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  • Quando il domani non chiedeva performance: Gianpaolo Pace e il viaggio amarcord di “Lamù o Sampei?”

    C’è stato un tempo in cui scegliere significava prendere posizione, anche da bambini. Non perché mancassero le alternative, ma perché ogni scelta aveva conseguenze. Prima di Facebook, prima dello streaming, prima dello scroll continuo, prima che tutto fosse disponibile subito, scegliere faceva parte della quotidianità.

    È la storia di una generazione cresciuta senza gli algoritmi, quando il tempo non era ancora scandito – e spezzato – dalle notifiche dei social e l’immaginario non passava da uno schermo personale, ma da un salotto, da una VHS consumata, da una scelta fatta insieme. Ed è da lì che il cantautore torinese Gianpaolo Pace guarda il presente: da una grammatica elementare dell’infanzia che oggi sembra lontana, ma continua a orientare quei figli diventati padri e madri, usando il passato non come abito nostalgico, ma come termine di confronto.

    Lamù o Sampei?”, il suo nuovo singolo per Pako Music Records, nasce in quello spazio di passaggio tra analogico e digitale, tra maturità e disincanto, tra ciò che si è stati e ciò che si è diventati senza nemmeno accorgersene.

    Nel testo del brano il passato non viene mai idealizzato. Appare così com’era: frammentato, disordinato, a volte persino ingenuo. I floppy disk convivono con la Panda, il Costanzo Show con la “Lambada”, la morte di Vialli con i sogni di ricchezza visti in Blow. Non c’è compiacimento, ma una sequenza di immagini che chi ha vissuto quegli anni riconosce al primo sguardo, senza bisogno di spiegazioni.

    È il racconto di un’età in cui si cresceva “Tra palco e realtà”, con la sensazione costante di essere in mezzo: tra quello che si desiderava e quello che sembrava possibile, tra promesse fatte con il mignolo e progetti lasciati a metà. Le sigarette fumate di nascosto, le cassette mangiate dallo stereo, le notti davanti a una VHS che non stancava mai non sono descritti come simboli, ma per quello che erano davvero: semplicemente, punti fermi.

    Oggi, guardandosi intorno, quel tipo di certezze proprio delle cose piccole, delle abitudini, di un’idea di futuro che non aveva bisogno di essere continuamente ridefinita, sembra più difficile da riconoscere, come se fosse appannaggio di un tempo lontano, perduto. E questo non perché manchino le possibilità, ma perché è cambiato il modo di stare nel tempo e nelle scelte.

    Nel testo di “Lamù o Sampei?” torna più volte una parola che dice molto più di quanto sembri: sopravvissuti. Sopravvissuti ai floppy disk, a Netlog, a un immaginario televisivo e musicale che non prometteva ricchezze o salvezze, ma offriva comunque appigli: immagini, rituali, orizzonti semplici dentro cui crescere. Non c’era la garanzia di arrivare lontano, di “fare successo”, di “diventare i migliori”, ma c’era l’idea che si potesse arrivare da qualche parte avendo un sogno in tasca, qualcosa in cui credere abbastanza da provarci.  Ed è forse questa differenza, oggi, ad essere più evidente.

    La promessa di futuro vista dall’infanzia è uno dei punti centrali del brano e prende forma in frasi come «Comunque massimo a trenta io mi sposo, lo sai? Perché altrimenti un figlio non lo farò mai» e «io alla tua età». Frasi che oggi possono suonare obsolete, perfino prescrittive, ma che raccontano perfettamente un’epoca in cui il domani era pensabile perché non chiedeva di essere eccezionali e aveva contorni riconoscibili, una forma sufficientemente chiara da poterci stare dentro.

    In quelle promesse non c’era un modello da imitare, né un’idea unica di riuscita. C’era piuttosto il desiderio di una stabilità accessibile che non passava dal successo, fatta di quotidianità e continuità. Non un sogno spettacolare, ma un futuro che non domandava di dimostrare il proprio valore a ogni passo. È qui che il brano mette a fuoco il presente: un tempo che ha moltiplicato le possibilità, chiedendo però, in cambio, una costante ridefinizione di sé; un’infanzia che immaginava il domani come un luogo abitabile, contro un presente che ha moltiplicato le opzioni e assottigliato il senso delle scelte.

    La generazione cantata da Pace non viene descritta come privilegiata né come sconfitta, ma come quella che è passata attraverso i cambiamenti senza istruzioni, adattandosi a un mondo che mutava mentre lo si stava ancora imparando. “Sopravvivere”, per l’artista, non equivale a resistere al tempo che passa, ma al restare riconoscibili dentro il cambiamento. È il filo che tiene insieme l’infanzia analogica e l’età adulta digitale, il motivo per cui il passato non viene idealizzato e il futuro non viene mitizzato. E da questa condizione — non nostalgica, ma vigile —, nasce il bisogno di tornare a interrogarsi su cosa significhi scegliere.

    Quando l’artista canta dei Tamagotchi “uccisi”, delle modifiche alla Play, non sta facendo un’operazione di recupero pop. Sta mostrando il momento specifico in cui il gioco smette di essere solo gioco e diventa allenamento all’attesa, al limite, al “no”. Anche la «la noia costante» viene raccontata esattamente per quello che è: non un nemico da eliminare, ma una condizione da attraversare.

    E allora la domanda finale non riguarda più solo l’infanzia. «Scegli: Lamù o Sampei?» diventa un quesito rivolto agli adulti di oggi, a chi si muove in un tempo che chiede velocità ma non direzione. Non per tornare indietro, ma per capire se siamo ancora capaci di scegliere qualcosa — una cosa sola — e restarci dentro. Perché scegliere significa sempre rinunciare a qualcosa, e assumersi la responsabilità di quella rinuncia. E ricordare, qui, non serve a tornare indietro. Serve a capire che tipo di adulti siamo diventati.

  • L’amore prima delle notifiche: quando l’intimità passava dalla pelle, non dallo schermo

    C’era un jukebox che cantava, la sabbia ancora tiepida sotto i piedi, il mare come unico testimone. Niente notifiche, niente schermi, solo corpi che si cercavano prima ancora delle parole. È da questa istantanea che prende forma “Cartoline”, il nuovo progetto di Christian De Curtis: un brano autobiografico che rievoca un’estate vissuta in Sardegna nel 2006 e che oggi riaffiora in quattro versioni diverse, raccolte nell’omonimo EP.

    Nel racconto di “Cartoline” c’è soprattutto un confronto silenzioso tra due epoche: quella in cui ci si conosceva guardandosi negli occhi, e quella in cui le relazioni passano sempre più attraverso uno schermo. Una riflessione matura e consapevole sul modo in cui abbiamo smesso di esserci davvero, sostituendo la presenza con la mediazione continua del digitale.

