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  • Scrivere dopo un’ischemia: Gianni Montelatici vince il Premio Bigazzi

    La biografia di Gianni Montelatici si è spezzata in un pomeriggio del 2014, quando un’ischemia ha imposto un blackout improvviso, resettando il corpo e costringendo il pensiero a un silenzio bianco, quasi irreale. Ma in quella lunga convalescenza, la musica è tornata a reclamare il suo spazio, non più come passione e passatempo ma come unico linguaggio possibile per rimettere insieme i pezzi e tornare a decodificare il mondo.

    Nell’illusione che il dolore sia una pratica burocratica da evadere nel tempo di un EP, che basti un nuovo incontro o il banale scorrere dei mesi per derubricare un’assenza a semplice ricordo, l’artista fiorentino, con la ruvidità di chi ha masticato la vita lontano dai riflettori prima di prendersi il primo posto al Premio Bigazzi nella Sezione Cantautori, decide di fare il percorso inverso. “Se fosse vero”, il suo nuovo singolo, è il racconto di un cuore che non sente più nulla proprio perché ha smesso di credere alle ricette precostituite della guarigione.

    Un brano che non insegue il consenso immediato delle playlist o dell’airplay, ma cerca la verità nel fondo di un calice amaro, dove le fotografie di un quartiere e le gare di moto restano lì, a testimoniare che, a volte, non si guarisce affatto.

    Montelatici sa che ci sono canzoni che funzionano come placebo e altre che, semplicemente, scelgono di non mentire. Per questo, scrive con la consapevolezza empirica di chi sa che il dolore non si cancella, ma si integra, si abita e si metabolizza, lasciandolo decantare e trasformandolo in un compagno di viaggio con cui negoziare quotidianamente.

    Quel calice amaro diventa un bicchiere di verità versato sul mondo, un rifugio di cristallo che riflette una vita che continua altrove, lasciando il protagonista in un vuoto che nessuna canzone può davvero colmare. Il suo è un realismo sporco, umano, visceralmente distante dalle anse edulcorate del pop contemporaneo.

    Il tempo smette di essere un medico nel momento in cui la ferita non si rimargina, ma diventa parte integrante della propria geografia identitaria: le lancette che corrono non sono più un trauma da superare, ma un elemento ricostitutivo del sé, come una cicatrice che smette di far male ma ridefinisce i contorni di chi la porta. In “Se fosse vero”, i giorni che passano non portano sollievo, ma agiscono come un reagente chimico che rivela la persistenza del ricordo: il tempo non cura, si limita a testimoniare l’impossibilità di dimenticare, convertendo l’aspettativa di un ritorno nella dignità di restare esattamente lì, dove tutto è finito.

    Il brano interroga direttamente l’ascoltatore, mettendolo di fronte allo specchio di quelle illusioni che spesso accettiamo per sopravvivere.

    Le parole dell’artista sottolineano l’inefficacia delle soluzioni indolori:

    «Qual è la cura per cancellare il dolore? Basta credere nelle ricette che ormai quasi come un mantra si ripetono da tempo immemore? Il tempo che cancella? La ricerca di un nuovo amore? La voglia di scappare lontano? Chissà…Forse la vera medicina è proprio questo restare nel dubbio, senza la pretesa di trovare una cura, ma con la dignità di portarsi addosso la propria storia.»

    “Se fosse vero” è la constatazione che non esiste un solo colpevole e che il dolore non si elimina, si impara a portarlo con sé. È la voce di chi ha guardato il vuoto e ha scelto di riempirlo con una canzone che non promette guarigioni miracolose, ma offre la dignità di una ferita ancora aperta.

    Dopo anni di silenzi e strade interrotte, è stata la convalescenza forzata del 2014 a riaccendere la scintilla creativa in Montelatici, portandolo a strutturare un percorso di scrittura consapevole, che ha trovato la sua massima consacrazione sul palco del Premio Bigazzi.

    Il singolo sintetizza questa evoluzione unendo la sensibilità cantautoriale più pura a una struttura narrativa solida, capace di parlare a quanti abbiano cercato, invano, di dimenticare attraverso il filtro del tempo.

    L’artista descrive così la genesi concettuale del brano:

    «”Se fosse vero” cerca di raccontare come non sia possibile cancellare il ricordo di un grande amore. Non basta il tempo, non servono le parole, i testi che affrontano il problema. Il dolore si impara ad addomesticarlo, ma non si cancellerà mai. Così come non ci sarà mai un solo colpevole.»

    Il valore del pezzo non risiede solo nella penna onesta e disincantata di Montelatici, ma anche in una veste sonora curata da Marco Falagiani. La produzione artistica di Falagiani — già braccio destro di Giancarlo Bigazzi e firma dietro successi che hanno segnato la storia del Festival di Sanremo e del cinema internazionale — conferisce al brano una caratura che esula dalle logiche del pop istantaneo, spesso usa-e-getta. La collaborazione tra il cantautore e il Maestro ha dato vita a una traccia in cui ogni sfumatura del calice amaro di cui parla l’artista trova una collocazione precisa, cristallizzando un’esperienza individuale in una narrazione in cui è facile riconoscersi.

    Attualmente impegnato anche nel progetto GiBombay, dove la sua anima autorale incontra venature hard rock, Gianni Montelatici si riaffaccia sulla scena nazionale con un progetto che rivendica il diritto di sentire, di ricordare e, soprattutto, di non guarire secondo le tempistiche dettate dalla società del benessere istantaneo, forzato e performativo.

  • “Resti in città” di MODNA fotografa una stasi sempre più diffusa

    Ogni giorno, intorno alle tre del mattino, le città tornano alla propria ossatura. È un orario che non promette più nulla: i bar restano aperti per inerzia, il traffico si assottiglia, e quel fascino notturno che di solito avvolge le strade lascia spazio a una verità meno romantica, ma rivelatrice. In quel “silenzio finto”, dove il traffico è solo un’eco e le luci dei lampioni feriscono gli occhi, si consuma il paradosso di “Resti in città”, il nuovo singolo di MODNA scritto a quattro mani con Daniele Pirozzi tra le aule del Conservatorio Nicola Sala.

