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  • I Ferrinis raccontano il peso dell’iper-scelta sentimentale in “Luci Viola”

    Milano, vista dall’oblò di un aereo, promette una tregua che dura il tempo di un atterraggio. Le terrazze accese, che dal cielo paiono grumi di luce, alimentano l’illusione di poter fare a meno di quel caos che ci portiamo dentro. Eppure, la distanza fisica non basta a silenziare il collasso di un legame sventrato dall’eccesso. Con il nuovo singolo “Luci Viola” (Ferrinis Records/Ryo Studios), i Ferrinis scelgono di non assecondare la narrazione bidimensionale del cuore spezzato, preferendo parlare di una vertigine: quella di chi scopre che avere tutto può diventare una forma di pressione insostenibile. È il racconto del troppo pieno, di quando non resta più spazio nemmeno per dirsi addio; di chi ha avuto ogni possibilità tra le mani e l’ha vista mutare in cenere.

    «Avevamo tutto, forse è quello che ci ha rovinato», è il verso in cui Maicol e Mattia Ferrini sintetizzano il paradosso della sovrabbondanza, dove la libertà assoluta e le «regole zero» cessano di essere una conquista per diventare il perimetro di una prigione silenziosa, in cui si resta soli, anche in due. Non è un caso che questa impasse sia al centro di diversi studi sulla Generazione Z e sui giovani adulti, che segnalano come l’eccesso di possibilità e l’assenza di confini chiari nelle relazioni aumentino senso di smarrimento, ansia decisionale e difficoltà di decodificare le proprie scelte affettive. È il riflesso di quella che i sociologi definiscono l’era dell’iper-scelta, dove la moltiplicazione delle possibilità e l’assenza di limiti non generano libertà, ma un’ansia da prestazione affettiva che porta alla paralisi.  Una moltiplicazione che inizia a scavare una distanza, rendendo l’intimità una stanza chiusa, dove ci si muove senza incontrarsi davvero e dove ogni parola possibile sembra sbagliata, perché parlare diventa un rischio e il silenzio una forma di accettazione («Non so più se è meglio tacere o tradire»). Il brano evidenzia come l’assenza di regole non ci renda migliori, ma ci isoli, disegnando una zona franca in cui non si litiga, non ci si perde, non ci si trova, e si finisce con il restare più soli che mai.

    Per questo, “Luci Viola” non parla di una fine, ma dell’impossibilità di chiudere davvero. Di quando l’eccesso di vicinanza, di tentativi, di spiegazioni svuota il dialogo e lascia solo due opzioni ugualmente distruttive. Non ferirsi più nell’immediato, lasciando che tutto si spenga lentamente, o continuare a farlo, trasformando ogni tentativo di spiegazione in una nuova ferita.

    Il pezzo vive di contrasti — il sapore amaro del vino delle grandi occasioni, gli occhi truccati di nero che tradiscono la stanchezza, i tramonti ubriachi — affidando alle “Luci Viola” un marchio a fuoco, un’àncora mnemonica che impedisce l’oblio ogni volta che il riflesso di un sabato sera torna a colpire la retina.

    «In questo brano abbiamo voluto isolare il momento esatto in cui la vicinanza smette di alimentare il desiderio e inizia a soffocarlo – dichiarano i Ferrinis -. Spesso la fine di una storia non arriva per assenza di sentimenti, ma perché l’anima brucia in un incendio che non sai più dove e come contenere. Abbiamo scelto Milano perché è una città che ti fa capire di essere piccolo, mentre ti inserisce nel rumore assordante di chi non ha più nulla da dirsi.»

    Musicalmente, il duo romagnolo stabilizza una propria forma di pop d’autore che mastica bit e inquietudini con estrema consapevolezza. La produzione abbandona ogni residuo di spensieratezza per accompagnare l’ascoltatore nella densità di una scrittura che lavora per immagini, intercettando quel disagio che nasce quando il possesso diventa un fardello intollerabile.

    Con “Luci Viola”, accompagnato dal videoclip ufficiale diretto da Samuele Apperti, Maicol e Mattia Ferrini si confermano osservatori attenti di una realtà sentimentale che non ha più bisogno di edulcorazioni. Non cercano rimedi, ma scelgono di focalizzarsi su un sabato sera qualunque, consapevoli che certi ricordi non svaniscono con l’arrivo dell’alba; restano tatuati sotto la pelle, pronti a riaccendersi ogni volta che la luce di un neon taglia il buio, ricordandoci che avere tutto, a volte, è stato il preludio del niente.


  • Una relazione che finisce tra voci, amici e versioni opposte

    «Get out of my head, you and all of your friends» («Fuori dalla mia testa, tu e tutti i tuoi amici»). In “About Me” basta questa frase per capire che non siamo nel territorio delle canzoni che chiedono permesso o comprensione: qui si esce, si chiude, si taglia netto. Takao Wazowsky — quel Marco D’Atanasio che dalle colline umbre ha saputo reinventarsi più volte, passando dal metallo rovente dei Burn It Down alle vibrazioni sincopate dell’elettronica— torna con un brano che non ha la pazienza dei chiarimenti, e infatti non li concede: prende una relazione tossica, il suo teatro di scuse e comparse, e la trascina in mezzo ai sub e alle luci.

    Dopo la malinconia di “Missing You“, stutter house intima, nervosa, capace di far ballare anche il vuoto, l’artista ha attraversato un passaggio chiave con “It’s Raining“, una traccia che, in pochissime settimane, ha iniziato a circolare fuori dall’Italia, ottenendo consistenti passaggi radio su emittenti estere e allargando il raggio d’ascolto in Brasile, Portogallo, Stati Uniti, Nord Europa e Regno Unito. Un segnale chiaro di un linguaggio che funziona anche lontano dal contesto d’origine e che ha permesso a Wazowsky di alzare il passo e cambiare tono: “About Me” è infatti una traccia che non domanda “perché”, ma registra quanto l’importanza che crediamo di avere, in certe storie, sia solo un ruolo assegnato finché conviene.