    La contrapposizione tra l’esperienza fisica, diretta e imperfetta del passato e la comunicazione filtrata, frammentata e superficiale del presente.

    Nato da un taccuino impolverato ritrovato dopo quasi vent’anni, pieno di appunti sparsi, immagini e frasi mai diventate canzone, il brano racconta un flirt estivo, breve ma intenso, vissuto lontano dai social. Un’estate fatta di sguardi, silenzi, contatti reali. «Ci toccavamo con rispetto e follia», scrive De Curtis, sintetizzando una generazione che si è conosciuta senza chat, senza messaggi cancellabili, senza profili da costruire. Un ricordo rimasto cristallizzato nel tempo, fino a trovare finalmente una dimensione musicale che dialoga con il presente senza nostalgia, riportando al centro la presenza nel modo di stare con l’altro, di parlarsi, di guardarsi, di vivere davvero dentro ciò che accade.

    Oggi, quella stessa storia, è disponibile in quattro versioni, come se cercasse ogni volta una voce diversa per farsi ascoltare:

    1. Cartoline
    2. Cartoline – Go To Disco Project Remix
    3. Cartoline – De Curtis Electrix
    4. Cartoline – PianoLove Version

    Se le prime tre mantengono il legame con il background dance e house dell’autore, è la PianoLove a stringere l’inquadratura, portando il testo in un registro più intimo. Una rilettura essenziale, costruita intorno al pianoforte, dove sono le immagini a parlare.  È lì che “una cartolina, due righe e un addio” diventa l’ultima forma di contatto prima dell’era delle chat.

    «Con questa release – dichiara l’artista – voglio lanciare un messaggio che mi sembra si sia un po’ perso: il valore del rispetto. Oggi ci si conosce tramite chat, ci si mette insieme su WhatsApp, tutto è mediato da uno schermo. In “Cartoline” racconto l’esatto opposto. Anche se parlo di una storia fugace, quello che mi preme sottolineare è che la persona che abbiamo davanti merita sempre rispetto. Quel rispetto, unito alla follia tipica dell’innamoramento, è ciò che rende un momento indimenticabile. Scrivendolo, volevo celebrare il volersi conoscere davvero, il raccontarsi guardandosi negli occhi, il viversi il presente in prima persona senza filtri digitali. In quel ricordo del passato, io e lei parlavamo faccia a faccia e il mare faceva il resto, diventando il complice di quei segreti. Mi piacerebbe che chi ascolta si prendesse il tempo per fermarsi a riflettere su questo: sulla bellezza di un contatto effettivo, di un’emozione vissuta sulla pelle e non attraverso un clic. È quel segno indelebile, come un tatuaggio, che un algoritmo non potrà mai darci.»

    De Curtis – voce radiofonica e producer con un percorso ventennale legato alla dance – sceglie qui di scrivere per la prima volta in italiano, spostando l’attenzione dalla pista alla parola, per dar voce a un’estate “scritta sotto pelle”, ma soprattutto al parallelo tra un tempo in cui “i corpi parlavano prima delle parole” e quello dove restano “faccine e bugie”, “messaggi spuntati e mezze poesie”.

    Una distanza che non è solo temporale e geografica – «tu in una città, io in un’altra metà» -, ma anche e soprattutto comunicativa. La riduzione dell’intimità a segnale, l’abitudine a restare in contatto senza esporsi, a sfiorarsi senza toccarsi davvero. Ed è qui che “Cartoline”, da un brano-ricordo del passato, diventa immediatamente attuale: perché non racconta un’epoca svanita, ma lo svanire della forma più piena di stare insieme dentro la nostra.

    Anche l’immagine scelta per accompagnare il progetto va in questa direzione.
    L’artwork, firmato Pamela Tallarita, mostra un gruppo di amici sulla spiaggia al tramonto, accanto a un’auto carica di bagagli. La luce è calda, le figure sono in controluce, il mare resta sullo sfondo.

    “Cartoline” racconta cosa abbiamo guadagnato e cosa abbiamo perso, e lo fa con un immaginario semplice, fisico, pieno di dettagli: la schiena salata, il vento, la spiaggia vuota, il mare come testimone, le parole pagate a messaggio, gli abbracci lasciati agli squilli. Con questo brano, De Curtis intercetta un tema che riguarda tutti – relazioni, linguaggio, educazione sentimentale, tecnologia – e lo porta in una forma accessibile e immediata. È una canzone che si presta a essere citata, ripresa, discussa. E soprattutto, ci ricorda che le emozioni non hanno bisogno di schermi per esistere.

  • “Come un Temporale” di Nikasoul segna la rinascita di un’artista trasversale

    Nikasoul è una figura che ha attraversato linguaggi e piattaforme diverse, costruendo negli anni una presenza riconoscibile tra televisione, musica, live e social. Un percorso articolato, fatto di esposizione mediatica e sperimentazioni espressive, che oggi trova una nuova direzione con “Come un Temporale” (Jayworks Music/Discolove), brano che segna un passaggio netto verso una dimensione più musicale, più corporea, più centrata sulla voce.

    Questa uscita rappresenta un ritorno all’essenziale: meno sovrastrutture, più spazio all’identità sonora e alla relazione diretta tra voce e ritmo. “Come un Temporale” unisce ballabilità e presenza vocale, collocandosi in quella zona di confine tra pop, soul e club culture che in Italia resta ancora poco frequentata.

    Per Nikasoul non si tratta solo di un nuovo singolo, ma di una svolta professionale. Dopo anni di attività in ambiti diversi – tra televisione, palchi e collaborazioni – il brano diventa il punto di avvio di una fase più definita, in cui l’artista sceglie di riportare al centro una parte di sé rimasta a lungo in secondo piano.

    La simbologia del temporale, infatti, precede il racconto sentimentale e ne diventa la vera chiave di lettura: non solo l’irruzione improvvisa di un amore, ma l’arrivo di qualcosa che rompe le abitudini, sposta il percorso, rimette ordine in ciò che sembrava ormai sedimentato.

    «Il progetto è nato dal bisogno di tornare alla mia parte più pura, alla mia anima bambina – racconta -. In apparenza sembra una storia d’amore, ma per me è un incontro con ciò che avevo lasciato in silenzio. “Come un Temporale” è stato un momento di svolta.»

    Sul piano sonoro, il brano si articola su un impianto ritmico solido: groove stabile, linea soul, suoni synth e voce in primo piano. Una scelta che fonde immediatezza radiofonica e funzione da club, evitando le coordinate più prevedibili della dance contemporanea e puntando su una dimensione più fisica, vocale, identitaria.