    Il brano arriva in un momento in cui l’idea di “cambiare vita” è diventata una formula ricorrente, ma sempre più spesso resta confinata alle parole. Si parla di fuga, di ripartenza, di altrove, di viaggio come catarsi e di nomadismo digitale come massima aspirazione, mentre le giornate continuano a svolgersi nello stesso perimetro.

    Con “Resti in città”, MODNA lavora in maniera controintuitiva, perché non racconta chi parte, ma chi decide di rimanere, o meglio, chi ha imparato perfettamente il linguaggio dell’andarsene assimilandone ogni concetto, senza mai trasformarlo in azione. Il sogno della fuga continua a esistere, ma si consuma nella ripetizione, fino a diventare un’abitudine, una promessa che non trova mai il compimento effettivo.

    Il cantautore lucano d’adozione campana scatta così una polaroid tersa e precisa su una generazione che “vorrebbe ripartire da zero”, ma trova nel proprio spazio, nel proprio recinto urbano, una rassicurante, seppur incompleta, forma di protezione.

    Il brano segue una donna dentro una routine che funziona, ma non la appaga totalmente. Lavora, esce, attraversa locali affollati, balla da sola in casa. Usa la città per restare in movimento senza mai spostarsi davvero. Accanto a lei c’è una presenza costante, mai invadente. Si riconoscono, si osservano, restano fermi un istante prima di una qualsiasi incarnazione di un noi. È un incontro che non produce svolte, perché le svolte non sono previste.

    Nel testo, la frase «non siamo mica come Milano» delimita questo perimetro senza bisogno di spiegazioni. Non oppone provincia e metropoli, ma due tempi diversi: da una parte il mito della velocità come valore, dall’altra una sequenza di giorni simili che impedisce accelerazioni e deviazioni. L’asse si sposta dal dinamismo produttivo della prima alla verità nuda della seconda, dove si beve birra per calmare i pensieri e si balla soli in salotto, simili a una “Jennifer senza il ballo perfetto”. È un’osservazione priva di giudizio, che porta con sé solo il rigore di chi osserva un incontro fatto di sguardi che si incrociano in un bar affollato senza mai oltrepassare il confine.

    Anche sul piano musicale il brano evita soluzioni risolutive. La produzione di Pirozzi – impreziosita dai Rhodes di Gianluca Sposito e da una sezione ritmica asciutta – regala un’atmosfera distesa che trova il suo compimento nel videoclip ufficiale, girato a Napoli da Alfonso Venafro e presentato in anteprima nazionale su Sky TG24.

    Qui, la città non è sfondo ma co-protagonista, una pelle che la protagonista, interpretata da Carmen De Vita, indossa per sentirsi viva, anche a costo di restare irrisolta.

    «Esiste una dignità complessa nelle scelte che non si compiono – spiega MODNA -. “Resti in città” è un’evasione mancata che diventa identità. Io e Daniele Pirozzi abbiamo cercato di catturare quel punto di rottura in cui il desiderio di novità soccombe alla necessità di sentirsi al sicuro, anche se incompleti. Restare, talvolta, richiede molto più coraggio che andarsene.»

    “Resti in città” parla di chi immagina un altrove, ma continua a vivere dove si sente al sicuro, anche a costo di restare incompleto. Una condizione sempre più diffusa e sempre meno raccontata senza giudizio.

    MODNA, forte di un percorso che lo ha visto passare dai palchi Rai alla finale del Premio Arte d’Amore, conferma qui una maturità intellettuale già intravista nel suo esordio letterario “Il rumore dentro”. La sua non è una proposta di intrattenimento, ma una proposta di senso. Ciononostante, il brano evita il rischio del compiacimento malinconico, grazie ad una struttura argomentativa solida, un lessico ricercato ma mai artificioso, e un ritmo di prosa musicale che segue quello della vita reale: sincopato, incerto, profondamente umano. È una canzone che non parla per noi, ma di noi. Di quel caffè preso in silenzio e di quella voglia di sparire che, puntualmente, si ferma davanti al primo semaforo rosso della propria via di casa.

  • Quando “ti amo” diventa una frase qualunque: Niko e la svalutazione semantica dell’amore nel linguaggio digitale

    «Ti amo è un insulto se non viene dal cuore». Perché quando si usano le parole più importanti senza nobilitarle, si consumano. E quando si consumano, smettono di dire qualcosa e fanno danni.

    Nel 2026 le dichiarazioni sentimentali non mancano di certo. Anzi, circolano ovunque. E forse, proprio per questo, sembrano valere meno. “Mappa Perfetta”, il nuovo progetto di Niko, nasce dal disallineamento tra l’amore che continua a essere raccontato e quello che, sempre più spesso, viene ridotto a una sequenza di frasi già sentite, imitate, ripetute. Un ritratto del modo in cui oggi si promette, si dichiara, si recita. Le parole funzionano come formule: suonano corrette, perfette. Le esperienze, molto meno.

    Dopo “Anime Perse”, che aveva dato voce al logorante silenzio del ghosting e all’assenza improvvisa e spiazzante nei legami affettivi, l’artista reatino d’adozione capitolina sposta lo sguardo su quello che accade quando il silenzio finisce: il rumore assordante delle parole. Parole educate, automatiche, inflazionate. Parole di rito, volte a descrivere ciò che per antonomasia non può essere decritto, ma solo vissuto. E che si ritrovano a riempire le pagine di sentimenti recitati per copione. Parole che non proteggono più nessuno.