    Un fenomeno che non rimane circoscritto a un’impressione isolata: Save the Children, alla vigilia di San Valentino, ha fotografato relazioni tra adolescenti dove aggressività e controllo vengono spesso normalizzati: un adolescente su quattro dichiara di essere stato almeno una volta spaventato da atteggiamenti violenti, e più di uno su tre (36%) racconta grida e insulti nella relazione.

    “About Me” si muove dentro questa zona grigia, esaminando il disprezzo, la pazienza spesa invano, la rabbia che nasce quando capisci che l’altro arriva “adesso” e pretende un posto che non si è mai guadagnato. Un veleno che si insinua nell’abitudine a sentirsi sminuiti, controllati, “gestiti” un messaggio alla volta, e che diventa energia da club non per alleggerirsi, ma per prendere una forma che non si può più ignorare.

    Dentro quel «you and all of your friends», infatti, c’è il coro di chi copre, giustifica, riscrive, applaude. La relazione come sistema. E la fine come uscita di sicurezza.

    «Questa canzone rappresenta un momento evolutivo rispetto alle mie precedenti produzioni – dichiara Takao -, perché mi ha aiutato a intraprendere un percorso più personale che comincia a distaccarsi da alcuni personaggi a cui precedentemente avevo fatto riferimento. Il mio messaggio è uno sfogo verso tutte queste situazioni in cui ci si sente importanti per qualcuno, si sente di contare qualcosa ma è tutto falso, e lo racconto tramite la musica.»

    L’artista non si ferma alla lamentela, non costruisce un’autoassoluzione, non cerca la frase furba. Fa una cosa ben più complessa: mette un confine e lo rende suono. La delusione non viene addolcita, viene “messa a tempo”: ritmi elettronici da club, asciutti, compatti, capaci di farsi ascoltare anche quando la sala è piena.

    Le influenze restano riconoscibili — Fred again.., BUNT. — ma qui si sente una mano più autonoma, meno appoggiata, più decisa nel dire: questa volta non sto interpretando nessuno.

    La copertina lavora nello stesso senso: niente glamour da release, ma un’immagine che chiede solo di essere tenuta addosso.

    Dalle origini rock-metal — i Burn It Down, fondati nel 2010 a Spoleto — al debutto elettronico nel 2023 con “T.M.W.”, passando per collaborazioni come “Feel The Ocean” con Valentina Aleo, Takao Wazowsky ha attraversato linguaggi differenti senza perdere l’aspetto più importante: la necessità di farli parlare davvero.

    Ora, con “About Me”, mette un punto fermo nella sua traiettoria: un suono intimo ma deciso, in grado di muoversi con naturalezza tra mainstream e underground senza diventare neutro, e soprattutto in grado di prendere una posizione, come fa chi smette di essere disponibile. La cassa corre, il ritornello torna a bussare con la stessa frase, e ogni ripetizione è un passo indietro in meno, perché non c’è più spazio da concedere, solo distanza da mantenere.

    E quando la distanza è l’unica forma di rispetto rimasta, anche ballare diventa un modo per affermarlo.

  • NDG risponde ai social con una canzone: “Scomparso”

    Dopo il platino di “Panamera”, dopo Amici e dopo una fase in cui la sua assenza è stata raccontata più dagli altri che da lui, NDG torna con un brano che prende di petto proprio l’etichetta che gli è stata cucita addosso negli ultimi anni: quella di essere sparito. Si intitola “Scomparso”, esce il 19 marzo 2026 per Troppo Records, e parte da un’intuizione: trasformare una narrazione subita, amplificata dai social e ridotta a commento in canzone.

    Per un periodo, intorno a NDG si è consolidato un racconto esterno, spesso sbrigativo. C’era chi lo dava per finito, chi riduceva il suo percorso all’eco di una sola hit, chi utilizzava il suono di “Panamera” per accompagnare video e didascalie costruite attorno alla stessa formula: ha fatto una canzone ed è sparito, scomparso. Il suo nuovo singolo nasce esattamente lì, nel punto in cui l’ironia degli altri intercetta una presa di parola.

    Il risultato non è un pezzo autoassolutorio, né il classico brano sul ritorno. L’artista capitolino sceglie una linea più difficile e più interessante: usare sarcasmo, insofferenza e autoironia per raccontare cosa significhi, oggi, essere percepiti come assenti appena si interrompe il flusso dell’esposizione. In “Scomparso” c’è il disagio di chi si sente osservato anche quando prova soltanto a vivere, ci sono i perfetti sconosciuti che fanno domande, il fastidio verso le dinamiche di un ambiente in cui tutto sembra ridursi a convenienza, facciata. Ma soprattutto c’è un verso che sposta l’attenzione da un piano personale a uno più ampio, evidenziando perfettamente il tempo in cui viviamo: «Sono due mesi che non posto e voi pensate che sia morto». Basta quasi quello, da solo, a definire la misura di un presente in cui sparire dai radar digitali viene letto subito come una fine.

    Per NDG, l’umorismo diventa l’arma per scardinare l’ansia da prestazione sociale. Su un crinale sonoro peculiare e identitario, l’artista canta la fierezza di chi non accetta di essere ridotto a un contenuto digitale, rivendicando il diritto di fermarsi, di sbagliare, di non essere “in hype” a tutti i costi. È un testo che porta in superficie la parte meno glamour del circuito: quella in cui l’immagine precede la sostanza e finisce per sostituirla. Quella fatta di rapporti opportunistici, solitudini mascherate da business, in cui l’esposizione non produce appartenenza, ma una sorta di sorveglianza. Quella tipica di un’industria che consuma i volti prima ancora di ascoltare le voci.