    Il videoclip ufficiale, diretto da Newstars Soundworks, segue la stessa direzione: ritmo serrato, movimento centrale, ambientazione ridotta all’essenziale. L’attenzione resta sulla relazione tra musica e corpo, senza costruzioni superflue.

    “Come un Temporale” introduce un filone musicale quasi inesistente oggi in Italia: una dance che non rinuncia alla voce, che mette insieme ballabilità e racconto, presenza scenica e direzione artistica. Non solo una nuova uscita discografica, ma un passo preciso nella ridefinizione dell’identità di Nikasoul.

  • La dissonanza come linguaggio dell’oggi in “Albatros”, il nuovo album dei FoFoForever di Stefano Poletti (Officina della Camomilla)

    Stefano Poletti, co-fondatore dell’Officina della Camomilla e figura centrale della scena indie italiana, torna il 16 gennaio con “Albatros” (Orangle Records), il nuovo album del progetto parallelo FoFoForever: dieci brani che riportano in primo piano la sua scrittura irregolare, l’uso di strumenti non convenzionali e un immaginario che dialoga con il mercato attuale senza ricalcarne i codici.

    Quando si parla del lavoro di Poletti, tornano spesso suoni e immagini che arrivano dall’infanzia e resistono nel tempo senza trasformarsi in nostalgia. “Albatros” nasce proprio da questa attitudine: riportare in superficie quello che rimane quando la vita adulta perde leggerezza e serve un dettaglio, un appiglio minimo, per ritrovare la direzione.

    “Albatros”, composto da 10 tracce che si muovono tra pop, lampi folk e incursioni orchestrali, arriva in un momento in cui il racconto musicale italiano tende a uniformarsi. Qui, invece, si torna ad un’artigianalità sonora che non teme la dissonanza e anzi la cerca, grazie ad una band convinta che il racconto dell’oggi passi anche attraverso ciò che è imperfetto, immediato, istintivo nel modo in cui nasce e si espone.

    E proprio nell’imperfezione istintiva e sincera si colloca l’immaginario dei FoFoForever, raccontato attraverso materiali e figure che appartengono alla prima infanzia ma vengono rielaborati senza sentimentalismi: xilofoni, Omnichord, giraffe volanti. Cerotti sulle ginocchia sbucciate in un progetto che ruota attorno a poesie sgangherate da “presa bene”, divertenti e immaginifiche, che restano nell’etere cosmico come una stella cometa in cerca di passaggio verso una supernova.

    «Con “Albatros” – dichiara Stefano Poletti – ho cercato di tenere vivo lo sguardo dell’infanzia, anche quando si diventa grandi. Non per nostalgia, ma per continuare a immaginare. È un disco nato da piccoli gesti quotidiani che diventano mondi, da suoni imperfetti che raccontano più di mille parole.»

    Musicista, autore, regista, figura creativa che ha attraversato più fasi della scena alternativa rimanendo riconoscibile anche quando cambia forma, Stefano Poletti occupa da anni una posizione singolare nel panorama indie-pop italiano; con i FoFoForever questa riconoscibilità diventa un modo di intendere il pop come territorio irregolare, dove strumenti giocattolo, arrangiamenti volutamente scomposti e melodie oblique definiscono un modo preciso di costruire le canzoni, senza ricorrere ai linguaggi più prevedibili del mercato.

    Dopo “Canzoni contro il panico”, la band torna con un disco pensato per contrastare la frenesia quotidiana: un lavoro cantautorale indie-pop costruito su arrangiamenti mai scontati, a tratti folk, a tratti punk, con incursioni nel post-rock e aperture orchestrali.

    Non una somma di stili, ma un modo di unire registri diversi dentro un’unica direzione. L’effetto complessivo è quello di un album che sembra scritto in un luogo di confine tra cameretta e cosmo, mantenendo una leggerezza solo apparente, perché sotto la superficie irregolare convivono inquietudini, ricordi, sogni, paure e piccole illuminazioni quotidiane.

    Il titolo dell’album e della focus track apre un doppio fronte: da un lato l’immaginario letterario dell’albatros, creatura che vola alto ma fatica a muoversi a terra; dall’altro la sensazione di essere fuori asse, fuori posto, ma comunque in movimento. È un’immagine che parla molto al presente, un tempo in cui la stabilità è intermittente e ci si orienta per frammenti.

    “Albatros”, accompagnato dal tour ufficiale che ne porta l’immaginario dal disco al palco, segna il ritorno di un pop naïf e visionario come forma di resistenza alla saturazione dell’ascolto. Un album che rivendica il diritto di restare laterale, di non occupare obbligatoriamente il centro, e di usare l’immaginazione come bussola per orientarsi in un presente in cui la direzione non è mai data una volta per tutte.

    “Albatros” Tour:

    17 gennaio – Milano, ARCI Bellezza (Release Party)
    31 gennaio – Parma, BDC
    21 febbraio – Bologna, Binario 69
    26 febbraio – Roma, Alcazar
    27 febbraio – Napoli, Mamamu
    28 marzo – Bruxelles, Piola Libri

    A seguire, tracklist e track by track del disco.

    “Albatros” – Tracklist:

    1. La canzone della solitudine
    2. Lucia
    3. Albatros
    4. Cane
    5. Astronave cuscino
    6. Lacrima VHS
    7. La danza della foresta
    8. Poesia arcobaleno
    9. Ashita no koto mode mo
    10. Zaffiro

    “Albatros” – Il disco raccontato dalla band:

    La canzone della solitudine è un brano che si muove tra malinconia adolescenziale e energia luminosa. Abbiamo descritto la solitudine non tanto come vuoto o mancanza, ma come punto di partenza per rimettersi in moto. Gli archi e gli xilofoni aprono un panorama di dolcezza sbilenca che diventa il segno distintivo del progetto.

    Lucia. Una ballad folk che procede in sottrazione. Lucia è figura-soglia: rappresenta il momento in cui, dopo una notte che stanca più dell’alcol, la musica torna come appiglio essenziale.

    Albatros, il brano che dà il titolo all’album. Una corsa circolare, un incedere che oscilla tra leggerezza e un’inquietudine appena trattenuta. È la sintesi perfetta del progetto: una creatura che vola alto proprio perché non teme di mostrarsi disallineata.

    Cane è la parentesi più istintiva e punk del disco: ritmo spezzato, chitarre che grattano, una spontaneità che diventa chiave narrativa.

    Astronave cuscino. Una micro-fiaba che trasforma lo spazio domestico in luogo siderale. Una stanza, un letto, un oggetto qualunque. Da lì parte tutto. Non serve scappare lontano: basta cambiare prospettiva. È uno dei brani che dichiarano meglio l’idea del disco.