    E Roma, sotto la pioggia, a definire il tono del racconto, incorniciando la stanchezza di chi torna sempre allo stesso punto, tra baci dati per abitudine, promesse non mantenute e direzioni incerte. Una città attraversata da luci riflesse sull’asfalto, da ombre che si allungano tra i vicoli, da silenzi che si impongono come le architetture antiche che ne dominano gli scorci. È lì che Niko ambienta la sua nuova canzone: in uno spazio che resta immutato pur offrendo sempre qualcosa di nuovo, mentre nel linguaggio relazionale tutto sembra continuare a ripetersi.

    Il brano, scritto e prodotto da Fede Mcallister, prende forma in un mondo saturo di promesse, ma sceglie di prenderne le distanze. Un mondo in cui il “ti amo” rischia di ridursi a un automatismo, a un riflesso meccanico di un tempo trascorso insieme senza essere davvero vissuto, svuotato dalla ripetizione, imitato come una battuta di un film già visto.

    Niko evita banalizzazioni e idealizzazioni, muovendosi dentro il tempo che racconta e affidandosi a una scrittura fatta di immagini concrete e malinconiche: «Fanno tutti per finta, fanno tutti l’amore», canta, mettendo in discussione la distanza sempre più evidente tra ciò che viene dichiarato, espresso a voce, e ciò che si prova davvero.

    “Mappa Perfetta” non è la ricerca di una relazione ideale, ma il tentativo di ritrovare una bussola in mezzo a un linguaggio che ha perso il senso stesso di ciò che comunica. La “mappa”, infatti, non indica un luogo, ma un modo di sentire: più consapevole, meno automatico.

    Il suono accompagna questo percorso. La voce di Niko attraversa registri diversi con assoluta naturalezza, lasciando spazio ai silenzi. E proprio in quelle pause il brano trova il suo equilibrio: negli interstizi, nelle frasi che non cercano di spiegare tutto, ma lasciano respirare il senso.

    Roma ritorna, ancora, come simbolo. Come luogo di passaggio, di attese, di giornate che sembrano tutte uguali finché un dettaglio – una luce, un sorriso, una pioggia improvvisa – non cambia la prospettiva. «Stretta sopra Roma se piove», rende perfettamente l’idea della città interpretata e abitata come stato d’animo, come dimensione interiore, più che geografica. Un punto fermo dentro un movimento ininterrotto tra dubbi, domande ed esitazioni.

    “Mappa Perfetta” parla di promesse, ma soprattutto di responsabilità. Quella di dare alle parole il valore e l’importanza che meritano. Di non usarle come rifugi temporanei, ma come strumenti capaci di creare legami, emozioni e sentimenti che resistono al tempo.

    Nel linguaggio digitale, sempre più rapido e meno umano, Niko si muove in controtendenza, riportando l’attenzione su ciò che viene detto e, soprattutto, sul modo in cui viene detto.

    Perché le parole non sono neutre. Si portano dietro quello che promettono, quello che negano, quello che eludono. Possono avvicinare, ma anche allontanare. Possono aprire, ma anche chiudere. Possono guarire, ma anche ferire. E una volta pronunciate, si depositano e lasciano traccia.

    È da qui che nasce l’idea di una “mappa” che non sia destinazione, ma assetto. Che non serva per arrivare altrove, ma per capire come ci si muove, cosa si dice, e con che intenzionalità.

    Perché forse, oggi, la vera mappa non è quella che ci porta da qualche parte.
    È quella che ci aiuta a capire dove siamo davvero, prima di scegliere se muoverci o fermarci.

  • A 17 anni ha vinto il Premio Bigazzi e ha scelto l’assenza dai social: il debutto di Madda con “Ma ci sei tu” contro l’apatia generazionale

    Esistere in un’epoca che consuma ogni slancio vitale sotto il peso di notifiche e algoritmi significa, spesso, rassegnarsi a un’apatia indotta. Ci siamo trasformati in «animali da divano» che pretendono di cambiare il mondo con un semplice click, mentre fuori le cronache narrano di mari che inghiottono sogni e di un’ecologia che resta confinata tra le pagine di un giornale, incapace di restituirci l’aria. In questo contesto di “dipendenza cerebrale”, dove la città assume le sembianze di un alienante «alveare blu», si innesta “Ma ci sei tu”, il debutto discografico di Madda, già vincitrice della sezione interpreti del Concorso Nazionale Premio Giancarlo Bigazzi 2023.

    Oggi, a soli diciannove anni, Madda ha fatto una scelta radicale: quella di non possedere profili social. E nell’epoca che impone la reperibilità costante e la scomposizione della vita privata in frame da quindici secondi, la sua assenza digitale non è un rifiuto del presente, ma il bisogno di preservare uno spazio personale non mediato. Una decisione che intercetta una sensibilità sempre più diffusa tra i giovanissimi, attenti a difendere la propria dimensione privata e a ridurre l’esposizione costante. Ma anche un segnale, che invita il mondo adulto a interrogarsi sui modelli proposti finora e sul rapporto tra identità, visibilità e tempo. Madda abita il proprio percorso artistico esclusivamente con la musica, sottraendosi a quella soggezione che «addormenta il cervello» per preservare una personalità che non ha bisogno di feed per esistere.

    Scritta da Marco Falagiani e Valentina Galasso e prodotta da Marco Falagiani e Diego Basso per GB Music, “Ma ci sei tu” non è una semplice ballata: è il racconto di una presenza che diventa punto fermo in un tempo che non si ferma mai. In un mondo che corre, calpesta e divora, Madda individua nell’altro l’unica vera oasi di sicurezza, l’unico «mezzo grammo di poesia» capace di contrastare un’indifferenza sempre più sistemica. Il brano racconta una generazione divisa tra la tentazione di fuggire verso orizzonti da cartolina e la necessità di restare per «ammazzare le paure figlie della diffidenza».

    «Nel caos della quotidianità moderna – racconta -, c’è sempre più bisogno di un cuore che batte forte e che ci fa sentire vivi aldilà di tutto. La benzina che lo alimenta è sempre l’amore che non passa mai di moda, che costruisce intorno a noi un’oasi di tranquillità e sicurezza e che ci rende invincibili davanti agli ostacoli che giorno dopo giorno la vita con indifferenza ci pone davanti.»