    NDG non rivendica una caduta né propone una rinascita ben confezionata. Fa una cosa più sottile: si prende la parola su un’assenza che fino a quel momento era stata raccontata da fuori. E nel farlo sottolinea una questione che riguarda molti più artisti della sua generazione: il peso di un sistema che pretende una continuità insostenibile e che interpreta ogni pausa come un insuccesso. Il brano rovescia proprio questo automatismo, ricordando che fermarsi non equivale a finire e che il tempo sottratto a una vetrina può coincidere, semplicemente, con la vita. Personale, ma anche professionale.

    «Dopo Amici e tutta l’esposizione che ne è seguita – racconta -, ho attraversato una fase di silenzio. In quel periodo mi sono sentito addosso molte aspettative e anche parecchie letture superficiali. C’era chi mi dava per finito, chi parlava di me senza sapere davvero dove fossi o cosa stessi vivendo. A un certo punto ho visto circolare quel trend con “Panamera”, con la gente che scriveva che avevo fatto una canzone e poi ero scomparso. Non mi ha fatto piacere, certo, però mi ha acceso qualcosa. Ho capito che potevo prendere quella frase e ribaltarla. “Scomparso” è nato proprio così, come risposta, ma anche come modo per dire che non c’è niente di sbagliato nel rallentare, nel non essere sempre visibili, nel prendersi il proprio tempo senza sentirsi cancellati.»

    Il videoclip ufficiale che accompagna l’uscita del singolo, segue la medesima linea. NDG compare con una scatola in testa, ricoperta di volantini che segnalano il suo “smarrimento”: un’immagine straniante e immediata al contempo, pensata con il direttore artistico Garfo per dare una forma tangibile all’ansia sociale, al desiderio di nascondersi e alla percezione di essere diventato, agli occhi degli altri, uno che non esiste più. Solo nel finale quella scatola cade. E con lei, anche la versione di sé che gli altri avevano fissato al posto suo. È il momento in cui NDG smette di riconoscersi nella maschera costruita su di lui e torna a parlare in prima persona.

    Con questa release, il cantautore romano classe 2000, fa qualcosa di molto maturo: prende il peso del successo, dell’esposizione e della successiva rarefazione, e lo converte in una scrittura che assorbe il contraccolpo e lo rilancia, un punto di vista finalmente diretto che sostiene il peso della propria storia.

    Ma il comeback di NDG non si esaurisce online: l’artista ha fissato un appuntamento in Piazza del Popolo a Roma per domenica 15 marzo. A partire dalle 16:00, la piazza diventerà il perimetro di un incontro fisico con la propria fanbase, un passaggio necessario per oltrepassare il filtro dello schermo e riprendere il filo di un discorso interrotto, lontano dalle dinamiche puramente digitali.

    “Scomparso” non indica solo che NDG è tornato. Indica, soprattutto, come ha scelto di farlo.

    Non per riprendersi un posto nella classifica dei trend, bensì per parlare al cuore di chi cerca nella musica qualcosa che abbia ancora sostanza. Con “Scomparso”, inaugura il primo tassello di un 2026 che lo vedrà finalmente protagonista del suo primo progetto ufficiale. Il ragazzo di “Panamera” è cresciuto; ha smesso di correre per restare fermo dove ha più senso rimanere: nella propria musica.

  • “Bluesman”: la fine dei miti maledetti e una generazione che non sa più riconoscersi

    Un musicista senza musica, un interprete che ha sostituito il talento con la messa in scena, con l’abitudine a sembrare. A sembrare altro da sé. Poi, tra le valigie svuotate sui letti di un monolocale e i racconti filtrati dal vetro di un taxi, una chitarra resta muta tra le mani di chi la possiede. Da questo fermo immagine affiora “Bluesman” (Daylite/ADA Music Italy), il nuovo singolo della cantautrice olbiese Iside.

    Un diario livido, un racconto tagliente che utilizza il blues non come genere musicale, ma come travestimento identitario. Il bluesman di Iside non è un archetipo romantico né un antieroe gentile o un’icona d’altri tempi; è una figura contemporanea e spaesata che accumula città, corpi e alibi senza mai fermarsi davvero. Racconta la propria vita a un taxi driver «sperando capisca», svuota bagagli in dimore che non sono mai casa, su letti che non riconosce, e confonde sistematicamente il sesso con l’intimità. Ha «le mani di un bluesman», ma le usa per stringere il vuoto di un presente che ha sostituito l’urgenza creativa con la rassicurante piattezza dell’abitudine, consumandole in un quotidiano che non ammette deviazioni, incastrato in un loop svuotato di senso.

    Nel brano si consuma una relazione osservata con distacco: due persone che si sfiorano senza incontrarsi, mattini che iniziano all’alba suonando musica jazz e finiscono senza identità, mentre persino le radici familiari diventano estranee. «Nemmeno i tuoi ormai sanno chi sei», canta Iside, spostando il discorso dal mero rapporto amoroso a una deriva esistenziale più ampia: la perdita di una forma e di una direzione.

    Musicalmente, il pezzo abita la linea di confine tra R&B e Afrobeat, mantenendo un respiro radiofonico ma lasciando alla parola il compito di scuotere, colpire, ferire. La produzione di Kidd Reo sostiene magistralmente il testo, inserendolo in un ambiente sonoro notturno e caldo, in cui ogni dettaglio sembra trarre linfa dal silenzio che segue la mezzanotte.

    Dopo aver attraversato l’immaginario onirico con “Luna Calamita” e il corpo come campo di frizione sociale con “Collana di Perle”, Iside sposta ora lo sguardo sull’altro. Punta l’obiettivo su quella figura maschile fragile e contraddittoria che utilizza il mito dell’artista maledetto per non guardarsi davvero allo specchio. «Ma tu sei un bluesman», ripete, come una constatazione che è al tempo stesso congedo e epifania: non un’accusa, ma la presa d’atto di un naufragio stilistico diventato mestiere, di un ruolo che ha finito per divorare l’attore.

    Iside conferma una scrittura sempre più centrata, capace di usare il pop come linguaggio senza rinunciare alla sensibilità e alla complessità di chi non ha paura di restare in ascolto delle proprie zone d’ombra.