    Lacrima VHS. Il brano più legato alla memoria. L’immagine della VHS richiama un archivio emotivo che non funziona più perfettamente, e proprio per questo è prezioso. Un gioco di distorsioni e immagini bruciate.

    La danza della foresta. Ritmi irregolari, visioni verdi, un senso di movimento continuo. È uno dei momenti più cinematografici dell’album.

    Poesia arcobaleno. Titolo che finge leggerezza e invece custodisce un’idea precisa: trovare colore anche nelle giornate che non ne hanno. Arrangiamento che vira verso il cantautorato fantastico, come se l’infanzia avesse chiesto il permesso di entrare di nuovo in scena.

    Ashita no koto mode mo. Un attraversamento di immaginari orientali filtrati attraverso il pop italiano. Brano di cura e di distanza, sospeso, che amplia l’orizzonte sonoro del disco.

    Zaffiro è una chiusura contemplativa: un piccolo talismano musicale. Sintesi del percorso, della sua malinconia e della sua forza quieta.

  • La musica come il calcio: non basta allenarsi, serve essere convocati

    C’è un momento, nella carriera di ogni talento, in cui l’allenamento non basta più. Ti alleni, cresci, migliori. Ma a volte, il campo resta chiuso. La panchina diventa inattività contrattuale, l’attesa si prolunga, il dialogo si interrompe. È da qui che nasce “Champions League” (Daylite Records/3Esse Srl), il nuovo singolo di Connor Las Americas: un racconto disilluso che adotta il linguaggio calcistico per parlare di industria musicale, potere decisionale e occasioni negate.

    Nel brano, l’allenatore diventa il discografico, il giocatore l’artista.
    Non c’è rabbia, non ci sono scontri né attacchi frontali. Solo una domanda, che attraversa tutto il testo:

    «se mi alleno bene, perché non mi fai giocare mai?»

    Negli ultimi anni, l’industria musicale italiana ha accelerato tempi e aspettative: contratti sempre più precoci, percorsi compressi, dinamiche decisionali sempre più rapide. L’accesso al “campo” passa spesso da scelte standardizzate, formati predefiniti, traiettorie obbligate che non sempre tengono conto della maturazione artistica o della visione individuale. In questo contesto, molti progetti restano in stand-by: firmati, ma non realmente messi nelle condizioni di esprimersi.

    A rendere questo equilibrio ancora più fragile è la mole crescente di artisti che ogni anno affacciano sul mercato: un bacino amplissimo di talenti, percorsi e aspirazioni che competono per uno spazio sempre più ristretto. In un sistema saturo, il sogno diventa una leva potentissima – perché muove sacrifici, attese, rinunce – ma anche estremamente delicata. Vale nello sport come nell’arte: la promessa di un accesso possibile al campo, al palco, alla visibilità, può sostenere un percorso o incrinarlo, soprattutto quando resta rinviata troppo a lungo; una convocazione rimandata indefinitamente.

    A questa pressione strutturale si aggiunge un altro elemento, meno visibile ma decisivo: la distanza tra chi prende decisioni e i percorsi artistici che dovrebbe accompagnare. In molti casi, alla firma non segue un reale lavoro di sviluppo, mediazione o lettura del progetto nel tempo. Mancano spesso figure capaci di tradurre il potenziale in direzione, di gestire le fasi di attesa, di sostenere la crescita senza forzarla dentro traiettorie standard. Il risultato non è il fallimento immediato, ma una sospensione prolungata, che lascia l’artista formalmente dentro il sistema ma, di fatto, fuori dal campo.

    “Champions League” parla proprio di questa condizione, quella di chi viene messo sotto contratto troppo presto, senza un reale allineamento di visione, e si ritrova bloccato, invisibile, costretto a guardare la partita dalle tribune.

    Connor non invoca protezioni, non infanga la maglia. Chiede spazio. Anche solo cinque minuti nel recupero. Il tempo necessario per dimostrare il proprio valore. Al mister, ma soprattutto a un pubblico che non ha ancora avuto modo di vederlo giocare.

    Le tribune che “non fanno bene”, la richiesta di essere “messo sul mercato”, il rispetto per la squadra nonostante tutto, il sogno infantile della Champions League citati nel testo, restano intatti anche quando la carriera si inceppa.

    L’artista mette in forma canzone la sua vocazione: una vocazione che non si spegne, nemmeno durante e dopo l’esclusione.

    Rimasto artisticamente bloccato per quasi quattro anni dopo un contratto discografico firmato nel 2020, a causa di un conflitto profondo sulla direzione artistica e sull’unica strada che gli veniva concessa — quella di un talent show che non sentiva propria — Connor Las Americas ha attraversato un lungo contenzioso legale, concluso con la riconquista della sua libertà creativa. “Champions League” è il primo brano che segna questo ritorno.

    Scritto a quattro mani con Francesco Mattia Pisapia e prodotto da effemmepi, il singolo non vuol essere una resa dei conti, né una richiesta di indulgenza, ma una presa di parola consapevole su ciò che accade quando il talento resta in panchina, anche a fronte di aspettative e prospettive iniziali che sembravano già tracciate. Il racconto, spogliato da polemiche sterili, di cosa resta, dentro un artista, quando il sogno è ancora lì, ma l’accesso è negato.

    «Ci tenevo a raccontare cosa succede quando sei dentro un sistema, ma non ti è permesso agire – dichiara Connor Las Americas -. Nel calcio come nella musica, la panchina non è solo attesa o esclusione: è un tempo che passa senza possibilità di mettersi alla prova. Con questo brano non cerco colpevoli, ma rivendico il diritto di ogni talento di misurarsi con il proprio pubblico, anche solo per cinque minuti di recupero.»

    Oggi Connor sceglie di ripartire da Daylite Records, una realtà allineata ai suoi valori: un cambio di squadra, non una fuga. Un nuovo inizio, dopo una lunga attesa.

    “Champions League” parla di musica, ma riguarda anche il lavoro, il merito, il tempo sospeso di un’intera generazione che si allena senza sapere quando — o se — arriverà la convocazione.

  • Tra Rio De Janeiro e Firenze nasce un progetto che osserva le relazioni senza semplificarle: “Briciole di te” di Ilema

    Il debutto discografico di Ilema, nome d’arte di Ilenia Mancini, è l’approdo di un lungo percorso antropologico e geografico. “Briciole di te”, il suo nuovo singolo, nasce tra il Brasile e l’Italia e segna l’inizio ufficiale del suo progetto discografico, arrangiato da Marco Falagiani – Premio Oscar per Mediterraneo, produttore storico della canzone italiana e collaboratore, tra gli altri, di Mia Martini e Aleandro Baldi.

