presenza di sacro in un mondo sempre più veloce e disgiunto dai rituali, ma soprattutto dalla fede. In sé, negli altri e nell’Altro.

    In un momento storico in cui le comunità tentano di ritrovare un senso di appartenenza, “San Rocco” parla di ritorno ai riti, di rivalutazione della memoria popolare, della riscoperta del territorio come radice e cura. Un fenomeno confermato da dati recenti: secondo ISTAT (2024), il 68 % degli italiani sostiene che le feste tradizionali rafforzino il senso di comunità. Un fenomeno culturale che si lega al viaggio interiore narrato da Giacomo – e che rende “San Rocco” più rilevante e attuale che mai.

    «”San Rocco” – conclude – non racconta solo una festa di paese, racconta l’energia che attraversa le persone, che oscilla tra attesa e abbandono – un riflesso di quanto accade dentro ciascuno di noi.»

    “San Rocco” è la fotografia musicale di un’Italia che rinasce dalla sua storia, nei gesti, nelle parole e nell’incontro. Un racconto che Giacomo EVA propone con grande rigore compositivo, sensibilità espressiva e un’inedita tensione tra tradizione ritrovata e ricerca emotiva. Un brano che merita attenzione, perché sa restituire senso a un tempo che spesso lo smarrisce.

  • “Ti Verrò A Cercare” dei Ferrinis parla a chi ha amato nel silenzio

    C’è chi se ne va e chi resta. E poi ci sono legami che, anche quando sembrano dissolti, continuano a chiamarci. Invisibili, ma insistenti. In “Ti Verrò A Cercare”, il nuovo singolo dei Ferrinis, Maicol e Mattia raccontano proprio questo: la forza silenziosa che ci spinge a cercare chi sentiamo ancora vicino, anche quando la distanza non è solo fisica, ma fatta di tempo, assenza e coraggio.

    Secondo uno studio condotto nel 2024 dalla LuvLink Research Unit, oltre il 70% degli studenti universitari europei ha sperimentato almeno una relazione a distanza, e più del 60% di queste storie si sono protratte per oltre sei mesi. Un dato che non parla solo di chilometri, ma di un’intera generazione abituata a creare connessioni resistenti all’instabilità. In un tempo di amori intermittenti, di legami sospesi tra notifiche e sparizioni, “Ti Verrò A Cercare” si fa portavoce di una domanda ricorrente: cosa resta quando l’altro non c’è, ma continua ad abitare i nostri pensieri?

    Un quesito che torna a farsi sentire proprio in questo periodo dell’anno, nel cuore dell’estate, quando tutto si dilata. Le città si svuotano, i ritmi si spezzano, le distanze si moltiplicano. Ma non tutte le separazioni sono visibili. Alcune si consumano in silenzio, tra messaggi non inviati e pensieri ricorrenti. “Ti Verrò A Cercare” non parla di una partenza, ma di un ritorno possibile. Di quella forza ostinata che, anche quando tutto sembra in stallo, continua a chiamare l’altro.
    Un contesto tutt’altro che raro. Ed è proprio in questa condizione condivisa – spesso ignorata dalla narrazione musicale – che i Ferrinis riconoscono l’urgenza di una canzone.

    Il «Ti verrò a cercare, dove il sole incontra il mare» – ripetuto nel testo, crea uno spazio sicuro, un luogo simbolico dove ritrovarsi, dove il suono non elude la nostalgia, ma la attraversa. E in quella «forza magnetica che ci collega e non se ne va», Maicol e Mattia incidono una promessa capace di resistere al tempo.

    Non è una formula magica, ma una direzione. Un punto da raggiungere, o semplicemente da desiderare. La scrittura sceglie la sottrazione, lascia che siano poche immagini a sostenere tutto il peso emotivo: la distanza, la speranza, la perseveranza del cuore.

    Sul piano musicale, “Ti Verrò A Cercare” si muove in equilibrio tra elettronica essenziale e apertura melodica. I synth accompagnano la voce senza sovrastarla, i suoni restano liquidi, dilatati, come a sospendere gli attimi. La produzione è asciutta, ma calibrata, in grado di dare spazio alla parola e alla pausa. Tutto – nel ritmo, nei timbri, nella scelta di non forzare l’emotività – sembra cucito ad hoc, pensato per custodire l’intimità di chi ascolta.

    «Abbiamo scritto questo brano pensando a chi ha continuato a cercare qualcuno che sembrava sparito – raccontano i Ferrinis –. A volte non sappiamo neanche cosa stiamo cercando. Ma il fatto stesso di metterci in cammino dice qualcosa di noi: che non ci siamo arresi.»

    Dopo il secondo album “Twins” e il singolo “Le Luci di New York”, “Ti Verrò a Cercare”, accompagnato dal videoclip ufficiale diretto da FG Pro Studio, segna una nuova svolta per i fratelli forlivesi: aria più rarefatta, immagini essenziali, nessuna pirotecnica. I Ferrinis scelgono ritmo misurato, melodia calibrata e parole che non lasciano vuoti.

    Sullo sfondo, la percezione di una generazione che ha imparato a vivere ricongiungimenti digitali e separazioni anticipate. Una generazione che sa salutarsi con uno schermo acceso e restare connessa anche quando tutto sembra interrotto.

    Proprio per questo motivo, “Ti Verrò a Cercare” racconta qualcosa di più: diventa una colonna sonora collettiva per chi ama da lontano. Non un’operazione commerciale estiva, ma un piccolo rito che unisce chi resta a chi parte – chi non molla, pur nella distanza.

    “Ti Verrò A Cercare” non chiede di essere capita, ma sentita. Non promette risposte, ma resta lì, nel punto esatto in cui il legame non si è ancora spezzato. Quello spazio fragile in cui cercare diventa già un modo di restare.

  • Una Traviata all’aperto per un pubblico senza barriere: Marco Severi riporta l’Opera tra la gente

    Riportare la musica classica tra la gente, senza barriere, e connetterla alle nuove generazioni: è questa la visione che guida il lavoro del Maestro Marco Severi, oggi protagonista di un nuovo allestimento de La Traviata. Il 28 luglio lo dirigerà all’aperto, in Piazza del Campo a Siena, dove l’opera torna dopo oltre vent’anni di assenza, trasformando uno spettacolo in una delle produzioni più attese della stagione estiva.

    Ex primo violoncello dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino – ruolo ricoperto per tre decenni – Severi ha progressivamente affiancato alla carriera da strumentista quella da direttore, guidando orchestre in Italia e all’estero, con particolare attenzione al repertorio lirico e sinfonico.