    «Questa canzone nasce dall’osservazione di chi si rifugia in un personaggio per non affrontare la propria realtà — dichiara Iside —. Il Bluesman non è solo chi suona, è chiunque porti addosso il peso di quello che ha perso senza riuscire a dargli un nome. Ho voluto raccontare il momento in cui ci si rende conto che nemmeno chi ci sta accanto sa più chi siamo davvero. È un pezzo che parla di distanze immani percorse restando chiusi in una stanza, tra una sigaretta e una nota jazz che suona all’alba.»

    Il percorso della cantautrice olbiese continua a muoversi su coordinate che evitano scientemente la superficie. Se la Sardegna è stata la culla di un’estetica e di un’espressività fatte di silenzi e spazi larghi, in “Bluesman” Iside dimostra di saper abitare anche l’asfissia delle metropoli, traslando quel senso di isolamento ancestrale all’interno delle dinamiche frenetiche dei nuovi centri creativi. Non si tratta solo di un cambio di ambientazione, ma di un’evoluzione della prospettiva: l’artista smette di essere lo specchio della propria generazione per diventarne la lente d’ingrandimento, capace di mettere a fuoco gli angoli nascosti dietro la ricerca ossessiva di una validazione esterna.

    La collaborazione con Kidd Reo prosegue un sodalizio fondamentale per definire questo nuovo “pop da camera”, dove le influenze globali si piegano a un’esigenza narrativa molto intima, suggestiva e quasi teatrale. La scelta di non cercare il climax facile, preferendo il suono etereo delle note jazz e i ritmi spezzati dell’Afrobeat, sottolinea la volontà di Iside di non assecondare le regole del consumo rapido. La sua è una produzione musicale che chiede attenzione, che impone un tempo di ascolto diverso, trasformando ogni release in un piccolo rifugio dalla dittatura dell’istante.

    Con questo singolo, Iside riconferma un’identità già solida nonostante la giovane età, che non si impone per occupare un posto nel mercato discografico, ma rivendica una statura autoriale che la posiziona come una delle voci più raffinate e meno comprimibili del panorama attuale.

    “Bluesman” è un brano per chi ha deciso di non recitare più una parte, per chi predilige la verità di un angolo buio alla finzione di un palcoscenico ben illuminato. È la chiusura di un cerchio tra l’immagine pubblica e l’urgenza interiore e l’inizio di un nuovo capitolo per un’artista che ha imparato a fare del silenzio il suo suono più potente.

  • Un artista under 25 firma e produce il proprio suono

    Milano, oggi, non è soltanto il centro decisionale dell’industria musicale italiana; è lo spazio in cui le contaminazioni internazionali trovano una forma stabile. “In Down”, il nuovo singolo di Kidd Reo per Starlight Records con distribuzione The Orchard, ne fissa le coordinate produttive. Il brano segna l’avvio di una fase inedita del percorso dell’artista, all’anagrafe Alex Budroni, coincidente con il trasferimento da Olbia al capoluogo lombardo e con una scelta sonora ben precisa: innestare il Brazilian Funk nella scrittura urban-pop italiana, sottraendolo alla dimensione episodica.

    Negli ultimi due anni, il genere nato tra le favelas di Rio e noto anche come Baile Funk e Funk Carioca, è entrato stabilmente nelle playlist urban e pop internazionali, diventando uno dei linguaggi ritmici più ricorrenti nei cataloghi globali, ben oltre i confini sudamericani e la dimensione club. In Italia, tuttavia, ha faticato a tradursi in una scrittura riconoscibile e continuativa, restando spesso confinato a suggestioni isolate. “In Down” si inserisce proprio in questo divario, provando a colmarlo con una proposta che si articola sulla stabilità del suono anziché sull’effetto immediato. Si tratta di uno dei primi tentativi espliciti di traslare il Brazilian Funk in un formato compatibile con il pop nazionale, senza snaturarne l’impianto ritmico.

    Il singolo inaugura inoltre un assetto produttivo che va oltre la logica della singola uscita. È infatti il risultato di una filiera di lavoro ibrida tra la Sardegna e il distretto creativo milanese, sviluppata all’interno del collettivo YVL (Young Vibes Lovers), e ispirata a modelli di produzione collaborativa già adottati da alcune house indipendenti europee e statunitensi. Budroni non opera soltanto come interprete, ma come produttore e coordinatore, seguendo direttamente ogni fase del lavoro, dalla scrittura al mix finale. Un’impostazione ancora poco frequente nel panorama italiano under 25, che sposta l’attenzione dalla singola release alla continuità del progetto, e che Kidd Reo, classe 2003, affronta con la consapevolezza del producer. Scrive e produce da quando aveva undici anni, e questa maturità tecnica si evince nella gestione di un ritmo che non ha bisogno di stratificazioni aggiuntive.

    Il testo del brano aderisce a questa impostazione con una scrittura funzionale alla struttura musicale. La ripetizione di «Questa notte non è in down» agisce come perno del ritornello, rafforzando la scansione ritmica senza assumere un valore simbolico autonomo.

    A rendere la release particolarmente rilevante, però, non è tanto l’uso del Brazilian Funk in sé, né la fusione con sfumature tipicamente R&B, quanto la normalizzazione del genere, che viene trattato come materiale ordinario e non come innesto eccezionale. “In Down” rinuncia infatti all’effetto esotico per lavorare su una sintassi sonora più solida, avvicinando un linguaggio globale a un contesto produttivo locale.

    Questa operazione arriva in un momento in cui anche il mercato tricolore sta iniziando a ridefinire i propri criteri di accesso al pop-radio e alle playlist mainstream, dopo anni di compartimenti stagni tra suono “digitale” e circuito tradizionale. In questo contesto, Kidd Reo opera su una soglia ancora poco battuta: quella dell’utilizzo di un linguaggio nato altrove che non chiede legittimazione, ma si presenta già strutturato per circolare ed essere compreso.