    Scritto a Rio de Janeiro, in un periodo di forte isolamento e ridefinizione personale, “Briciole di te” porta all’attenzione una dinamica relazionale sempre più diffusa: la presenza intermittente, fatta di promesse minime e di un coinvolgimento mai dichiarato, oggi spesso definita con il termine breadcrumbing. Questa condizione prende forma attraverso l’immagine immediata e insistita delle “briciole”, che diventa la misura narrativa di un legame sbilanciato, più che una metafora sentimentale.

    Nel testo non compare mai una definizione reciproca del rapporto. L’asimmetria tra i partner appare anche sul piano grammaticale: «io amante, tu niente di più». Una frase tronca, che non si completa, come non si completa il legame che racconta. Ilema non prende posizione, non giudica, non corregge. Si limita a registrare, in forma canzone, una dinamica, evitando aggiustamenti.

    Se il Brasile è stato il luogo della scrittura, è Firenze, nell’incontro con Falagiani nel novembre 2024, ad aver dato al brano una direzione definitiva. La produzione sceglie una linea essenziale, priva di sovrastrutture, che valorizza una vocalità non addestrata ai codici del pop contemporaneo. Un’impostazione che fa della semplicità formale e della ripetizione testuale un elemento strutturale, coerente con il senso di stallo raccontato dal brano.

    «“Briciole di te” nasce da una presa di coscienza molto netta – dichiara Ilema -. Rendersi conto di quanto spesso si accettino legami fatti di assenze, di mezze parole, di presenze minime scambiate per amore. Scriverla è stato un modo per accorgermi e consapevolizzare quella dinamica e, allo stesso tempo, per prenderne le distanze».

    Il percorso personale e professionale di Ilenia Mancini attraversa contesti geografici e linguaggi diversi. Dopo gli studi e le prime esperienze formative tra Firenze e Londra, ha vissuto a lungo in Medio Oriente, approfondendo lo studio della lingua araba e delle pratiche corporee orientali. In Brasile, a Rio de Janeiro, ha dato vita al progetto Tao Batuque nella favela della Mangueira, un’iniziativa educativa che unisce yoga, percussioni e lavoro con i bambini del quartiere, attirando l’attenzione dei media locali e internazionali.

    Parallelamente alla musica, Ilema si è formata come terapeuta in medicina cinese ed è autrice del saggio “Come trattare la voce con la medicina cinese”, testo adottato in ambito medico e sanitario. Un background che entra nel progetto musicale come metodo, in quanto la voce viene trattata come strumento di equilibrio, controllo e misura, più che come veicolo di esperienze ed emozioni personali.

    L’arrangiamento di “Briciole di te” è firmato da Marco Falagiani, affiancato da Valentina Galasso e Marta Maddalena Di Stefano. Il mastering è a cura di Marzio Benelli, nome di riferimento della discografia toscana e nazionale. Il progetto sarà completato nelle prossime settimane dall’uscita del videoclip ufficiale.

    Con “Briciole di te”, Ilema debutta nel panorama musicale italiano con un brano che anziché cercare adesione o immedesimazione, richiama all’attenzione. La sua scrittura nasce fuori dal mercato nazionale e vi rientra senza adattarsi, affidandosi a una produzione che accompagna, senza guidare. Il singolo è il primo capitolo di un progetto che sceglie il tempo lungo, dando forma al proprio percorso senza accelerazioni.

  • La spensieratezza come atto consapevole: il nuovo album di Eric Mormile

    Cosa succede se il baricentro di Napoli si sposta verso i tramonti di Santa Monica? Eric Mormile risponde con “ÆSTHETICA pt. I”, il primo concept album che traghetta lo Yacht Rock nel cuore del Mediterraneo.

    Dopo una serie di fortunati lavori dedicati all’impegno sociale, il cantautore partenopeo cambia rotta e approda su lidi più solari e distesi con un progetto che celebra i piaceri umani. Il disco, anticipato dal singolo “Animale ‘e Città”, si completa oggi con l’uscita dell’ultimo estratto “Te Pigliasse a Muorze”, brano che declina con carnalità e groove il tema del desiderio, sigillando un capitolo che consacra la maturità espressiva e l’unicità stilistica di Mormile.

    L’album viene presentato dall’artista con un’immagine suggestiva che ne racchiude l’essenza e i titoli delle tracce:

    «Æsthetica è nu regno ‘e fantasia, nu viaggio ca parte d’ ‘a stanza mia e va ‘ngiro p’ ‘o munno. ‘O posto iusto pe n’animale ‘e città, e pe fa pure vita ‘e mare. Nu paese addò vulà ncopp’ ‘a na nuvola rosa, accussì soffice ca ‘a pigliasse a muorze, o addò fa nu tuffo futo int’ ‘o blu”»

    («Æsthetica è un regno di fantasia, un viaggio che parte dalla mia stanza e va in giro per il mondo. Il posto giusto per un animale di città, e per fare anche vita di mare. Un paese dove volare sopra una nuvola rosa, così soffice che la si prenderebbe a morsi, o dove fare un tuffo profondo nel blu»)

    Dietro questa scelta, c’è una riflessione tutt’altro che casuale: l’artista intende l’estetica come la ricerca del bello nelle esperienze quotidiane. Dal piacere del sesso al ristoro del sonno, dall’esperienza del viaggio al relax di un bagno in mare, dalla convivialità delle uscite serali con gli amici alla tranquillità della propria stanza vissuta come spazio di rifugio, ogni traccia è una dedica alla joie de vivre.

    Questa filosofia di vita viene fissata graficamente dall’uso della legatura latina che non è un semplice vezzo, ma serve a nobilitare questi piaceri naturali, elevandoli a forma d’arte. Un richiamo alla perfezione formale dello Yacht Rock e della Fusion anni ’70/’80, dove la cura del dettaglio — visivo e sonoro — era parte integrante dell’esperienza.

    Dal punto di vista tecnico-musicale, l’album è un raffinato omaggio allo Yacht Rock, quel crocevia sonoro popolare tra la metà degli anni ’70 e la metà degli ’80 che fonde Soul, Soft Rock, Fusion e Funk. Le influenze sono dichiarate e prestigiose: dagli Steely Dan ai Toto, dai Pages ai Doobie Brothers, con un tributo particolare al timbro vocale di Michael McDonald richiamato dallo stesso artista nei cori.

    Il disco, scritto in tempi record tra settembre e dicembre 2024, trova la sua ispirazione definitiva in un viaggio in California, dove Mormile ha saputo cogliere il segreto dietro la “romanticizzazione” di quei paesaggi, traslandoli nel golfo di Napoli attraverso una produzione meticolosa, curata fianco a fianco con l’ingegnere del suono e Maestro Nino Pomidoro.