    La rappresentazione de La Traviata in Piazza del Campo non è solo un appuntamento culturale, ma un momento simbolico. È il ritorno della lirica nel cuore civico delle città, uno spazio che storicamente ha ospitato riti collettivi, civili e spirituali, e che oggi si riapre al gesto artistico come forma di partecipazione. Non un contenitore scenico, ma un luogo vivo, dove arte e comunità possono tornare a dialogare. Per Severi, dirigere in una cornice come questa è anche una forma di responsabilità:

    «Dirigere in piazza – dichiara – restituisce dignità al suono. Portare l’opera fuori dai teatri non significa ridurla, ma ricondurla al centro della vita pubblica. Dove è nata, e dove dovrebbe tornare.»

    È un’idea di musica che va oltre l’esecuzione tecnica: un atto civile, un invito a riscoprire la bellezza come bene comune. Un gesto che ha a che fare con il contesto, con le persone, con ciò che si vuole trasmettere davvero. In quest’ottica, il ruolo del direttore non si esaurisce nell’atto visibile, ma continua nel rapporto con l’orchestra e con chi ascolta. È lì che si gioca tutto: nel rendere possibile un tempo e uno spazio per la piena percezione della musica.

    Una visione che si traduce nella pratica quotidiana: la direzione orchestrale, per Severi, non è mai un esercizio di controllo. Al contrario: è un lavoro sulla relazione. Un equilibrio che si costruisce prova dopo prova, senza forzature, lasciando che la musica fluisca dal confronto. È una concezione non gerarchica del podio, che chiama in causa la responsabilità di ciascun musicista e valorizza l’ascolto reciproco.

    «La musica emerge dal confronto, non dall’imposizione – spiega -. Il direttore deve facilitare, non dominare.»

    Lo stesso principio guida il suo rapporto con il pubblico. Spesso considerata distante, la musica classica va restituita come linguaggio vivo, umano. E per farlo, servono esperienze effettive, non operazioni di facciata.

    «C’è bisogno di accorciare le distanze – conclude Severi –. Ma con contenuti, non con scorciatoie. La musica classica ha ancora molto da dire. Ma va fatta vivere con strumenti adeguati, senza mediazioni superflue.»

    Negli ultimi due anni, secondo recenti osservatori, l’interesse degli under 35 verso la musica classica è cresciuto del 15%. Inoltre, da un’indagine condotta dal Royal Philharmonic Orchestra (“The evolution of the orchestral audience in the digital age”, Marzo 2024), il 65% degli under 35 la ascolta regolarmente, superando gli over 55 (57%) e confermando una partecipazione giovanile in crescita. Una tendenza che intercetta il lavoro di chi – come Severi – punta a recuperare il rapporto con le nuove generazioni, non con strategie d’immagine e artifici comunicativi, ma con contenuti, qualità e coerenza.

    Alla fine di ogni concerto, il Maestro Severi saluta i presenti con una frase semplice: “Da cuore a cuore”. Una citazione legata alla Missa solemnis di Beethoven, in cui il compositore annotò sul manoscritto: «Vom Herzen – Möge es wieder – zu Herzen gehen» (“Dal cuore possa tornare al cuore”).

    Non è un vezzo, ma un modo per richiamare alla musica la sua accezione originaria: passaggio, esperienza condivisa, linguaggio che unisce – prima ancora che esibizione.

    Accanto all’attività trentennale al Maggio Musicale, Severi ha diretto titoli come NabuccoElisir d’amoreToscaDon GiovanniLa Bohème, lavorando con orchestre quali l’Orchestra Sinfonica di Sanremo, l’Orchestra della Città di Grosseto, i Solisti del Maggio e l’Orchestra Maderna. Ha collaborato con registi come Grisha Asagaroff e si è esibito in teatri quali il Goldoni di Livorno, il Sociale di Rovigo, il Verdi di Lucca, Torre del Lago, Cortona, Piombino.

    Dopo vent’anni, l’opera torna in piazza. Ma ancor di più, torna l’idea che la cultura appartiene a chi la vive, e che la musica non ha bisogno di barriere per arrivare – da cuore a cuore.

  • Hanno lasciato il Sud per vivere di musica: i Numbers 22 debuttano con un EP che ha il suono del sacrificio

    C’è un momento in cui la passione smette di essere un sogno e diventa una scelta. Per i Numbers 22, quel momento ha coinciso con un trasloco di 700 chilometri: da Napoli a Treviso, passando per il luogo in cui sono cresciuti, Cassino (FR), tra le mani sporche di lavoro e intere nottate in sala prove, per inseguire un’unica certezza — vivere di musica, o non vivere affatto.

    Non li ha lanciati un talent né un algoritmo: il loro primo EP, “22”, è nato così: dalla passione, dalla distanza, dalla rinuncia. Lavorando di giorno e suonando di notte, la frustrazione si è trasformata in canzoni. E quelle canzoni, oggi, parlano per loro.

    “22” è il loro primo progetto alternative rock: cinque tracce come cinque incisioni sulla pelle, che raccontano cosa significa lasciare tutto – davvero – per inseguire un’idea. Un disco nato dalla fame, non solo in senso metaforico: quella che ti spinge a fare turni, risparmiare su tutto, e poi rinchiuderti in sala prove fino all’alba per registrare, scrivere, riscrivere, sbagliare, crederci.

    Il progetto nasce dal legame viscerale tra Luca (Cory) e Francesco (Mad), cugini cresciuti come fratelli. In piena pandemia decidono di lasciare il Sud e trasferirsi a Treviso per una scommessa: costruirsi da soli un futuro nella musica. Senza etichette, senza certezze, ma con una consapevolezza rara in una scena spesso distratta:

    «Abbiamo capito che se non ci credevamo noi, non l’avrebbe fatto nessun altro. Allora abbiamo messo tutto in discussione, tranne la musica», raccontano.

    “22” è il numero che li accompagna da sempre. È diventato il nome della band e, ora, anche quello dell’EP. Ma è soprattutto un simbolo: della loro unione, del punto di svolta, del codice di una generazione che non si riconosce più nei modelli preconfezionati, ma prova a inventarsi una strada alternativa. È un rituale, un segno ricorrente che torna nei momenti chiave. Il giorno di una decisione importante. L’orario di una telefonata. Il numero scritto su un muro, su una porta, su un biglietto. Un richiamo costante che ha segnato la loro storia — e ora ne scrive il suono.

    Durante la lavorazione dell’EP, al duo si uniscono Giordano (JJ) al basso e Iacopo (Papo) alla batteria, portando nuova energia e solidità alla band. Ma la direzione resta intatta: suonare e cantare la verità, anche quando fa male.