    E lo fa in una Milano che, negli ultimi anni, ha rafforzato il suo consolidamento come principale snodo produttivo della musica urban italiana: studi di registrazione, team creativi e assetti produttivi ibridi hanno trasformato la città in un luogo di convergenza operativa, dove le influenze internazionali vengono metabolizzate prima ancora di essere raccontate. Il trasferimento dell’artista entra in questo polo creativo non come fuga dalla provincia, ma come riallineamento con un ecosistema che oggi orienta le forme del suono.

    «Milano mi ha imposto una disciplina diversa sul suono – racconta -. “In Down” nasce dall’idea di prendere influenze che ascolto da anni e metterle finalmente a sistema. Vengo da zone che stanno là fuori, dove si fanno cose che non vedi, e portare quel battito in un contesto come quello milanese era la direzione che cercavo.»

    Il profilo di Budroni si è strutturato negli anni tra le audizioni di Sanremo Giovani in commissione RAI e la gestione del collettivo YVL, muovendosi lungo quella linea sempre più centrale dell’artista–producer under 25: non interprete che delega la veste sonora, ma autore che ne governa grammatica e ritmo. Una figura ormai stabile nella nuova scena europea, e ancora in fase di definizione nel panorama italiano.

    “In Down”, dunque, non si presenta come un esperimento isolato, ma come un indicatore preciso di un processo in cui la scelta dei codici, dei metodi e dei luoghi di lavoro precede la pubblicazione del singolo. E mostra come una parte dei giovani artisti si stia riorganizzando, allineandosi a dinamiche già consolidate fuori dai confini nazionali.

  • “No Hook”, il brano che rifiuta deliberatamente l’elemento più richiesto dal mercato contemporaneo: il gancio

    Sottrarre, comprimere, rifiutare. Da questa triade nasce “No Hook”, il nuovo singolo di Elegio per Starlight Records con distribuzione The Orchard: un brano che rifiuta deliberatamente l’elemento più richiesto dal mercato contemporaneo, il gancio.

    In una scena musicale dominata da ritornelli immediati e strutture pensate per trattenere l’ascolto, l’artista olbiese — che con il precedente progetto “Overthinking” ha tracciato una linea di demarcazione importando le sonorità della Baton Rouge — sceglie ora di radicalizzare il proprio linguaggio con una traccia che abdica a ogni funzione d’uso, disattendendo la geometria del pop e i codici del gradimento istantaneo: nessun ritornello, nessun punto di appiglio, nessuna concessione alla memorizzabilità come valore in sé.

    “No Hook” non accompagna l’ascoltatore, non lo guida e non lo compiace. Avanza come un flusso continuo, privo di momenti di decompressione, articolato su una sovrapposizione di immagini che non prevedono una risoluzione ordinata, né un punto di approdo. In tal senso, l’assenza dell’hook esplicita la scelta consapevole di sottrarre ciò che ormai viene dato per scontato, riaffermando un controllo autoriale sulla forma.

    «“No Hook” – spiega Elegio – nasce dal bisogno di togliere, non di aggiungere. Volevo un pezzo che non avesse un punto in cui fermarsi o sentirsi al sicuro: senza ritornello, senza appigli, senza una direzione rassicurante. È un flusso che rimane inquieto, teso, dall’inizio alla fine, come certi pensieri che non si risolvono e non chiedono di essere spiegati.»

    Co-prodotto con Kidd Reo, il brano fonde trap e suggestioni Louisiane, mantenendo quella grammatica sonora già introdotta nei precedenti lavori: minimale, spigolosa, non conciliativa. Il sound non viene rifinito per scivolare via nell’ascolto distratto addomesticato a una fruizione passiva, ma tenuto grezzo, coerente con un testo crudo e diretto, che si colloca agli antipodi delle narrazioni edificanti. L’assenza di un centro di gravità melodico permette a Elegio di spingere sull’acceleratore tecnico, alternando la metrica sporca della Baton Rouge a incursioni in extrabeat che frantumano ulteriormente il ritmo, rendendo la traccia un corpo a corpo serrato tra voce e produzione.

    Anche sul piano simbolico, “No Hook” si allontana da ogni forma di redenzione. L’immaginario del successo non è raccontato come ascesa lineare, ma come attrito costante: Panda e Cadillac convivono senza trasformarsi in parabola, l’ambizione non diventa riscatto, il rollercoaster di emozioni, pensieri e sentimenti non trova una tregua e la collisione tra logica e istinto non cerca una sintesi. Non c’è nessuna catarsi, nessuna morale finale. Nessun traguardo da celebrare. Solo un presente che si stratifica, ossessivo e circolare.

    La scelta linguistica, priva di filtri, non è pensata per scioccare, ma per impedire l’identificazione facile. Il linguaggio non è un fine, ma uno strumento di disturbo, un’interferenza volta a sabotare la fruizione passiva per spingere l’ascoltatore a un confronto frontale con il testo.

    Con “No Hook”, Elegio prosegue un percorso che rifiuta la normalizzazione formale e simbolica tipica dagli standard contemporanei, scegliendo di pubblicare un singolo che non chiede di piacere, ma di essere attraversato. Un’operazione che sposta l’attenzione dalla ricerca del gancio perfetto al disincanto del racconto.

  • 4Grigio debutta con un album costruito cavo dopo cavo: “Digitanalogico”

    New York, 1° gennaio 2025. Fuori Manhattan è paralizzata da una bufera di neve che sfuma i contorni della metropoli; dentro una stanza, un uomo registra l’ultimo respiro di un disco che ha costruito pezzo dopo pezzo, cavo dopo cavo, da solo. Non è l’inizio di un film noir, ma la genesi di “Digitanalogico“, il nuovo album di 4Grigio. Romano di nascita e newyorkese d’adozione per affinità elettiva, 4Grigio ha scelto di lavorare in isolamento, allontanandosi consapevolmente dal brusio costante della produzione musicale seriale.