    Trionfare al Premio Giancarlo Bigazzi senza aver mai ceduto alla dittatura del “mi piace”, oltre ad essere un merito artistico, è un sabotaggio gentile ad un sistema che ci vuole tutti prevedibili, tutti iper-connessi e profondamente soli.

    Con un’interpretazione che omaggia la grande tradizione autorale italiana — nobilitata dal legame con il nome di Bigazzi — Madda si fa portavoce di un desiderio: quello di non risvegliarsi mai dal sogno in cui l’altro è presente, perché solo attraverso questa connessione reale si può sperare di «fermare la violenza» e cambiare, finalmente, la direzione del nostro cammino.

  • Dalla cattedra al microfono: il rapper e insegnante di storia Rigo torna con un concept album che ridefinisce i confini del conscious rap italiano

    C’è un luogo in cui le storie nascono, si sviluppano, magari si interrompono, ma non si esauriscono mai del tutto perché scelgono di sostare. Un luogo in cui i saluti non sono mai definitivi e i ritorni non sono mai casuali: Rigo lo chiama “Al Porto” (Watt Musik), un’opera di 11 tracce che prende forma tra banchine e moli, dove i venti non si limitano a soffiare ma invertono la rotta dei pensieri. Un punto di raccolta per esistenze ordinarie, per vite che si sfiorano senza incrociarsi davvero. Per pensieri che restano ancorati alla linea di costa, o forse solo ormeggiati a ridosso del tempo che scorre, come le barche prima della partenza.

    Rigo, insegnante di storia per vocazione e rapper per necessità espressiva, architetta un disco che è, a tutti gli effetti, un’analisi antropologica delle solitudini e delle inerzie contemporanee. Il porto, scenario fisico e simbolico del progetto, smette di essere una semplice cornice paesaggistica per farsi avamposto critico: uno spazio dove le vite si affacciano senza spiegarsi, dove le storie non hanno nulla di sensazionale ma esistono, semplicemente. Una dimensione in cui il rap recupera la sua missione originaria di narrazione del reale, depurandosi da ogni cliché di genere per farsi lingua affilata, consapevole e profondamente radicata nel tessuto sociale del Paese.

    Il disco si articola come una sequenza di “storie di bordo” che sono, in realtà, riflessioni sulla nostra collocazione nel mondo. Rigo non inventa né costruisce personaggi. Osserva le persone.

    C’è Sergio, il vedovo che guarda indietro e fa i conti con le parole non dette.
    C’è il ragazzo che promette di non tornare e poi torna.
    C’è la surfista che cerca nell’alba la sua onda.
    C’è il prete che interroga la propria fede, e con lui il dubbio laico di chi si specchia nella crisi delle istituzioni morali.
    C’è il pescatore che ha rinunciato all’arte per restare ancorato al lavoro.
    C’è una coppia che attraversa il dolore per ritrovarsi.

    Non parlano tra loro. Ma si riconoscono nell’ombra che proiettano sulla banchina. E nello sguardo lungo che rivolgono all’orizzonte.

    Rigo annota, senza giudicare. La sua scrittura analitica evita l’emozionalismo per privilegiare la verità del racconto. Una verità laterale, capace di illuminare gli angoli meno battuti della quotidianità. Il suo rap non guarda alla società con cinismo, ma con occhio storiografico, rintracciando nelle piccole liturgie quotidiane di un pescatore o nella solitudine di una surfista i segni di una dignità ferma, stanziale, che non teme la marea e, per questo, persiste.

    La title track, architrave di tutto il progetto, diventa una cerniera tra ciò che siamo e ciò che abbiamo il coraggio di dire, erigendo il mare a tribunale silenzioso che accoglie le nostre omissioni. Un mare che a volte accoglie, a volte respinge, a volte restituisce ciò che sembrava perduto, lasciando che siano i silenzi tra un’onda e l’altra a suggerire la direzione.

    “Al Porto” riesce a far convivere la metrica del beat con il rigore dell’analisi storica, suonando ritmicamente moderno e intellettualmente antico, senza averne paura.

    Se in “Temporale Estivo” — brano apripista che ha già segnato una linea di demarcazione nel racconto della genitorialità — il clima era pedagogico, nell’album questa visione si espande a ogni ambito dell’esistenza. Rigo, pur non confezionando soluzioni ottimizzate o messaggi rassicuranti, muove una proposta profondamente positiva, fondata sull’idea che la conoscenza di sé e della propria storia sia l’unico equipaggiamento possibile per navigare l’incertezza.

    Un pezzo come “33 Giri” evienzia i nervi scoperti di un discorso che rivendica la necessità di applicare il pensiero critico. Nella vita, come su un beat.

    Il maestrale che porta via un figlio, il garbino che ne annuncia un altro, sono i segnali di una natura che scandisce il tempo come un metronomo silenzioso. In “Incipit“, l’artista cesenate mette in chiaro le coordinate del viaggio della vita: dalle morti del Serapeo fino alla stanza che contiene il cosmo, l’invito è quello di leggere le “istruzioni per l’uso” prima di provare a definire cosa significhi essere umani. Una storiografia applicata al flow, in cui il naufragio non è mai fine a sé stesso, ma funge da tessuto connettivo tra le epoche.

    Ne “Il marinaio e la sua sposa“, in feat. con Iam Elle, l’odore di pescato e l’aurora che sovrasta il fronte non sono suggestioni romanticizzate, ma simboli dei pesi effettivi di una stiva che trattiene vite scisse tra il mare e il mutuo a tasso fisso. La solitudine di chi vive “l’orizzonte al contrario” si specchia in quella di “Naufragio” (feat. Slat e Iam Elle), dove il mare accoglie per non annegare l’identità. Qui, Rigo smaschera l’indifferenza di uno spoken world che separa l’umanità per giorni della settimana, richiamando l’archè di Talete per trovare un rifugio, una domus, contro le anime inquiete sulle sponde del Lete.