    Ma l’internazionalità del sound non recide le radici. Anche in questo capitolo, Mormile consolida il legame con la grande scuola d’autore napoletana, avvalendosi della supervisione dei testi del Maestro Salvatore Palomba (storico autore di “Carmela”). Questa sinergia crea un contrasto affascinante: la poesia e la musicalità mediterranee si poggiano sulla perfezione formale di arrangiamenti che richiamano band iconiche come gli Airplay o i Toto (omaggiati nel groove shuffle di “‘Ngiro p’ ‘o Munno”).

    A completare il quadro sonoro sono le incursioni Soul e Jazz del sax di Alessio Castaldi, presenza chiave in tracce come “Stanza Mia”, “Vita ‘e Mare” e “Te Pigliasse a Muorze”, che rende l’album un’esperienza d’ascolto fluida, ideale per chi cerca una “cura” alla frenesia moderna.

    La parte visiva, essenziale per il racconto di “Æsthetica”, è curata dal regista Michele De Angelis di Midea Video, con una direzione “fumettata” curata dallo stesso Eric Mormile che unisce i videoclip e l’artwork della copertina, nata da uno scatto di Ocean Jaramillo.

    Cantautore, polistrumentista e compositore napoletano diplomato al Conservatorio, Eric Mormile ha saputo costruire negli anni un percorso artistico unico, capace di fondere la lingua napoletana con sonorità prog, pop-rock, new-wave e jazz-fusion di respiro internazionale.

    Dopo “’A Terra sona int’ ’e tiempe stuorte”, album segnato da una forte impronta sociale, l’artista sceglie consapevolmente di non scrivere un ulteriore disco “necessario”, ma un disco “abitabile”, che mette al centro esperienze quotidiane, tempi distesi e una dimensione privata raramente raccontata nella musica contemporanea.

    “ÆSTHETICA pt. I” è stato pubblicato seguendo un percorso progressivo, con l’uscita mensile dei brani tra singoli e anticipi, accompagnati da visual e lyric video, creando nel tempo un racconto coerente che culmina oggi nella pubblicazione completa dell’album.

    A seguire, tracklist e track by track.

    ÆSTHETICA pt. I – Tracklist:

    1. Stanzia Mia
    2. Int’ ‘o Blu
    3. ‘Ngiro p’ ‘o Munno
    4. Nuvola Rosa
    5. Animale ‘e Città
    6. Nu Tuffo Futo
    7. Nu Regno ‘e Fantasia
    8. Vita ‘e Mare
    9. Te Pigliasse a Muorze
    10. ÆSTHETICA pt. I

    ÆSTHETICA pt. I – Il disco raccontato dall’artista:

    Stanza Mia. Il viaggio di “ÆSTHETICA pt. I” parte dal luogo più comune e personale: la propria stanza. Per me è sempre stata uno spazio di rifugio e ispirazione, dove lasciare fuori ansie e preoccupazioni. Il riferimento a “In My Room” dei Beach Boys è inevitabile, pur essendo una canzone musicalmente ispirata dai Doobie Brothers e dagli Sneakers. È il primo brano con il sax di Alessio Castaldi, che ha improvvisato senza partitura: gli ho chiesto solo di esprimersi liberamente.

    Int’ ’o Blu. Uno dei brani più ascoltati tra gli anticipi. Racconta il piacere di passare ore in acqua, facendo il bagno. L’idea è nata su un materassino, a Ischia, luogo dove scrivo spesso. Musicalmente guarda a Michael McDonald e George Benson.

    ’Ngiro p’ ’o Munno. Volevo un brano con un groove shuffle marcato, ispirato ai Toto e a Jeff Porcaro. Qui il viaggio diventa anche condivisione: alcune frasi sono nate da esperienze reali con persone a me vicine. Il finale, con lo scat e la chitarra, è un omaggio a George Benson.

    Nuvola Rosa. Nasce da una vera folgorazione visiva: mia madre mi fece notare delle nuvole rosa dal balcone di casa. Da lì è partito tutto. Musicalmente, ho voluto lavorare su influenze reggae guardando a gruppi che non lo sono ma che hanno sperimentato le stesse in alcune loro canzoni, come Eagles, 10cc e Steely Dan.

    Animale ’e Città. Il primo singolo pubblicato del progetto e il brano più “anziano” del disco. Racconta il bisogno di uscire e divertirsi dopo una settimana di lavoro. È stato il pezzo giusto per aprire il percorso di “ÆSTHETICA”.

    Nu Tuffo Futo. Mi pace definirla “una ninna nanna contemporanea”. È nata quasi per gioco, immaginando una voce alla Michael McDonald e un piano elettrico da ascoltare prima di dormire. Un brano intimo, minimale.

    Nu Regno ’e Fantasia. Racconta il mondo che visito nei miei sogni, un luogo costruito negli anni mescolando spazi reali. È anche il mio tributo ai Beach Boys, soprattutto nel lavoro sul groove, sulla parte armonica e sui cori. Insieme a “Nu Tuffo Futo”, fa parte di quella che mi piace definire la “suite del sogno.

    Vita ’e Mare. Nata durante una passeggiata al porto di Ischia. Racconta una vita vissuta in simbiosi con il mare, i pescatori, le barche, i gabbiani. Qui torna il sax di Alessio Castaldi, con un solo personale e una parte finale doppiata con la chitarra.

    Te Pigliasse a Muorze. Ultimo singolo estratto dell’album. Volevo parlare di sesso in modo più concreto e terreno rispetto al passato. Il riferimento ideale era un brano iconico alla “Careless Whisper” di George Michael, influenzato dalle sonorità di George Benson e Michael McDonald.

    ÆSTHETICA pt. I. La prima traccia strumentale della mia discografia. Volevo una melodia semplice, capace di raccontare anche senza parole il senso dell’album: la bellezza che passa dal piacere, dalla tranquillità e dalla distensione. Un brano Fusion/Jazz Funk, ispirato in primis a George Benson e poi anche ai Seawind.

  • La distanza che diventa visibile: Alex Normanno torna dopo due anni con un brano sulla chiarezza

    «Non sono l’uomo che volevi». È una frase che nei colloqui di mediazione familiare ricorre sempre più spesso: identifica l’istante in cui due percorsi non riescono più a procedere nella stessa direzione, pur in assenza di un conflitto esplicito. È dentro questo scenario, che riguarda una parte crescente delle separazioni adulte, che si colloca “L’amore non ha soluzione”, il nuovo singolo di Alex Normanno disponibile dal 25 dicembre.

    Il cantautore brianzolo, forte di una carriera ventennale, di una comunità social da oltre 100.000 followers e di un passato radiofonico riconoscibile, torna dopo un biennio di pausa con un lavoro che utilizza l’accettazione come punto d’ingresso per osservare una trasformazione che tocca molti.