    Senza team di scrittura né produttori esterni, “Digitanalogico” nasce da un’autarchia creativa, con ogni fase del lavoro gestita direttamente dall’artista. 4Grigio è un artigiano che ha trasformato il suo home studio in un’officina a porte chiuse, un laboratorio che ha reso il lavoro quotidiano un presidio creativo completamente autonomo: ha scritto, suonato, prodotto e mixato ogni singola traccia, cercando un punto di contatto tra la precisione asettica del digitale e la scrittura intuitiva, di matrice analogica. Il risultato è un pop sporco di asfalto americano ma con il DNA del cantautorato italiano, quello che non ha paura di mostrarsi nudo, essenziale.

    La focus track del disco è “Vette”, brano che inverte la rotta creativa dell’intero progetto. Se le altre tracce sono nate da una riflessione lenta, “Vette”, accompagnato dal lyric video ufficiale, è puro istinto: una produzione elettronica serrata, definita quasi al 100%, che ha orientato parole e melodia. È uno schiaffo all’immobilismo, un invito brutale a smettere di guardare il mondo dal davanzale per affrontare finalmente la propria strada.

    «”Vette” è l’urgenza di non perdere la spinta evolutiva proprio mentre il mondo affonda nella mediocrità – dichiara 4Grigio -. L’album vive di questo conflitto costante tra la perfezione delle macchine e il disordine delle mie esperienze reali, dei traslochi, delle notti passate a New York a fare i conti con chi sono diventato.»

    Dalle ballad incise con la voce graffiata e la raucedine fino alle visioni mistiche nate durante una traversata nel Mediterraneo, “Digitanalogico” documenta un percorso di ridefinizione identitaria. È la storia di chi ha avuto il coraggio di abbandonare i propri «musei personali» a Roma per rinascerne altrove, portando con sé solo lo stretto necessario: una chitarra, qualche synth e il bisogno di non restare a guardare.

    “Digitanalogico” si compone di episodi, di passaggi, di decisioni prese strada facendo. Ogni traccia rappresenta un momento preciso, senza chiuderlo, preparando il terreno a quella successiva. È un album che avanza mentre si interroga, lasciando che ogni brano aggiunga un tratto a un percorso ancora aperto, ancora in divenire.

    A seguire, tracklist e track by track del disco.

    “Digitanalogico” – Tracklist:

    1. Vette
    2. Troppe verità
    3. Che c’è?
    4. Altrodove
    5. Come stella cadente
    6. Dimora
    7. Quando non c’eri tu
    8. All’anno che se ne va

    “Digitanalogico” – Track by Track:

    Vette. L’istinto che precede la ragione. Una produzione elettronica serrata per un testo imperativo: «Lotterai, capirai. Proprio quando sei alle strette, arrivi alle tue vette».

    Troppe verità. Il pop-country che incontra la strada. Il racconto del trasferimento a New York, dove la libertà coincide con la capacità di lasciar andare il passato.

    Che c’è. La bellezza dell’imperfezione. Registrata con un mal di gola che ne accentua la delicatezza, è una traccia che ignora la tecnica per cercare il contatto.

    Altrodove. Un limbo interiore tradotto in frequenze. La ricerca di quel luogo non geografico dove le ansie svaniscono e le idee tornano a fiorire.

    Come stella cadente. Un’evoluzione materica: nata lo-fi, si è trasformata in un arrangiamento caldo e organico, emblema di una luce che resiste all’oscurità.

    Dimora. Il mare come unico confine. Ispirata da un’esperienza spirituale nel Mediterraneo, trasforma la «casa» in un concetto metafisico.

    Quando non c’eri tu. Una storia di rivalsa, di riequilibrio, riflessa negli occhi di chi ci accompagna. Il cielo di Roma che si posa sopra i tetti, regalando un’armonia che sembrava perduta.

    All’anno che se ne va. New York, 1° gennaio 2025. Una bufera di neve fuori e la necessità di scrivere pagine che sono fermi immagine dell’anima. Il cerchio che si chiude per poter ripartire.

  • Dall’insegnamento alla musica: il percorso di Clair

    Esistono voci che non si limitano a interpretare una partitura, ma che possiedono la capacità fisica di spostare l’aria, di occupare lo spazio e di ridefinire i confini della percezione. Clair, al secolo Barbara Rizzo, appartiene a quella rara categoria di interpreti capaci di unire una rigorosa formazione accademica a una spiccata sensibilità. Con il nuovo singolo “Stop Anxiety” (Loud Vision), l’artista siciliana dà corpo e voce a un malessere camaleontico, in grado di travestirsi da compagna fedele per poi soffocare ogni anelito di libertà.

    In un contesto globale in cui i disturbi d’ansia hanno registrato, secondo le principali rilevazioni internazionali, un’impennata stimata intorno al 25%, smettendo di essere un tabù per diventare una condizione diffusa e pervasiva, la proposta di Clair si muove su un binario di analisi e di concreta aderenza all’esperienza. Il progetto nasce da un’intuizione armonica, che l’artista definisce quasi metafisica: un giro di accordi discendenti che ha innescato in lei la visione di un dinamismo inverso, un fenomeno che ha messo in pausa e ribaltato le consuete coordinate del sentire comune. Da quella scintilla è nata una traccia in cui Skyner e Gianluca Trainito hanno definito un suono contemporaneo, dove la voce di Clair ha trovato spazio per espandersi, in equilibrio tra rigore accademico e rilascio controllato.

    «Il brano è stato come un amore a prima vista – dichiara – ascoltandolo sono stata catturata da un giro di accordi discendenti che ricreavano nella mia mente la spinta contraria di un fenomeno soprannaturale. Tutto ciò mi ha suggerito il tema, prettamente introspettivo: la lotta contro qualcosa che non esiste ma può divenire talmente reale, concreto e totalizzante da imprigionarci.»