    “22” è un EP in inglese, scritto e interpretato da chi conosce bene la parola ricominciare, prodotto e curato in ogni dettaglio da soli: per il mercato indipendente italiano, una rarità.

    Il pop del Belpaese è tornato al centro e l’inglese è spesso visto come un vezzo da export: mentre gran parte della nuova scena nazionale rincorre la lingua madre o l’estetica mainstream con la speranza di aggiudicarsi like e playlist, loro fanno un’altra scelta, completamente controcorrente. Scrivere e cantare in una lingua non loro — non per moda, ma perché è così che pensano, parlano, si raccontano. Una forma di distanza che protegge, ma non filtra. Con un’identità che non simula nessuno.

    E soprattutto, perseguono una linea chiara: dai visual al concept, senza team, senza major, senza hype. Nessun team creativo, nessuna agenzia. Solo loro, uno per uno, a costruire un progetto coerente e preciso, che oggi sembra professionale, ma che è nato in un garage.
    In un tempo in cui il DIY è spesso un trend, i Numbers 22 lo incarnano sul serio: senza estetica “lo-fi”, senza storytelling estetizzante. Solo lavoro.

    E una convinzione granitica: la forma deve reggere il contenuto.

    Nel 2025, chi canta in inglese partendo dal nulla ha due possibilità: sembrare fuori tempo, o sembrare fuori posto. I Numbers 22 non sono nessuna delle due cose: sembrano fuori dagli schemi, ma dentro l’unico spazio che conta davvero, quello della sostanza.

    In “22” non c’è un brano scritto a tavolino, una hit guida imposta, ma c’è un’esigenza chiara: raccontare ciò che brucia, ciò che non si riesce più a tenere dentro. Pezzi scritti nei giorni in cui le parole servivano per stare a galla.

    È per questo che proprio “R U Looking?” — la traccia di apertura — è attualmente in rotazione radiofonica: perché funziona come manifesto del progetto. Un brano che dice quello che molti pensano ma pochi hanno il coraggio di chiedersi davvero:

    «Your eyes are open, but are you looking?»
    («I tuoi occhi sono aperti, ma stai guardando?»)

    Tra scroll infiniti e silenzi pieni di rumore, questa domanda è diventata il mantra della band.

    Il resto dell’EP prosegue con la stessa urgenza. Ogni traccia è un frammento vissuto, una storia vera. Non c’è un sentiero preciso, c’è solo un bisogno: dire quello che spesso si ingoia.

    Nessun tentativo di piacere, nessun effetto scenico. Solo cinque canzoni che stanno in piedi da sole. Cinque verità da affrontare.

    A seguire, tracklist e track by track del disco.

    “22” – Tracklist:

    1. R U Looking?
    2. Time Files
    3. Too Bad
    4. Goodbye
    5. Piece of Myself

    “16m²” – Track by Track:

    L’EP si apre con “R U Looking?”, una sveglia in forma di brano che interroga chi ascolta e denuncia il torpore della vita digitale. «Your eyes are open, but are you looking? The world spins fast, but are you moving?» («I tuoi occhi sono aperti, ma stai guardando? Il mondo gira veloce, ma ti stai muovendo?»). Una domanda scomoda in un’epoca che anestetizza, che riempie di rumore ma toglie il senso. Il pezzo rompe il vetro della bolla online e chiede un ritorno alla realtà, come un grido di battaglia che ha il coraggio di non essere accomodante.

    Segue “Time Files”, il cui tema cardine è la liberazione da relazioni tossiche e dinamiche di dipendenza affettiva. È il racconto dell’istante in cui si smette di rincorrere chi ferisce e si sceglie, finalmente, di stare dalla propria parte: «I don’t wanna play your game. This time I’m the one who decides» («Non voglio giocare al tuo gioco. Questa volta sono io a decidere»).

    Too Bad” è forse il brano più crudo dell’EP. Una battaglia interiore che non cerca facili soluzioni: «Say you won’t let go ‘cause we’ll never go back. This is too bad» («Dì che non mi lascerai andare perché non torneremo mai più indietro. Questo è un vero peccato»). La voce si spezza, si riflette nello specchio, chiede di non essere lasciata da parte. Qui, l’alternative rock della band mostra la sua vena più fragile, ma senza perdere la forza comunicativa e narrativa. C’è la paura di essere lasciati all’angolo, ma anche la rabbia di chi non vuole arrendersi.

    In “Goodbye”, invece, la scelta diventa definitiva: il saluto alla sicurezza, alla casa, all’abitudine. «Close the door behind me, I have to find myself at all cost» («Chiudi la porta alle mie spalle, devo ritrovare me stesso a ogni costo»), cantano, raccontando cosa significa andarsene per ritrovarsi, anche se il cuore resta dov’era.

    A chiudere l’EP, “Piece of Myself”, un brano che è quasi un testamento. Una forza quietamente devastante: reiterata come una formula, ma mai sterile. Una confessione frammentata, l’alternanza tra controllo e rottura, tra il dire e il non riuscire a dirlo fino in fondo. Un pezzo che non ha bisogno di rincorrere il climax: resta lì, immobile, come una ferita che non si rimargina.
    «In everything I do, I leave a piece of myself» («In tutto ciò che faccio, lascio un pezzo di me stesso»): è un pensiero che si ripete, ossessivo, come se ogni verso fosse un tentativo di dirsi la verità fino in fondo. Il racconto delle notti in cui non si dorme, delle fughe che non funzionano, della fatica di provare a cambiare e fallire. Perché c’è chi scrive per guarire, e chi scrive per restare vivo. Qui non si cerca conforto: si cerca solo di reggere. È la chiusura più onesta possibile di un disco nato per necessità.

    «Facciamo musica perché non sappiamo vivere altrimenti – concludono i Numbers 22 -. Questo disco non lo vediamo come un inizio, ma come una conseguenza. È il frutto di tutte le volte in cui ci siamo detti “non ce la faremo mai”, e invece siamo andati avanti.»

    In un momento storico in cui sempre più giovani scelgono di emigrare per inseguire una possibilità, il percorso dei Numbers 22 intercetta un tema attuale e trasversale: la disillusione, la rinascita, il valore del sacrificio.

    “22” non è un EP che chiede di piacere. È un disco che pretende di essere ascoltato. E che lascia addosso qualcosa, come un tatuaggio. Come un numero che ritorna. Come qualcosa che non hai scelto, ma che ti sceglie. Un disco che rimane, anche quando tutto il resto scorre. Un punto fermo. O un punto di rottura.