    Infine, con “Segni d’arena“, il disco raggiunge la sua consapevolezza più alta: l’arte della voce come unico segno permanente contro l’afonia del tempo. Non c’è spazio per compiacersi, solo per una grafia che è simbolo di movimento, un’essenza di prosodia che resiste anche quando l’onda cancella la battigia. La narrazione si chiude così in un eterno ritorno: dalla madre da cui si esce “individuati ed emancipati” fino al carro d’Apollo, ricordandoci che la vita, proprio come il mare, può avere alti e bassi, ma alla fine è una marea che ci consola per gravità.

    Laddove la società premia l’evasione, “Al Porto” impone una contrapposizione: quella di chi sceglie di raccontare la permanenza. Rigo dimostra che il rap può e deve essere un veicolo di complessità, uno strumento per tradurre il disordine del presente in una forma dotata di senso e dignità. È un album progettato per un ascolto stratificato, capace di attrarre l’attenzione di chi cerca nella musica non solo un sottofondo, ma un interlocutore.

    Al termine di questo viaggio tra moli e maree, non resta solo il suono di una brezza che sussurra al domani, ma la solida consapevolezza che la musica, quando è sorretta da una necessità espressiva, possiede ancora il potere di trasformare la cronaca di una vita nell’epica di una società intera.

    Rigo sceglie di restare sulle persone, sui legami, sui vissuti che non si archiviano. E da lì, continua a osservare.

    “Al Porto” – Tracklist:

    1. Incipit
    2. 33 Giri
    3. Amor In
    4. Il Marinaio e la sua Sposa (feat. Iam Elle)
    5. Prima Era
    6. Naufragio (feat. Slat e Iam Elle)
    7. Al Porto
    8. Segni d’Arena
    9. Mare d’Inverno
    10. Esco Vago Torno
    11. Temporale Estivo (feat. Paco)

  • Robinson Crusoe entra nei contrasti della Gen Z: Namarian racconta il naufragio di un rapporto tossico e magnetico in “Di Te”

    «Mi sento un naufrago alla Daniel Defoe, perso su un’isola alla Robinson Crusoe». Inizia così, con un riferimento esplicito ai classici della letteratura, “Di Te”, il nuovo singolo di Namarian, giovane promessa del pop-urban toscano classe 2005.

    A vent’anni, l’artista sceglie un immaginario che sembra distante dalla sua generazione per raccontare una deriva che, invece, le è profondamente interna. In “Di Te”, la letteratura classica non viene utilizzata come un ensemble di citazioni colta fine a sé stesse, bensì come strumento narrativo volto a mettere ordine, ad organizzare razionalmente ed emotivamente un conflitto interno specifico: quello tra un corpo che resta agganciato a una relazione finita e una mente che ha già deciso di andarsene.

    Robinson Crusoe diventa così l’emblema di un isolamento interiore spogliato da ogni forma di romanticismo. Namarian, al secolo Francesco Bertoli, non mira a nobilitare il racconto, ma ne usa il mito per necessità: la figura del naufrago, solo su un’isola mentre il mondo continua altrove, è la metafora più onesta per descrivere un legame che sopravvive solo nel contatto fisico, mentre sostanza, complicità e sintonia sono già evaporati. È il paradosso di un naufragio a due, consumato tra le mura di una stanza che non è più un rifugio, ma uno spazio in cui l’intimità diventa l’ultima barriera contro la consapevolezza della fine. In questa dispersione, il riferimento a Defoe smette di essere un richiamo scolastico per trasformarsi nell’istantanea di una generazione che si sente isolata proprio nel momento del massimo contatto, persa in una “zona grigia” in cui il desiderio è l’unica bussola rimasta a indicare una rotta ormai perduta.

    Articolato su un sound che fonde l’energia del pop-punk americano alle metriche del pop-urban italiano, il pezzo mette a nudo l’incapacità di staccarsi da ciò che ferisce. «Non vale se per parlare mi spogli» recita il ritornello, mettendo l’accento su come la distrazione fisica diventi spesso un ostacolo alla risoluzione dei conflitti.

    «Ho iniziato a scrivere questa canzone quasi per sfogo, dopo una storia complicata che mi ha lasciato addosso più domande che risposte – spiega Namarian -. Volevo raccontare quel caos, quella conversazione mai avuta. Scriverla è stato un atto di onestà; non una vittoria, ma una liberazione amara. A volte lasciar andare non è debolezza, è estrema lucidità.»

    Cresciuto in una famiglia legata a doppio filo alla musica, Namarian inizia a scrivere testi e comporre melodie a soli 13 anni. Polistrumentista e autore, rappresenta l’evoluzione del pop-urban italiano, grazie ad una scrittura che non rinuncia alla melodia ma cerca al contempo una profondità testuale rara per la sua età. Dopo diverse esperienze live e pubblicazioni con etichette indipendenti, con “Di Te” definisce ulteriormente un’identità sonora che guarda alla scena internazionale senza perdere le radici cantautorali.

    “Di Te” è un naufragio senza mare e senza tempesta, consumato tra quattro pareti. Non c’è salvezza da cercare altrove, solo la consapevolezza di essere rimasti soli prima ancora di dirsi addio. Un invito a chiudere le porte che fanno male, accettando che, a volte, l’unica terra ferma possibile è quella che troviamo ricominciando da noi stessi.

  • Quando un Direttore d’Orchestra di Sanremo punta sull’underground: Amasu e l’anatomia di un addio tra pop d’autore e credibilità on-stage

    Esiste una fetta di artisti che ha smesso di citofonare ai talent show per farsi ascoltare e ha ricominciato a macinare chilometri. È il sottobosco creativo di cui fa parte Amasu, al secolo Angelo Masullo, classe ’98 da Montesano Scalo (SA), che con il nuovo singolo “Come Nuvole” (Otherside) mette a segno un paradosso sempre più tipico della nuova discografia fluida: un progetto totalmente indipendente capace di scardinare le gerarchie di una discografia che spesso appare blindata, attirando l’attenzione dell’alta accademia sanremese.