    Normanno parte dall’istante in cui una relazione mostra la propria struttura effettiva: l’identità dell’altro non coincide più con quella immaginata. Non c’è ricerca di colpe o colpevoli, nessun tentativo di addolcire il quadro. Solo quella frase, «non sono l’uomo che volevi», e un punto fermo da cui la chiusura appare come esito di un percorso, non come rottura improvvisa.

    Il brano introduce un tema spesso eluso nei racconti sulle relazioni: chiudere una storia non significa fallire. Nelle consulenze di coppia viene ricordato con frequenza crescente che alcune traiettorie non si interrompono per mancanza di sentimento, ma perché la direzione di crescita non è più condivisa. È una verità apparentemente ovvia, ma raramente ammessa: riconoscere una battuta d’arresto può rappresentare un’assunzione di consapevolezza, non una caduta. Viviamo in un tempo che trasforma ogni battuta d’arresto in fallimento e ogni distanza in colpa; “L’amore non ha soluzione” nasce per spostare la prospettiva sulla possibilità di leggere la fine come esito naturale di un percorso, offrendo uno sguardo adulto su una storia che termina senza alcuna drammaturgia.

    La «lacrima ghiacciata» citata nel testo è un’immagine utilizzata nei centri di consulenza per descrivere una fase specifica, quella in cui il sentimento per l’altro rimane, ma non avanza. Non si trasforma, non trova nuove direzioni. Resta immobile. Nel brano questa immagine non viene enfatizzata, ma inserita con delicatezza, aderendo al linguaggio con cui molte persone raccontano ciò che sentono quando una storia finisce giunge al capolinea.

    Il contesto sociale conferma la portata del tema. Le statistiche più recenti indicano che oltre la metà delle separazioni nelle coppie conviventi nasce da incompatibilità maturate nel tempo, non da eventi traumatici. È un fenomeno che riguarda soprattutto gli adulti tra i 30 e i 50 anni e che sta cambiando anche il modo in cui la cultura racconta l’addio: meno drammi, più consapevolezze tardive. “L’amore non ha soluzione” è la forma canzone di una situazione comune ma ancora poco spesso tematizzata con chiarezza.

    La produzione firmata da Aki (Antonio Chindamo) e la scrittura condivisa con Daniele Piovani seguono la stessa linea. Arrangiamenti essenziali sono il perfetto tappeto sonoro di un impianto che lascia spazio alle parole senza cercare di deviarne il senso. È una traccia che guarda alla maturità e non al colpo di scena, in continuità con un artista che negli anni ha attraversato palchi, tour, radio e pause necessarie per ridefinire il proprio percorso.

    Normanno sintetizza così questo passaggio:

    «Sentivo il bisogno di rimettere ordine. Non per attribuire colpe, ma per guardare ciò che era accaduto con la distanza necessaria. A un certo punto la distanza si vede. Ignorarla complica tutto. Il brano nasce da questo: dalla necessità di chiamare le cose con il loro nome.»

    Il singolo dialoga con una discussione già presente nei media e nelle produzioni contemporanee: podcast, rubriche di costume e serie televisive stanno dedicando sempre maggior attenzione agli obbiettivi sentimentali che cambiano in silenzio, lontano dai modelli romantici e romanticizzati più classici. “L’amore non ha soluzione” traspone questa prospettiva dentro il pop italiano con un tono aderente alle modalità con cui i rapporti di coppia si trasformano oggi.

    Il videoclip ufficiale, in uscita nelle prime settimane del 2026, presenta un’impostazione coerente con il brano, dando grande centralità al contesto.

    Il rientro discografico di Alex Normanno non punta a rincorrere un trend, ma cerca una chiarezza che trova la propria espressione nell’equilibrio. È una direzione sempre più frequente tra gli artisti adulti che, dopo periodi di pausa o ridefinizione, scelgono una scrittura più nitida e meno mediata. La collaborazione con Auditoria Records si inserisce in questa scelta e apre un capitolo nuovo, più consapevole, nel percorso dell’artista.

  • “Un cerchio infinito” di Esma, il brano che mette in discussione l’idea stessa di fine

    A Natale, più che in qualsiasi altro periodo dell’anno, le assenze assumono i contorni di presenze insistenti. Non cambiano volto: siamo noi, in quei giorni più permeabili, a percepirle con maggiore nitidezza. Basta un’ora di luce in meno, un oggetto lasciato sul tavolo, un gesto che fa breccia nei ricordi. E in questo spazio, in cui il calendario accelera e rallenta nello stesso istante, si fa strada “Un cerchio infinito”, il nuovo singolo di Esma per Watt Musik in uscita a Natale.

    Torinese di nascita, oggi cantautore e agricoltore sulle colline astigiane, Esma vive immerso nella natura e conosce bene l’alternanza dei cicli: quelli della terra e quelli interiori. Li osserva e li attraversa ogni giorno: le stagioni che cambiano, la terra che chiede pazienza, le attese che non dipendono da noi. La sua scrittura sembra aderire allo stesso ritmo. Anche quando parla di qualcosa che non ha niente a che fare con l’agricoltura, il suo modo di raccontare porta con sé l’eco di quei tempi lunghi, di quei movimenti che seguono una logica propria, spesso più sincera del tempo frenetico delle città.

    “Un cerchio infinito” attinge a questo immaginario, ma lo traduce in un linguaggio contemporaneo. Non c’è nessuna oratoria nostalgica, né la promessa di una guarigione dalla sofferenza del ricordo: c’è la consapevolezza che alcuni legami non si esauriscono, nemmeno quando le distanze sembrano incolmabili. La canzone si apre sull’immagine di un otto rovesciato, simbolo dell’infinito e di un sentimento che continua a muoversi e vivere dentro di noi, in un ricordo “assopito nel sale” che simboleggia il tempo depositato sulle cose. Da lì si sviluppa un percorso di visioni brevi: una discoteca, un sorriso, l’estate che grandina, l’inverno padre di un mare nascosto dentro uno scialle.

    Il dream pop entra come una luce diffusa, diventando l’ossigeno che la canzone respira. Una trama morbida, una serie di dissolvenze che avvicinano e allontanano, quasi come se il brano oscillasse tra vicinanza e distanza, tra vita e morte. In questa fluttuazione, la frase che attraversa il pezzo — «I’m still waiting for you» — non suona come un ritornello insistito, ma come il punto di equilibrio tra ciò che è passato e ciò che continua a chiedere ascolto ed essere presenza, a modo proprio.

    La scelta di pubblicare a Natale non ha nulla a che vedere con discorsi strategici. Le feste sono la soglia in cui i ricordi si fanno più nitidi e a tratti dolorosi, in cui il tempo appare più poroso, e in cui ci accorgiamo di ciò che non abbiamo archiviato. È qui che la canzone trova il proprio peso specifico: una canzone di Natale che non parla di Natale, ma del movimento segreto di tutto ciò che ritorna proprio quando il mondo rallenta.