  • Jazz e contaminazioni: la ricetta vincente di Edoardo Baroni. Il tour mondiale lo porta in Giappone

    Dalla raffinatezza delle sue composizioni al riconoscimento internazionale, Edoardo Baroni continua a tracciare una traiettoria artistica che unisce tecnica, sensibilità e dedizione. Dopo l’uscita di “By Heart” (Clockbeats), il suo terzo album acclamato da pubblico e critica, il chitarrista jazz bresciano si prepara a partire per un tour internazionale che lo porterà a suonare in Svizzera, Bulgaria, Italia e, soprattutto, in Giappone, con sei date previste tra Tokyo, Osaka e altre città chiave della scena culturale nipponica.

    La data simbolo del tour sarà il 24 luglio, giorno in cui Baroni si esibirà all’Expo 2025 di Osaka, rappresentando l’Italia con un live che racchiude l’essenza del progetto: un dialogo intimo tra virtuosismo jazzistico, omaggi colti alla tradizione classica e un’estetica fortemente emotiva. Il tour conferma così il profilo internazionale dell’artista, già noto per le sue reinterpretazioni di Django Reinhardt, Bach e Wes Montgomery, e per la capacità di fondere improvvisazione e rigore con una cifra stilistica unica.

    «Suonare all’Expo è un onore e una responsabilità – racconta Baroni –. Porterò con me ogni nota di “By Heart” come se fosse un gesto personale, una carezza fatta musica, nella speranza che il pubblico giapponese possa sentirla per com’è nata: dal cuore.»

    Oltre al Giappone, il tour ha fatto tappa a Roma, Berna e Sofia, con nuove date in aggiornamento in Lombardia e Piemonte. In ogni città, il repertorio sarà centrato su “By Heart”, alternando brani originali come “Let off steam” e “Silvia” a rivisitazioni colte come “All the things you are” o il Preludio BWV 999 di Bach. Non mancherà il tributo a Reinhardt, figura chiave nella formazione musicale di Edoardo e oggetto della sua tesi di laurea.

    Il tour si accompagna a una narrazione visuale curata fin nei dettagli, dalla copertina dell’album firmata dall’artista serbo Ivan Bjorn, alla regia del videoclip ufficiale di “Let off steam”, presentato in anteprima su Sky TG24.

    Calendario ufficiale del “By Heart Tour 2025”:

    🇮🇹 30/05/25 – Lestro Restaurant, Brescia (IT)
    🇨🇭 01/06/25 – ONO, Bern (CH)
    🇮🇹 07/06/25 – Sarnico, Brescia (IT)
    🇮🇹 28/06/25 – Crash, Roma (IT)
    🇧🇬 09/07/25 – Schroedinger Bar, Sofia (BG)
    🇧🇬 11/07/25 – In the Mood, Sofia (BG)
    🇯🇵 22/07/25 – Taiyo to Tora Music Zoo, Kobe (JP)
    🇯🇵 24/07/25 – TEAM EXPO Pavilion, Osaka World Expo (JP) (AS)
    🇯🇵 24/07/25 – Hi Five, Osaka (JP) (ES)
    🇯🇵 25/07/25 – Cloud 9, Chiba (JP)
    🇯🇵 26/07/25 – Mogumogu, Tokyo (JP) (AS)
    🇯🇵 26/07/25 – Mogumogu, Tokyo (JP) (ES)
    🇯🇵 27/07/25 – Legacy Lounge, Tokyo (JP)

    (AS) = Afternoon Set — (ES) = Evening Set

    Il “By Heart Tour 2025” va ben oltre il concetto di tournée internazionale: è il percorso di un musicista che porta con sé un’idea precisa di bellezza, fatta di ascolto, radici e incontro. Un progetto culturale che attraversa confini, celebrando la musica come linguaggio senza traduzione, in grado di arrivare ovunque ci sia qualcuno disposto ad ascoltare.

  • A 46 anni pubblica il suo primo singolo: l’“Estate Infinita” di Sonia Vantaggio racconta il valore delle seconde possibilità

    Debuttare a 46 anni legando il proprio battito a quello di un’estate che sembra non finire mai. La luce del Salento che attraversa i ricordi e li trasforma in futuro. La voce di chi ha scelto, con consapevolezza e determinazione, di tornare a fare spazio alla propria musica, senza rincorrere mode o consensi. Così nasce “Estate Infinita”, il primo singolo inedito di Sonia Vantaggio, cantautrice salentina classe 1978, che dopo una lunga pausa dedicata alla famiglia, torna alla musica con una nuova consapevolezza.

    Disponibile su tutte le piattaforme digitali, il brano porta con sé un significato molto più intimo della leggerezza legata alla stagione, suonando come un vero e proprio inno gentile alle seconde possibilità.

    Dopo anni passati tra piano bar e serate nei locali del Sud, Sonia aveva messo da parte la musica per dedicarsi alla vita privata. Ma l’arte, come il mare che torna sempre a riva, ha ripreso a bussare.

    La scelta di tornare alla propria passione, debuttando non con una cover, ma con un brano scritto e composto interamente da sé è, di per sé, controcorrente. In un contesto musicale dominato da esordi in giovanissima età e che spesso fatica a dare spazio alle voci femminili – soprattutto se over 40 -, la storia di Sonia offre un esempio virtuoso: la musica non ha scadenza, né età.

    Nata a Tricase e cresciuta a Salve, la Vantaggio è profondamente legata al Salento, non solo come cornice, ma come luogo dell’anima. E proprio da lì riparte, con un progetto interamente autoprodotto, fatto di sincerità e indipendenza creativa. Un progetto che racconta la leggerezza non come evasione, ma come partecipazione attiva, partendo da una domanda:

    Cosa significa, oggi, scegliere la leggerezza?

    Non quella superficiale, di chi ignora il peso delle cose, ma quella di chi ha imparato a portarle con grazia, lasciandosi attraversare dalla bellezza. Sonia ha fatto proprio questo: è tornata a sé attraverso le cose semplici — la sabbia che scotta sotto i piedi, un tramonto, una festa che non ha bisogno di luci artificiali per cominciare.

    «“Estate Infinita” è la mia rinascita – dichiara -. Ho scritto questa canzone una notte d’estate, guardando il cielo e ascoltando il rumore del mare. Mi sono chiesta cosa mi mancava davvero. E la risposta era semplice: la musica. Ho pensato a tutto ciò che mi faceva sentire viva: il mare, il vento, i sorrisi. Dopo tanti anni, ho sentito che era il momento di riprendermi il mio spazio. E il mio spazio è, da sempre, la musica.»