    A scommettere sul talento del cantautore salernitano è stato infatti il Maestro Enzo Campagnoli (già bacchetta al Festival 19 volte per artisti come Elisa, Lazza, Orietta Berti, Dargen D’Amico e molti altri), che dopo averlo visto dal vivo ha deciso di portarlo in studio, certificando un’urgenza espressiva che prescinde dalle logiche degli algoritmi.

    La sua non è una storia di viralità programmata, ma di bozze trasformate in canzoni, figlie di un percorso che si nutre soprattutto di polvere e palchi. In un’estate trascorsa a costruire un tour senza l’appoggio di booking strutturati, il cantautore salernitano ha conquistato spazi di rilievo come il Meeting del Mare, aprendo i set di pesi massimi del nuovo scenario italiano come l’eleganza jazz di Marco Castello e l’avanguardia partenopea de La Niña.

    Amasu rappresenta quel segmento di artisti che sta riscrivendo le regole del gioco: professionalità da major, attitudine indie e una credibilità costruita on-stage, lontano dal dogma dell’hype obbligato. Il suo percorso è la prova che il merito, a volte, riesce ancora a farsi strada nella saturazione dei cataloghi digitali e nel bulimico affollamento delle release settimanali.

    «Non scrivo per riempire un vuoto editoriale – racconta -, ma per trasformare il mio vissuto in qualcosa in cui le persone possano identificarsi, sentendosi meno sole. “Come Nuvole”, per me, rappresenta il momento in cui la musica è diventata l’unico respiratore possibile.»

    Il brano è una collisione tra pop, introspezione e urgenza quasi catartica, una lettera d’addio che chiude il cerchio aperto con il precedente singolo, “Parte di me”. La cronaca di una caduta e di una risalita, supportata visivamente da un’estetica curata personalmente dall’artista, dal fotografo e videomaker Federico Gonnella e dalla presenza nel visual video ufficiale di Marina Monaco, a testimonianza di una visione cross-mediale che unisce il mondo dei social alla sostanza del live.

    Concepito nel 2019 ma giunto a una maturazione espressiva solo nell’ultimo anno, “Come Nuvole” si muove su un crinale sottile, dove l’istantaneità del pop incontra la sensibilità malinconica dell’alternative indie. La produzione, curata da un team che include lo stesso Masullo insieme a Gabriele Marmondi e Ludovico Rebecchi del Londi Studio, riflette questa dicotomia: un arrangiamento che invita all’ascolto immediato, ma che cela nelle trame del testo le ombre di un momento di isolamento profondo.

    «È una delle canzoni più difficili che io abbia mai scritto – conclude -. È nata da una sofferenza che mi ha tolto il fiato, dal senso di abbandono. Scriverla ha fatto sì che quel buio si trasformasse in qualcosa capace di farmi sentire di nuovo vivo.»

    L’obiettivo di Amasu è chiaro: far sentire chi ascolta meno solo nelle proprie ferite, nelle proprie paure. La sua proposta si fa carico di una missione, quella di scardinare il silenzio, facendo sì che un crollo personale diventi un racconto in cui l’ascoltatore possa specchiarsi e identificarsi. Non ci sono filtri, ma l’esigenza di parlare a una generazione che spesso non trova le parole per descrivere quel senso di smarrimento. La musica, qui, torna a essere un rifugio dove mostrare i propri graffi non è più un limite, ma l’unico modo per capire di essere ancora vivi.

    Con questa release, il cantautore salernitano si conferma come una delle voci più interessanti della nuova scuola campana, rivendicando il diritto all’errore e alla verità di chi ha scelto la strada più lunga per arrivare esattamente dove doveva essere. Restando fedele a una scrittura che non teme i propri lividi, ha trasformato la propria assenza di barriere nella sua più grande forza d’urto.

  • Il sarto della musica italiana Radiosuoff racconta Bari come non l’abbiamo mai vista

    Una città di mare sotto la neve. Bari trasformata in un paesaggio invernale che non le appartiene, una distesa bianca che interrompe l’abitudine e si fa spazio tra i palazzi della costa. Sotto questa coltre inedita, Radiosuoff, all’anagrafe Luca Laruccia, firma il suo atto di riappropriazione artistica con il singolo “Fuori Nevica”.

    Laruccia, l’artigiano delle parole che la critica ha ribattezzato il sarto della musica italiana per la sua capacità di modellare successi per terzi e per la sua sapiente scrittura, decide di riprendersi la propria voce dopo anni passati all’ombra dei grandi palchi nazionali.

    L’artista sveste i panni del chitarrista d’eccezione — già al fianco di giganti come Francesco Renga, Giusy Ferreri, Irene Grandi e star internazionali del calibro di LP e Dotan — per tornare al centro della scena con un brano che, anche grazie alla produzione del Maestro Marco Falagiani e alla co-produzione di Lavù, segna un banco di prova cruciale: l’unione tra una melodia immediata, quasi epidermica, e una narrazione intima e tersa, che recupera la tenerezza dei legami più puri.

    Tutto il racconto gravita attorno a un’immagine tanto ancestrale quanto inusuale: una Bari sommersa dalla neve. Un’idea nata anni fa e oggi cristallizzata in una produzione che fluttua tra il ricordo e la riappropriazione di sé.

    «Questo brano – dichiara Radiosuoff – rappresenta per me una nuova sfida: portare una musica orecchiabile ma con un testo che racconti davvero una storia. Con “Fuori nevica” vorrei trasmettere un messaggio che sembra smarrito: l’amore vissuto con estrema dolcezza, che sia quello tra due amanti o il legame indissolubile tra un padre e un figlio.»