    In questa congiuntura di sovraccarico sensoriale, “Stop Anxiety” lavora sul corpo prima ancora che sulla narrazione. Il testo descrive l’oppressione fisica di chi cerca aria in spazi che si chiudono — «it closes the spaces around me» («chiude gli spazi intorno a me») — e individua proprio lì il punto di non ritorno. La collisione non è rassegnazione, ma ribellione. Clair, con una vocalità tanto cristallina quanto dirompente, capace di farsi carico del peso di chi ha attraversato le ombre, attua un processo quasi alchemico, una sorta di trasmutazione cromatica della sofferenza. Dando una tinta definita al dolore, lo rende finalmente decifrabile e, quindi, superabile. Così, anziché invocare la fine della pena, esige il ritorno al colore, alla luce, a quella vibrazione corporea che il gelo dell’ansia aveva progressivamente anestetizzato, e infine neutralizzato.

    «L’ansia – prosegue Clair – è una componente che viene spesso delineata come una presenza costante. Toglie il respiro, opprime, disturba e a volte si trasforma in una cara amica, che però ti “uccide”. È un conflitto con sé stessi, una ribellione con cui si rivendica la serenità e si dice: lasciami andare, voglio tornare a vivere!»

    Il videoclip ufficiale che accompagna il brano, diretto da Federico Reina, traspone questa battaglia interna in un’estetica gotica elegantissima, carica di simbolismi d’altri tempi. Il video guida lo spettatore tra ombre dense e suggestioni d’epoca, dove maschere nere e ombrelli da passeggio diventano feticci di una protezione apparente, schermi dietro cui l’anima tenta di celarsi per non essere consumata. Una danza di presenze silenziose, un teatro dell’assurdo dove lutto e rinascita si sfiorano, rendendo visivamente quel senso di isolamento claustrofobico che precede la liberazione finale.

    Dietro l’alias di Clair c’è Barbara Rizzo, una professionista che declina il rigore accademico del Conservatorio in una pratica pedagogica concreta. Docente di Educazione Musicale e specializzata sul sostegno, l’artista ha reso la sua produzione discografica uno strumento didattico: brani come “So Perfectly” (2025), dedicato al tema della violenza di genere, e “Never Give Up” (2025), centrato sull’auto-determinazione, sono entrati nelle sue aule come materiali di analisi e confronto. La sua musica non abita soltanto le piattaforme digitali, ma diventa occasione di riflessione critica, accompagnando gli studenti verso una consapevolezza emotiva che il sistema scolastico fatica ancora a codificare e formalizzare.

    Con “Stop Anxiety”, questo percorso prosegue, smarcandosi dai cliché del pop commerciale per assumere una funzione sociale misurata e, oggi più che mai, necessaria. L’esperienza nella direzione di cori di voci bianche e la lunga attività concertistica tra classica e opera le consentono di maneggiare la materia sonora con piena consapevolezza. La musica, per Clair, non si esaurisce nell’intrattenimento: ogni traccia è calibrata per intervenire su quegli stati interiori che alterano il benessere individuale.

    La parabola di Clair rappresenta un unicum nel panorama attuale: il suo background non è un semplice dato biografico, ma la spina dorsale di un progetto che non ammette approssimazioni. La sua voce possiede una grana che sa essere seta e roccia, riuscendo ad oscillare con naturalezza dal sussurro dell’introspezione a una potenza piena e misurata; una potenza che mantiene sempre controllo e misura, articolata per variazioni di intensità e registri senza mai perdere centratura.

    “Stop Anxiety” segna il posizionamento di un’interprete capace di dialogare con i codici del pop internazionale senza smarrire la complessità della propria radice culturale.

    «Ogni notte diverrà luce, e ogni ombra diverrà colore, e vivrò con il sole in fronte», conclude l’artista, lasciando un’immagine che resta aperta, una direzione ostinata verso quella chiarezza che solo chi ha attraversato il buio sa riconoscere come l’unica destinazione possibile. Un’epifania cromatica che non cancella il passato, ma lo trasforma nel presupposto ineludibile per tornare a vivere pienamente il presente, con il sole finalmente a picco sulla fronte.

  • Shaza rilegge “Don’t Look Back in Anger” degli Oasis trent’anni dopo, senza cambiare una parola

    A trent’anni dalla pubblicazione, “Don’t Look Back In Anger” non ha perso un grammo della sua presa generazionale. Il capolavoro di Noel Gallagher non è mai diventato una reliquia del passato, restando tutt’oggi un punto di riferimento anche per chi, nel 1996, non era ancora nei pensieri del tempo. È dentro questa appartenenza che Shaza — cantautrice comasca classe 2007 — riapre il dialogo con il brano, dandone una rilettura di segno opposto, da una prospettiva radicalmente divergente.

    Quella di Shaza non è una cover né, tantomeno, un omaggio calligrafico. È, al contrario, un rigoroso lavoro di scavo. L’artista prende uno dei simboli più pervasivi del Britpop e lo conduce fuori dal perimetro degli stadi, dei singalong da pub e dei finali catartici di setlist, trascinandolo dentro la penombra di una stanza. L’enfasi si spegne, la voce si abbassa e il brano recupera una dimensione raccolta, quasi crepuscolare, privata di ogni velleità corale e della tracotanza degli anni Novanta. A guidarlo, è una precisione millimetrica, quella che appartiene solo a chi ascolta e interiorizza.

    Il contesto è quello di una generazione in bilico tra l’iperconnessione e un isolamento percepito che i dati ISTAT confermano con chiarezza: oltre un terzo degli adolescenti italiani sperimenta quotidianamente il senso di esclusione sociale. In questo quadro, la versione di Shaza metabolizza una sensibilità specifica, che non rinnega il passato ma rifiuta di restarne prigioniera. “Don’t Look Back In Anger” diventa così termometro del presente, un collante tra l’eredità di un mito e il bisogno di riconciliazione individuale.

    Sul piano interpretativo, Shaza — studentessa al liceo artistico — modula la sua voce con la stessa cura con cui gestisce i colori sulla tela. Il centro del pezzo non è più la rabbia, ma la grana bianca di quella stessa tela che riemerge quando il colore viene raschiato via. È l’accettazione del tempo che è stato, la pace fatta con l’irrimediabile.