    Tra i fuochi accesi e i gabbiani in volo, il Salento diventa il simbolo delle radici, quelle che ci ricordano sempre chi siamo, da dove veniamo, quelle che non tradiscono. Sonia Vantaggio attinge al suo vissuto più intimo per raccontare un’estate che non è solo una stagione, ma un tempo sospeso, fatto di suoni, colori e libertà. L’immaginario salentino percorre tutto il brano come un fil rouge, dalla spiaggia sognata «col mio amor, fino all’alba» al «volo di gabbiani che volano lontani», emblema di un orizzonte che si allarga ma resta sempre connesso alla terra d’origine.

    L’estate cantata da Sonia non è quella da cartolina, ma quella reale e concreta che molti italiani vivono ogni anno: quella dei rientri nei paesi del Sud, delle sagre e dei falò, dei ritmi che rallentano e dei pensieri che si fanno più lievi. Un’estate che oggi, nel post-pandemia, ha acquisito un nuovo valore: quello di una possibilità di ritrovarsi — non in senso spirituale, ma relazionale, familiare, identitario.

    Il suo progetto si distingue per una maturità che non ostenta e una scrittura limpida, capace di parlare a più generazioni. “Estate infinita” è una canzone senza tempo, scritta e interpretata da chi ha deciso di ripartire da ciò che conta davvero. Senza rincorre l’estate perfetta, ma raccontandola per quello che può essere: un luogo interiore da cui ricominciare.

    «Non si smette mai davvero di essere ciò che si è – prosegue l’artista -. Avevo messo la musica in pausa, non via. Quando ho scritto questo brano, ho capito che era arrivato il momento di farle spazio di nuovo, senza aspettarmi nulla se non il piacere di condividere.»

    È proprio in questo che “Estate Infinita” trova la sua forza narrativa: in una stagione in cui si moltiplicano hit scritte a tavolino, il brano di Sonia Vantaggio colpisce per la sua semplicità, senza forzature. Non c’è pretesa di stupire, ma la volontà di condividere.

    Una canzone “scritta a voce alta”, con un lessico immediato e immagini che scorrono come flashback di un tempo leggero, ma non per questo meno denso. Dai «baci rubati» al «cuore che batte», dai cori che si alzano «fra sogni lontani» alle onde che «urlano e ci vogliono dentro», ogni strofa è ideata come una piccola scena vissuta in prima persona. L’arrangiamento pop, fresco ma non scontato, accompagna le parole senza sovrastarle. La produzione, volutamente essenziale, lascia spazio al racconto e alla voce di Sonia, capace di restituire quel senso di verità che spesso manca nei tormentoni estivi.

    Nel pieno di un dibattito pubblico sempre più affollato da cronaca, tensioni e instabilità, c’è un valore nel parlare di leggerezza. Ma serve farlo con consapevolezza, evitando l’evasione e scegliendo invece l’evocazione. È quello che riesce a fare la cantautrice pugliese, riportando al centro l’estate come spazio simbolico, dove tutto sembra ancora possibile, dove le giornate sembrano durare di più e le promesse non sono ancora scadute.

    Sonia parla a chi decide di ricominciare. Non per rincorrere un sogno rimasto in sospeso, ma per affermare la propria presenza. E il proprio desiderio di esserci, in un tempo in cui l’industria musicale sembra premiare solo l’istantaneità.

    Con “Estate Infinita”, accompagnata dal videoclip ufficiale girato a Marina di Pescoluse (LE) sotto la direzione di Samuele Del Colle con la produzione di Luciana Negro Supersano per Hybridstudio, Sonia Vantaggio apre uno scenario più ampio. Non una “carriera da iniziare”, ma una voce da ritrovare e una storia da raccontare, a modo proprio. Ed è proprio questo il senso di un’estate che non finisce mai: non il perenne alternarsi dei tormentoni, ma il tempo scelto per tornare a sé stessi. Con una canzone, con la propria voce, con un cuore che batte ancora.


  • Gianni Negri e Patrizia Kolombo raccontano l’amore liquido “Ai Confini dell’Urbano”

    Nel nuovo singolo “Ai Confini dell’Urbano” (PaKo Music Records/Believe Digital), il cantautore e musicista partenopeo Gianni Negri e l’autrice milanese Patrizia Kolombo mettono in musica l’attrazione inafferrabile, i legami sfiorati e mai vissuti, la linea sottile tra presenza e assenza. Un acquarello dipinto tra sogno e realtà, le cui sfumature sonore attingono da una tavolozza attualissima, quella della cultura delle connessioni frammentate.

    Una donna sfuggevole, una metropoli che diventa quinta teatrale di apparizioni notturne, e una voce pura, cristallina – quella di Gianni Negri –che narra senza sovrainterpretare, descrivendo l’evanescenza senza ingabbiarla e provando a trattenere ciò che, per natura, non può essere fermato. È Milano, stavolta, il luogo simbolico in cui prende vita questa storia: «Mi baci e scappi via… lontano. Poi ritorni ancora sotto il cielo di Milano. In ogni tuo sospiro tra sacro e profano.»

    Tra il sacro e il profano, come la dimensione in cui si muove non solo la figura femminile al centro del brano, ma anche il linguaggio con cui viene citata, chiamata in causa, celebrata: una danza a mezz’aria tra istinto e distanza, tra l’impulso di afferrare e la resa all’inafferrabile. In questo spazio intermedio – dove la città non giudica, ma assiste – trova forma una riflessione più ampia sul desiderio contemporaneo: quello che non cerca conferme, ma esperienze; che non domanda garanzie, ma libertà. È lì che Milano diventa il fondale ideale per una storia che non cerca risposte, definizioni o certezze, ma resta nella sospensione, nel passaggio irrisolto tra presenza e mancanza.

    Il brano, scritto e composto a quattro mani da Gianni Negri e Patrizia Kolombo e prodotto da Francesco De Rosa, segue la fortunata scia inaugurata con “Così Non Finirà”, brano in cui la coppia artistica incoraggiava ad amare oltre la paura, oltre ogni differenza. Ma stavolta lo sguardo si sposta: da ciò che è duraturo a ciò che fugge, da ciò che si crea con il tempo a ciò che si consuma nell’istante.

    “Ai Confini dell’Urbano” è l’attrazione mai tradotta in una storia. L’incontro che sfiora ma non attraversa, che lascia nel cuore non impronte, ma graffi. Una metafora che rispecchia, in modo limpido, il modo in cui oggi, molto spesso, si vivono i rapporti: tra dating app e contatti intermittenti, sempre più legati all’intensità del momento che alla continuità del sentimento.