    Questa dedizione alla parola, che lo ha portato a firmare numerosi brani per i circuiti dei grandi festival nazionali, è racchiusa nello pseudonimo scelto: Radiosuoff. Un nome che sottolinea la volontà di silenziare il rumore di fondo e le sovrastrutture, per lasciare che a parlare sia solo la composizione nella sua forma più pura. Un approccio che gli ha permesso di perfezionarsi negli anni come cantautore, raccogliendo risultati importanti con singoli come “Scrivimi”, “Acqua Minerale” e “Amore Discount”.

    La componente visiva di “Fuori Nevica” è destinata a generare un forte impatto, non solo per l’estetica raffinata ma per il suo valore simbolico. Scritto e ideato dallo stesso Radiosuoff e realizzato dal regista Gianluca Giannini attraverso un uso pionieristico e autoriale dell’Intelligenza Artificiale, il videoclip ufficiale trasforma il capoluogo pugliese in un paesaggio onirico e ovattato.

    In questa tela digitale, un non-luogo innevato che sovverte i lineamenti geografici della città, si muove il piccolo Mattia, figlio di Luca. Accanto a lui, a caricare l’opera di ulteriore umanità, la presenza di un’icona del calcio come Igor Protti. L’eroe della Curva Nord, simbolo di una comunità intera, presta il volto a un progetto che mescola vita vissuta e suggestione algoritmica in un momento personale delicatissimo.

    «Ho voluto fortemente un cameo di Igor Protti, eroe indiscusso della città che oggi sta combattendo una battaglia personale difficile – confida Laruccia -. Vedere Bari sotto la neve, seppur con il supporto dell’IA, restituisce un realismo tale da creare scalpore, un’emozione che spero arrivi dritta allo spettatore.»

    Tra riflessi di luce e fiocchi che cadono su una vita che «rotola e si scopre sempre un po’ più scomoda», Radiosuoff dimostra che la vera maestria non sta solo nel saper suonare sui palchi più prestigiosi, ma nel saper attendere il momento giusto per raccontarsi. “Fuori nevica” è il perfetto come back di un artista che ha smesso di stare in ombra per illuminare, con la propria voce, quel sentimento chiamato amore che, alla fine, avrà la forza di sciogliere anche la neve più ostinata.

  • Dopo le collaborazioni con Ennio Morricone, Mike Patton e Disney, il “Duca dell’Hammond” Enri Zavalloni entra nella club culture

    La finestra è appannata, fuori è inverno, ma dentro, il tempo rallenta. Neon viola e blu tagliano il vetro come un’insegna che non vuole farsi dimenticare; una drum machine scandisce il passo, i synth scivolano morbidi, l’atmosfera si fa densa, elegante, immersiva. “Sexy Things” di Enri Zavalloni prende forma in questo spazio.

    L’artista che per trent’anni ha fatto dialogare l’organo Hammond con il cinema internazionale – da Netflix alla Marvel – e il jazz-funk più colto, decide di abitare il presente con un brano, edito per Watt Musik, che simboleggia l’approdo di una ricerca. Una ricerca che unisce l’artigianalità del suono analogico alle estetiche digitali della Vaporwave, mantenendo intatta un’identità musicale costruita nel tempo. Nel suo percorso, l’organo Hammond non è mai stato uno strumento tra gli altri. È diventato una firma, un centro di gravità stilistico che Zavalloni ha portato dal jazz-funk alle colonne sonore, dalle collaborazioni internazionali alle produzioni d’autore. Una riconoscibilità che gli è valsa l’appellativo di “Duca dell’Hammond” come espressione di una coerenza sonora precisa.

    “Sexy Things” è un brano a bassa verbosità – poche parole, voci da pista come materia timbrica – che lavora su immaginario, ritmo, sensualità del suono: la sensazione di una fredda notte d’inverno che diventa avvolgente, luminosa e digitale.

    Nella bozza di questo immaginario c’è il camino, certo, ma l’iconografia viene spostata: il calore non passa dai cliché delle feste né da gelide distese innevate, bensì da un’euforia patinata, intrisa di Vaporwave e Chillwave. Una risposta percettiva a mezz’aria tra intimità fisica e desiderio sintetico, dove il passato cessa di essere un riverbero e diventa superficie, colore, texture. È qui che “Sexy Things” intercetta un modo contemporaneo di vivere e abitare l’inverno – più sensoriale, meno rituale – e lo traduce in suono.

    La produzione si muove tra synth pad ampi, riverberi e delay “sognanti”, e un’ossatura ritmica che guarda con rispetto alla Roland TR-808: una citazione tecnica dichiarata, che inserisce il brano dentro una genealogia precisa. Il riferimento visivo è quello dei film notturni e neo-noir – l’eco di Drive e Blade Runner è esplicita nell’immaginario -, ma l’effetto non è freddo: è velluto, è luce artificiale che scalda. In maniera naturale.

    “Sexy Things” è un pezzo pensato per stare bene dove conta l’atmosfera: serie e film con estetica anni ’80, spot che cercano una sensualità sofisticata e “dreamy”, documentari e videogiochi in area retro-futurista. In altre parole: la canzone è già un set, già una palette, già un mood narrativo pronto da agganciare.

    «Con “Sexy Things” – dichiara Zavalloni – ho cercato una dimensione più raccolta. Volevo un suono che fosse in grado di costruire una situazione, più che raccontarla, e che lasciasse spazio alle sensazioni. Dove l’elettronica non serve a ballare, ma a sentire. È il mio modo di tradurre la sensualità di un momento in una grammatica che sia contemporanea, ma che conservi l’anima dei miei strumenti.»

    Lì dove la musica incontra l’atmosfera, “Sexy Things” trova la sua collocazione naturale. Non è un brano da consumo rapido, ma un’atmosfera da attraversare. Enri Zavalloni lavora sul clima, su una scrittura che privilegia la percezione, le sensazioni e la definizione dello spazio come esperienza sensoriale.