    «Avvertivo l’urgenza di rileggere questo brano spogliandolo della sua veste pubblica per portarlo a una dimensione più intima, più vicina alla mia verità — racconta l’artista —. Non c’è alcuna volontà di sostituirsi all’originale, bensì il desiderio di dialogare con ciò che rappresenta oggi, nel mio quotidiano. È il mio modo di osservare il passato senza lasciarmi consumare. Ed è, in fondo, un dialogo con il tempo.»

    Il singolo, prodotto da Massimiliano Cenatiempo, segna un punto di assestamento nel percorso della giovane cantautrice, in cui la sua formazione multidisciplinare fluisce in un’interpretazione attenta alle pause e alle sfumature. Il videoclip ufficiale, concepito come capitolo visivo del progetto, verrà rilasciato nel corso delle prossime settimane, assecondando una temporalità dilatata che sfida la bulimia dei consumi digitali immediati.

    In questa rilettura, l’inno degli Oasis cessa di essere un coro da stadio e torna a farsi soliloquio, quasi un segreto. Shaza ci ricorda che, talvolta, per riuscire ad andare avanti è necessario prima saper sostare con dignità davanti a ciò che abbiamo lasciato alle spalle. Senza alcuna rabbia.

  • Simone Tomassini sceglie il 14 febbraio per raccontare l’amore imperfetto, vero e quotidiano

    Sabato 14 febbraio, in occasione di San Valentino, esce “L’amore è un’altra cosa” (Orangle Records), il nuovo singolo di Simone Tomassini, secondo capitolo del progetto “I dettagli”, un lavoro che unisce musica e scrittura in un racconto esteso, personale e coerente.

    Dopo “Se ci credo è colpa tua”, brano che ha segnato l’inizio di una nuova fase artistica, Tomassini torna con una canzone che rilegge il tema dell’amore senza idealizzazioni.

    L’artista si allontana dall’idea romantica, spesso distante dalle complessità relazionali, per raccontare il sentimento che incontra la quotidianità: le distanze, i silenzi, le abitudini. Preferisce le immagini imperfette a quelle rassicuranti, evitando la frase giusta e optando invece per parole che restano aderenti alla realtà di coppia. Anziché trattare l’amore come tema, lo tratta come una questione concreta, una condizione da vivere e attraversare: lo sporca, lo mette in discussione, lo lascia incompleto. E in quell’imperfezione, così meravigliosa e così visceralmente umana, ci entra solo chi ascolta davvero.

    Nel testo del brano, l’amore non è un contratto, non è una promessa solenne, non è un rito da celebrare. È un’esperienza concreta, fatta di ricordi, di oggetti che conservano tracce del tempo, di momenti che riaffiorano con la loro polvere addosso. È «prendersi per mano senza la paura di restare soli».

    Simone Tomassini, che ha scelto di aggiungere il proprio cognome al nome d’arte in anni recenti come omaggio alla memoria del padre e del nonno, non ha certo bisogno di presentazioni. La sua carriera, avviata nei primi Duemila e consolidata con la partecipazione alla 54esima edizione del Festival di Sanremo e il successo di “È stato tanto tempo fa”, si è sviluppata seguendo una traiettoria lontana dall’esposizione obbligata. Nel tempo, il cantautore e musicista comasco ha sempre occupato una posizione riconoscibile: un rock-pop melodico, legato alla forma-canzone, che ha attraversato gli anni senza perdere identità. La sua voce, il suo modo di scrivere, il suo suono restano immediatamente riconducibili a una cifra personale. Una continuità che gli consente di parlare anche alle generazioni più giovani, senza rincorrere linguaggi che non gli appartengono.

    E dentro questa coerenza, prende forma il suo nuovo progetto. Un progetto che non nasce per opporsi al presente, ma per riportare centralità a ciò che per Simone resta essenziale: la musica come linguaggio sincero, come spazio di racconto, come scelta consapevole e relazione con chi ascolta.

    Un progetto in cui ci sono oggetti, ricordi sfocati, scene di vita quotidiana. In cui non c’è nessuna idea di amore da difendere, ma un modo di guardarlo mentre si evolve e cambia forma.

    Il videoclip ufficiale del singolo, diretto dallo stesso Tomassini e realizzato interamente in piano sequenza, ruota attorno alla figura di una sposa – interpretata dall’attrice Valeria Spagnuolo – posta davanti a più possibilità. Non è chiaro se stia andando verso il proprio matrimonio, se stia tornando indietro o se stia semplicemente scegliendo di fermarsi. Un’immagine volutamente aperta, che accompagna il senso del pezzo: l’amore come percorso incerto, fatto di tentativi, cadute e ripartenze.

    “L’amore è un’altra cosa” fa parte di “I dettagli”, il nuovo progetto discografico e letterario di Simone Tomassini, che vedrà l’uscita di un album accompagnato da un libro. Ogni canzone corrisponde a un capitolo, ampliando il racconto oltre il formato musicale.

    «Ho sentito il bisogno di dare alla mia musica tutti i dettagli possibili – dichiara Tomassini -. Le canzoni sono piccole poesie, ma volevo che diventassero capitoli veri e propri, capaci di ampliare il racconto e di condurre chi ascolta dentro una storia più ampia, fatta di immagini, passaggi e momenti che non si esauriscono in tre minuti.»

    La scritta del titolo del brano sulla copertina digitale è stata realizzata da Charlotte Tomassini, figlia di Simone, a sottolineare la dimensione personale del progetto.

    “L’amore è un’altra cosa” si distacca dalla narrazione del sentimento perfetto per raccontare un legame che si misura con il tempo. Un amore che si “schianta”, che cambia, ma che continua a cercare una direzione da percorrere insieme. Un sentimento che si evolve in nuove forme, ma non smette di interrogarsi su quello che continua a tenere in piedi una relazione, anche quando l’idea di amore smette di essere ideale.