    Oggi cresce il numero di persone che vivono storie brevi, intense e non necessariamente definite, mentre le relazioni stabili appaiono sempre più difficili da raggiungere per molti giovani adulti. Una dinamica che si riflette nella cultura e nella musica, dove la narrazione dell’incompiuto – del quasi amore – si fa specchio di una generazione. Inoltre, Una ricerca condotta da YouGov per Tinder ha evidenziato come oltre il 70% della Gen Z italiana preferisca “connessioni fluide” rispetto a relazioni etichettate. Un trend che prende sempre più spazio nel racconto degli incontri mancati, dei legami in bilico, delle presenze sfuggenti.

    «Nel brano, io e Gianni Negri, raccontiamo un’attrazione che non è stata una storia, ma qualcosa che ha lasciato un segno dentro – racconta Patrizia Kolombo –. È come inseguire un’idea, una possibilità. E spesso, le possibilità che non diventano reali sono quelle che restano più vive nella memoria.»

    Le atmosfere sonore – tra pop elegante e suggestioni cinematografiche – accompagnano la voce di Gianni Negri in un percorso fatto di attese e rincorse. Il ritornello, ipnotico e dolente, è reiterato come un mantra:

    «Sei qui, sei qui, sei qui ma poi tu voli via…»

    «A volte non serve vivere qualcosa fino in fondo per capirne l’intensità – conclude Gianni Negri – Questa canzone nasce da un incontro che non è mai diventato niente di concreto. Eppure, proprio per questo, è rimasto con me. Come tutte le cose che non finiscono, perché non iniziano mai davvero.»

    Il titolo stesso del brano – “Ai Confini dell’Urbano” – si presta a una doppia lettura: da un lato richiama la geografia di un incontro marginale, ai bordi della città e della realtà; dall’altro, suggerisce lo spaesamento di chi si muove tra il dentro e il fuori, tra l’attesa di una presenza e la certezza di una distanza.

    Con questo nuovo singolo, Gianni Negri e Patrizia Kolombo dimostrano ancora una volta la loro affinità artistica e la capacità di dar voce a tematiche spesso taciute. Dopo il successo di “Così Non Finirà” – disponibile anche in una versione in napoletano, “O’ ssaje nun po’ fernì” –, la coppia torna a collaborare su un progetto che racconta l’attrazione senza promessa, l’indefinito come scelta e la bellezza di ciò che non si può possedere, ma solo vivere.

    Perché il desiderio, la passione, l’amore… non hanno bisogno di chiedere definizioni. E sanno benissimo come muoversi “Ai confini dell’urbano”.

  • Non una semplice love song: “Last Time” è un brano necessario

    C’è sempre un momento in cui ci diciamo che sarà l’ultima volta. Che sapremo resistere. Che non cederemo più. Poi, come in un riflesso familiare, torniamo indietro. Basta uno sguardo, un ricordo, una mancanza. E quel “mai più” si trasforma in “ancora una volta”. “Last Time”, il nuovo singolo di OARA – nome d’arte di Eleonora Albrecht, attrice, modella, cantautrice e DJ con base tra Roma e Parigi – nasce proprio da questo cortocircuito tra cuore e ragione. Disponibile in doppia versione (original e remix a cura di KeeJay Freak), il brano racconta quel punto di rottura in cui il desiderio prende il sopravvento sulla volontà.

    Una traccia che affonda nelle zone grigie dell’affettività, in una dinamica relazionale spesso taciuta: la forza irrazionale dell’attrazione, il ritorno ciclico verso ciò da cui sappiamo di doverci allontanare. Non c’è redenzione, solo la consapevolezza amara di un copione che si ripete, sempre uguale, anche quando proviamo a sottrarci, intrappolati tra ciò che vorremmo e ciò che sappiamo non potremo mai avere.

    Con un sound che richiama le cromature internazionali di Purple Disco Machine e le geometrie pop di Dua Lipa, OARA distilla una storia personale in un pezzo che unisce l’eleganza della scrittura all’efficacia della pista. “Last Time” è una canzone che parla d’amore, ma anche di autocoscienza: racconta la sensazione di impotenza che si risveglia quando ci si innamora della persona sbagliata, e la lucida cognizione che anche la passione più grande può diventare un vicolo cieco.

    Un brano estivo ma malinconico, che tratta un tema antico con uno sguardo attuale: la dipendenza affettiva. L’illusione di poter gestire qualcosa che, per sua natura, sfugge.

    «L’ho scritto pensando a tutte quelle situazioni che ci attirano come calamite, anche se sappiamo che ci faranno male. Quelle storie in cui sappiamo benissimo che non potrà esserci un futuro, ma restiamo comunque lì – racconta OARA –. Ci diciamo che non accadrà più, ma spesso è solo una promessa a metà. È un loop da cui è difficile uscire, eppure è lì che impariamo a conoscerci meglio.»

    È proprio qui che si riconosce la cifra stilistica di OARA: una punta di nostalgia nelle parole, intrecciata a sonorità ballabili che non cercano la leggerezza a tutti i costi, ma sanno contenerla. Un equilibrio misurato e prezioso, in cui scrittura e ritmo dialogano senza annullarsi.

    “Last Time” è ispirato anche a storie vissute da chi le è vicino, tra cui quella di una sua amica innamorata di un uomo già impegnato:

    «Sapeva di non poter costruire nulla con lui, ma non riusciva a lasciarlo andare. In questi casi, bisogna ritrovare la forza in sé stessi. Non per orgoglio, ma per sopravvivenza», aggiunge l’artista.

    Da qui nasce anche uno sguardo più ampio, una riflessione sul ruolo delle donne all’interno di queste dinamiche:

    «Voglio che chi ascolta si senta capita, ma anche spronata – conclude OARA -. Non siamo destinate a restare ferme in ruoli che non ci appartengono: possiamo scegliere di rimetterci in cammino, di rialzarci. Prima che diventi l’abitudine, o il timore di rimanere sole, a scegliere al posto nostro. Lo dico a me stessa, e alle mie amiche, ogni volta che serve.»