  • Quando il domani non chiedeva performance: Gianpaolo Pace e il viaggio amarcord di “Lamù o Sampei?”

    C’è stato un tempo in cui scegliere significava prendere posizione, anche da bambini. Non perché mancassero le alternative, ma perché ogni scelta aveva conseguenze. Prima di Facebook, prima dello streaming, prima dello scroll continuo, prima che tutto fosse disponibile subito, scegliere faceva parte della quotidianità.

    È la storia di una generazione cresciuta senza gli algoritmi, quando il tempo non era ancora scandito – e spezzato – dalle notifiche dei social e l’immaginario non passava da uno schermo personale, ma da un salotto, da una VHS consumata, da una scelta fatta insieme. Ed è da lì che il cantautore torinese Gianpaolo Pace guarda il presente: da una grammatica elementare dell’infanzia che oggi sembra lontana, ma continua a orientare quei figli diventati padri e madri, usando il passato non come abito nostalgico, ma come termine di confronto.

    Lamù o Sampei?”, il suo nuovo singolo per Pako Music Records, nasce in quello spazio di passaggio tra analogico e digitale, tra maturità e disincanto, tra ciò che si è stati e ciò che si è diventati senza nemmeno accorgersene.

    Nel testo del brano il passato non viene mai idealizzato. Appare così com’era: frammentato, disordinato, a volte persino ingenuo. I floppy disk convivono con la Panda, il Costanzo Show con la “Lambada”, la morte di Vialli con i sogni di ricchezza visti in Blow. Non c’è compiacimento, ma una sequenza di immagini che chi ha vissuto quegli anni riconosce al primo sguardo, senza bisogno di spiegazioni.

    È il racconto di un’età in cui si cresceva “Tra palco e realtà”, con la sensazione costante di essere in mezzo: tra quello che si desiderava e quello che sembrava possibile, tra promesse fatte con il mignolo e progetti lasciati a metà. Le sigarette fumate di nascosto, le cassette mangiate dallo stereo, le notti davanti a una VHS che non stancava mai non sono descritti come simboli, ma per quello che erano davvero: semplicemente, punti fermi.

    Oggi, guardandosi intorno, quel tipo di certezze proprio delle cose piccole, delle abitudini, di un’idea di futuro che non aveva bisogno di essere continuamente ridefinita, sembra più difficile da riconoscere, come se fosse appannaggio di un tempo lontano, perduto. E questo non perché manchino le possibilità, ma perché è cambiato il modo di stare nel tempo e nelle scelte.

    Nel testo di “Lamù o Sampei?” torna più volte una parola che dice molto più di quanto sembri: sopravvissuti. Sopravvissuti ai floppy disk, a Netlog, a un immaginario televisivo e musicale che non prometteva ricchezze o salvezze, ma offriva comunque appigli: immagini, rituali, orizzonti semplici dentro cui crescere. Non c’era la garanzia di arrivare lontano, di “fare successo”, di “diventare i migliori”, ma c’era l’idea che si potesse arrivare da qualche parte avendo un sogno in tasca, qualcosa in cui credere abbastanza da provarci.  Ed è forse questa differenza, oggi, ad essere più evidente.

    La promessa di futuro vista dall’infanzia è uno dei punti centrali del brano e prende forma in frasi come «Comunque massimo a trenta io mi sposo, lo sai? Perché altrimenti un figlio non lo farò mai» e «io alla tua età». Frasi che oggi possono suonare obsolete, perfino prescrittive, ma che raccontano perfettamente un’epoca in cui il domani era pensabile perché non chiedeva di essere eccezionali e aveva contorni riconoscibili, una forma sufficientemente chiara da poterci stare dentro.

    In quelle promesse non c’era un modello da imitare, né un’idea unica di riuscita. C’era piuttosto il desiderio di una stabilità accessibile che non passava dal successo, fatta di quotidianità e continuità. Non un sogno spettacolare, ma un futuro che non domandava di dimostrare il proprio valore a ogni passo. È qui che il brano mette a fuoco il presente: un tempo che ha moltiplicato le possibilità, chiedendo però, in cambio, una costante ridefinizione di sé; un’infanzia che immaginava il domani come un luogo abitabile, contro un presente che ha moltiplicato le opzioni e assottigliato il senso delle scelte.

    La generazione cantata da Pace non viene descritta come privilegiata né come sconfitta, ma come quella che è passata attraverso i cambiamenti senza istruzioni, adattandosi a un mondo che mutava mentre lo si stava ancora imparando. “Sopravvivere”, per l’artista, non equivale a resistere al tempo che passa, ma al restare riconoscibili dentro il cambiamento. È il filo che tiene insieme l’infanzia analogica e l’età adulta digitale, il motivo per cui il passato non viene idealizzato e il futuro non viene mitizzato. E da questa condizione — non nostalgica, ma vigile —, nasce il bisogno di tornare a interrogarsi su cosa significhi scegliere.

    Quando l’artista canta dei Tamagotchi “uccisi”, delle modifiche alla Play, non sta facendo un’operazione di recupero pop. Sta mostrando il momento specifico in cui il gioco smette di essere solo gioco e diventa allenamento all’attesa, al limite, al “no”. Anche la «la noia costante» viene raccontata esattamente per quello che è: non un nemico da eliminare, ma una condizione da attraversare.

    E allora la domanda finale non riguarda più solo l’infanzia. «Scegli: Lamù o Sampei?» diventa un quesito rivolto agli adulti di oggi, a chi si muove in un tempo che chiede velocità ma non direzione. Non per tornare indietro, ma per capire se siamo ancora capaci di scegliere qualcosa — una cosa sola — e restarci dentro. Perché scegliere significa sempre rinunciare a qualcosa, e assumersi la responsabilità di quella rinuncia. E ricordare, qui, non serve a tornare indietro. Serve a capire che tipo di adulti siamo diventati.