    Secondo uno studio pubblicato nel 2024 dalla rivista State of Mind, la dipendenza affettiva patologica riguarda circa il 12% della popolazione adulta italiana in terapia psicologica, con una prevalenza femminile significativa. Una cifra che, seppur circoscritta al contesto clinico, suggerisce un fenomeno molto più esteso e spesso invisibile, che attraversa ogni fascia d’età e condizione sociale. Un dato che fotografa parzialmente il problema: la dipendenza affettiva resta infatti in larga parte sommersa, vissuta in silenzio da chi non riconosce o non dichiara il proprio disagio. In molti casi, si tratta di relazioni in cui uno dei partner fatica a interrompere legami che generano sofferenza, pur riconoscendone la natura disfunzionale. Le implicazioni psicologiche sono ampie: dall’ansia da abbandono all’abbassamento dell’autostima, fino a forme di isolamento emotivo che possono durare anni.

    È un tema ancora poco raccontato, ma sempre più diffuso, come dimostrano anche le crescenti richieste di supporto presso centri psicologici e consultori. In questo contesto, canzoni come “Last Time” contribuiscono a portare alla luce dinamiche molto personali che spesso restano in ombra: storie in cui riconoscersi è il primo passo per uscirne.

    Anche quando si veste di suoni pensati per il dancefloor, il brano non tradisce la sua natura più intima. Il remix di KeeJay Freak, produttore noto nel panorama dance europeo, rilegge la struttura originale e le conferisce un respiro da club estivo. Ma dietro il ritmo, il pezzo continua a portarsi dietro le domande da cui è nato, senza alleggerirne il senso: lo sposta altrove, ma non lo dissolve.

    Lo stesso vale per il testo, co-scritto da OARA in sinergia con un team di autori fidati, che alterna immagini sensuali a momenti di resa:

    «You’re gonna crush another soul. Move your body let it go. I just wanna lose control»
    Stai per schiacciare un’altra anima. Muovi il tuo corpo, lascialo andare. Voglio solo perdere il controllo»)

    Un verso che cristallizza la dinamica affettiva alla base del progetto: non è la mancanza di volontà a renderci fragili, ma l’illusione di poter gestire il desiderio come fosse razionale. La volontà che cede, il corpo che anticipa il pensiero, la solitudine che sopravvive all’amore.

    Quella di OARA è una carriera che spazia tra moda, cinema e club. Nata come attrice e modella, con una formazione internazionale tra Parigi, Londra e Los Angeles, ha fatto il suo esordio musicale nel 2022 con “Sono in vacanza”, affermandosi come cantautrice capace di unire immediatezza radiofonica e sensibilità narrativa. Dal 2023 suona anche come DJ, portando nei suoi set un mix di elettronica, pop e atmosfere retrò, ispirandosi a icone internazionali come Kylie Minogue.

    Negli ultimi due anni ha pubblicato singoli come “Un bacio blu”, “Je danse” e “Odette”, brano dedicato alla madre – ex étoile del Teatro dell’Opera – e alla bellezza della danza classica. Il suo universo musicale è un intreccio di esperienze e identità: italiano e francese, cinema e musica, palco e pista da ballo.

    Ma è con “Last Time” – accompagnato dai due videoclip ufficiali, dedicati rispettivamente alla versione originale e al remix e presentati in anteprima su Sky TG24 – che OARA tocca un tema trasversale, attuale, intergenerazionale: quello dell’amore sbilanciato, del desiderio che sfugge al controllo, e del bisogno di ritrovare se stessi fuori dalla dipendenza affettiva. In una contemporaneità in cui le relazioni si consumano spesso tra messaggi vocali e notifiche, la sua è una voce che invita a fermarsi e a fare i conti con ciò che davvero ci lega – e ci libera.

  • La musica dei ColliMare tra spoken word e cantautorato

    Cosa succede mentre aspetti una risposta sullo schermo? A volte, una canzone. “Sta scrivendo…” è il nuovo singolo del collettivo ColliMare, disponibile su tutti i digital store per Watt Musik. Il brano prende il titolo dall’indicazione che compare quando qualcuno sta per risponderci in chat. Ma anziché raccontare l’amore nato online, o il cuore spezzato da messaggio letto e mai risposto, fotografa l’attimo prima del coraggio. Quel momento in cui decidiamo se aspettare, scappare o finalmente esporci.

    Un modo nuovo di raccontare quello che proviamo, quando non sappiamo come dirlo. Una canzone nata da un gesto qualunque. E da una domanda che ci riguarda tutti.

    «Volevamo partire da una cosa minuscola, quotidiana – dichiarano i ColliMare -. Quei tre puntini che ci fissano e ci fanno immaginare mille risposte. O mille silenzi. Da lì è nato tutto.»

    Loro sono il duo BellaNotte, Slat ed Edgar Allan Pop: quattro artisti attivi da anni tra musica, teatro e sperimentazione. Hanno deciso di unire le forze e fondare il collettivo ColliMare, un progetto nato tra le colline e il mare della Romagna. Non una band, ma una formazione a geometria variabile che fa della diversità stilistica un punto di partenza. Lo stesso nome, suggerisce anche l’intenzione di far collimare differenze: geografiche, artistiche, personali. Senza etichette, senza classificazioni. La vera idea di collettivo: non quella che unifica, ma quella che tiene insieme. E in cui le singole identità non si annullano, ma si arricchiscono a vicenda.

    Nessuna forma prestabilita da rispettare, nessun algoritmo da assecondare.

    «Veniamo da ambienti diversi e da linguaggi non sempre riconosciuti – affermano –. Ma vogliamo suonare insieme, senza snaturarci e senza forzature. In fondo, anche i nostri live sono così: spontanei, mai uguali.»

    Il brano, registrato negli studi Atomic di Longiano (FC) e prodotto da Enrico Zavalloni, fonde scrittura cantautorale, spoken word e beat elettronici, senza rincorrere o incasellarsi in una scena o un genere.

    “Sta scrivendo…” è un ibrido sonoro essenziale, che accoglie i piccoli timori contemporanei e li trasforma in ritmo, immagine e narrazione.

    Al centro, un’inversione di senso, uno scarto semantico che somiglia al modo in cui ci parliamo oggi: veloce, ironico, ma pieno di cose non dette.

    «Tu sei l’influenza che voglio prendere»

    Un verso che parla di una scelta: quella di lasciarsi attraversare, anche da ciò che fa paura. E in fondo, è questa la direzione che prende tutto il brano: rimanere dove normalmente si evita di stare.

    Secondo Statista (2023), più del 70% delle comunicazioni sentimentali tra under 35 in Italia avviene via messaggio. Una connessione continua, che però non toglie le incertezze. I ColliMare partono proprio da qui: dal paradosso di essere sempre connessi, ma ancora incapaci di dirsi le cose davvero.

    «La nostra generazione si racconta a pezzetti, in chat, in note vocali, in like. Ma ogni tanto serve qualcuno che raccolga quei frammenti e li metta in musica, anche con un beat sotto.»

    “Sta scrivendo…” parte dall’idea che la canzone d’autore possa ancora essere una forma di pensiero – anche nel mondo digitale. Senza nostalgia, solo con il coraggio di restare in quel momento sospeso, prima che le parole arrivino.

    La copertina del singolo richiama l’estetica delle app di messaggistica, ma in controluce: come se qualcosa stesse per succedere, ma non ancora.

    Nel testo si parla di ansia, crescita, distanza e disattenzione. Ma anche di unione, di passaggi generazionali, e di libertà.

    In un’estate piena di canzoni che parlano di leggerezza, “Sta scrivendo…” sceglie di aspettare un attimo in più prima di parlare. E in quel tempo – sospeso, digitale, umano – prova a raccontare chi siamo, quando ancora non sappiamo come dirlo.

  • Quando a parlare è il cane abbandonato: Ciaro emoziona e scuote le coscienze

    C’è un momento, ogni anno, che si ripete con drammatica puntualità. Con l’arrivo dell’estate, come un rituale crudele, le città si svuotano, mentre le strade e le campagne si riempiono di silenzi assordanti. Ma qualcuno resta. Resta a guardare una porta chiusa, un’auto che si allontana, portando con sé una bugia travestita da amore. Sono gli animali abbandonati. Quelli che aspettano, senza sapere cosa hanno sbagliato.

    È da questa straziante attesa che nasce “Non lasciarmi qui”, il nuovo singolo di Ciaro, al secolo Giulia Ciaroni, che sarà presentato in anteprima assoluta domenica 29 giugno a Torino, durante una speciale giornata dedicata alla lotta contro l’abbandono degli animali – tra testimonianze, musica e impegno collettivo – e sarà reso disponibile su tutti i digital store lunedì 30 giugno.

    Il brano, scritto dal punto di vista del cane, è un grido d’aiuto. È la voce spezzata di chi non può parlare, ma può solo aspettare. Guardare. Soffrire.

    È lui che parla. È lui che resta fermo, lì dove l’hanno lasciato.
    Non giudica. Non serba rancore. Chiede solo di non essere dimenticato. E di essere amato.

    Non è la descrizione dell’abbandono: è l’abbandono. Lo vive, lo attraversa, dall’inizio alla fine.

    Nato dall’urgenza di sensibilizzare l’opinione pubblica su una delle piaghe più dolorose del nostro tempo, il brano – primo singolo del collettivo Almae Music – sceglie di dare parola a chi solitamente resta fuori da ogni racconto: chi subisce.
    Non chi lo osserva, non chi lo combatte.
    Ma chi resta, fermo, dove l’hanno lasciato.

    Scritto da Giulia Ciaroni (Ciaro) e Francesca Pogliano, con la produzione di Giacomo Bertozzini per Almae Music, le edizioni di Victoria Music e accompagnato dal videoclip ufficiale – disponibile dal 4 luglio – diretto da Livia Lavagno per Leevia Production, “Non lasciarmi qui” è una finestra sulla solitudine.
    Dall’attesa alla delusione. Dal ricordo al vuoto.

    L’abbandono degli animali domestici è una tragedia che ogni estate si ripete con numeri allarmanti e in costante crescita. Secondo i più recenti dati raccolti da ENPA, nel corso del 2024 sono stati accuditi oltre 274.000 animali abbandonati, un aumento del 55% rispetto ai 176.633 registrati nel 2023.
    Una tendenza che nel 2025, già nei primi mesi, mostra segnali preoccupanti di continuità.

    In Italia, ogni estate, vengono abbandonati in media 130.000 animali domestici, tra cani, gatti e altre specie, con una stima di oltre 380 animali al giorno. Molti finiscono in strada, altri vengono ceduti ai rifugi già sovraffollati, pochi riescono a trovare una nuova casa.
    I più, semplicemente, spariscono dal radar della coscienza collettiva.

    L’abbandono resta un reato punibile per legge, ma la sua diffusione capillare e spesso invisibile lo trasforma in una violenza normalizzata.

    Una ferita che si riapre ogni estate, senza mai rimarginarsi davvero.

    Ma per far sì che un messaggio non sia solo un effimero slogan, non basta indignarsi. E non basta nemmeno scriverlo o cantarlo: bisogna portarlo dove può fare la differenza.

    È così che nasce l’evento benefico del 29 giugno a Torino – presso la Cittadella NIDA in Via degli Ulivi 11, a partire dalle ore 16:00 – pensato per trasformare lo sdegno in responsabilità, consapevolezza e impegno, e la musica in un gesto concreto.
    Una giornata aperta a tutti, in cui parole, esperienze e volti si intrecceranno per raccontare ciò che spesso resta ai margini: la vita di chi è stato abbandonato.

    Tra i protagonisti della giornata, personaggi noti e influencer che hanno aderito senza esitazione, mettendo a disposizione la propria presenza e sensibilità. Tra i tanti: Diego e Klea, Gabriele Genovese, Letizia Petris (Finalista Grande Fratello 2024), Elisa De Angeli (Toelettatrice/influencer), Mirko Darar (Italias Got Talent- il mio cane parla- comico/educatore cinofilo), Dott. Diego Rendini (comportamentalista – Università di Torino), Maris Noorhani (addestratrice cinofila E.N.C.I.), Dott.ssa Adriana Tugnoli (psicologa) e il celebre Dj Bruno Power.

    Insieme a loro, numerosi rifugi, canili, associazioni e professionisti del settore. Tra le realtà a livello nazionale, spicca l’adesione di AICAS, impegnata da anni nella tutela e nella difesa degli animali.

    A unire la musica al gesto, resta la voce di Ciaro:

    «Ho scritto questa canzone – dichiara -, cercando di mettermi nei panni di chi non può raccontare il dolore che prova. Volevo che a parlare fosse il cane, con la sua attesa, con il suo sguardo. Non è un brano realizzato per commuovere, ma per far pensare. Se anche una sola persona, ascoltandola, si fermerà prima di andarsene… allora sarà servito a qualcosa.»

    Ciaro ci invita a riflettere, a provare empatia. Perché a volte, basta poco per cambiare le cose: un’azione, una scelta, una presa di coscienza.

    E la musica, ancora una volta, si conferma uno degli strumenti più immediati per arrivare al cuore. Per dare voce, in prima persona, a chi voce non ne ha.

    “Non lasciarmi qui” è una canzone, sì. Ma è anche un movimento.
    Uno spazio sicuro per chi non può difendersi.
    Un atto d’amore.
    Perché l’amore vero… non abbandona, mai.