    È anche un brano che riflette, in filigrana, l’esperienza quotidiana di Esma. Chi vive la terra sa che nulla si chiude davvero: ogni ciclo porta con sé un residuo di quello precedente, ogni semina è un dialogo con ciò che è stato, ogni inverno prepara un varco che non vediamo. La sua musica abbraccia questa grammatica raccontando la morte non come evento improvviso, ma come forma di presenza che cambia, che si ripresenta, che continua a orbitare intorno a chi rimane.

    E c’è un ulteriore elemento che rende “Un cerchio infinito” un brano prezioso: la prospettiva da cui è stato scritto. Esma non osserva la mancanza da un appartamento cittadino, ma da una casa immersa nel bosco, lontano dalle notifiche, dai ritmi compressi, dall’urgenza costante. La vita agricola, fatta di margini che non si possono anticipare, filtra dentro la sua musica, traducendosi nell’idea che l’assenza non è un vuoto, ma un tempo che lavora. E che ciò che consideriamo concluso può tornare con una forma diversa, come accade nei campi dopo l’inverno: nulla è davvero immobile, tutto si muove anche quando non ce ne accorgiamo.

    «Ho scritto questa canzone mentre cercavo di capire cosa rimane, davvero, di ciò che abbiamo vissuto – racconta Esma -. Mi sono accorto che alcune presenze non scompaiono: si allontanano, si assottigliano, ma tornano. “Un cerchio infinito” parla di questo ritorno silenzioso, che arriva quando il mondo è più immobile e noi siamo più esposti.»

    “Un cerchio infinito”, accompagnato dal videoclip ufficiale diretto da Ronf Animation, affonda le proprie radici in un terreno raro della musica italiana, quello in cui una canzone non descrive un’emozione, ma il modo in cui un’emozione attraversa il tempo. È un lavoro che attribuisce alla parola “attesa” una densità nuova e che conferma, ancora una volta, la direzione sempre più definita del percorso artistico di Esma: trasformare il vissuto dentro e attorno alla terra in un linguaggio capace di parlare anche a chi quella terra non la sfiora da anni.


  • Giambattista Federici e il pianoforte come spazio di ordine nel caos quotidiano

    Negli ultimi anni, mentre il flusso quotidiano di parole si è fatto più fitto, è accaduto un fenomeno che attraversa quasi in silenzio il mercato musicale italiano: la crescita costante dell’ascolto pianistico. Sempre più ascoltatori, per lo più adulti, hanno iniziato a cercare il pianoforte come spazio di ordine in giornate dense di notifiche e interferenze. Le playlist dedicate al piano solo, un tempo marginali, oggi raccolgono numeri in continua ascesa; non più semplice sottofondo, ma strumento di orientamento in un quotidiano frammentato. In un’epoca satura di parole — spiegazioni, commenti, narrazioni continue — il pubblico sta recuperando una forma di ascolto che non pretende interpretazione ma piena partecipazione, un tipo di presenza che oggi è sempre più difficile esercitare.

    Dentro questa trasformazione lenta ma costante, si fa strada “Piano Stories”, il nuovo album del compositore e pianista Giambattista Fedrici per Inifnity Records. Un autore che, dopo una lunga esperienza nella composizione per pubblicità, progetti personali ed eventi, sceglie solo ora di entrare nel mercato discografico con un’opera pienamente strutturata.

    Una decisione controcorrente, tanto più significativa in un settore dominato da artisti giovanissimi e da logiche di consumo sempre più immediate. Qui non sussiste la volontà di rincorrere un formato, ma l’esigenza di proporre un lavoro che richiede tempo, continuità, coerenza. Fedrici arriva all’album come si arriva a un libro che ha richiesto anni di sedimentazione: senza conciliazioni stilistiche, senza l’urgenza dell’attualità.

    “Piano Stories” è composto da quattordici brani, ciascuno concepito come un capitolo autonomo e al tempo stesso necessario all’insieme. I temi — distanza, rinascita, delicatezze della vita interiore, resilienza — si esprimono attraverso una scrittura compositiva minimalista, attenta alla forma e al singolo dettaglio. Il pianoforte è il centro assoluto, ma in alcuni brani, la presenza lieve dell’elettronica, aggiunge una tinta opaca, un margine di incertezza che accompagna l’ascoltatore in una variazione di densità che modifica la percezione del tempo e lascia emergere una zona meno definita dell’immaginario sonoro.

    A rendere il disco particolarmente rilevante è il suo modo di inserirsi nel discorso sulla trasformazione dell’ascolto: “Piano Stories” non è la classica raccolta di brani, ma un vero e proprio percorso longitudinale che accoglie l’ascoltatore e lo invita a procedere senza interruzioni. È un lavoro che si discosta dalle consuetudini discografiche del presente, dove l’unità dell’opera tende a dissolversi a favore di singoli episodi consumati rapidamente.

    Dagli studi sul comportamento digitale degli ultimi anni, si evince una dinamica tutt’altro che scontata: aumentano le ore trascorse in ambienti sonori che richiedono concentrazione anziché puro intrattenimento. Playlist per lo studio, cataloghi dedicati al lavoro mentale, raccolte pianistiche ideate come strumenti con cui orientare il tempo e la mente anziché colonne sonore di sottofondo alla frenesia del quotidiano.

    Il fenomeno è particolarmente diffuso nelle fasce adulte, che cercano spazi di ascolto capaci di interrompere l’affollamento di messaggi e micro-narrazioni.

    In questo scenario, a primo acchito atipico per l’andamento rapsodico della società, il pianoforte torna a essere una forma civile di convivenza con il brusio perpetuo del presente: una grammatica sobria, continua, che permette di riorganizzare lo spazio interno senza ricorrere alla parola.

    I titoli dei brani scelti da Fedrici — da “Disincanto” a “Due fidanzati degli anni ’60”, da “Fallimenti e cicatrici” a “Un’altra lunga notte”, fino a “Verso casa” — non richiedono una lettura definita, ma aprono possibilità. Sono indizi, frammenti di ricordi, immagini che guidano senza imporre una direzione obbligata.

    È una modalità narrativa che richiama la grande tradizione europea del pianismo introspettivo, ma la inserisce in un presente in cui il bisogno di un tempo diverso, più lento, si fa sempre più marcato. “Piano Stories” è dunque un’opera che incontra l’oggi senza inseguirlo. Un lavoro che riattribuisce valore alla forma, alla delicatezza, all’eleganza e alla presenza attiva di ogni attimo vissuto.

    Fedrici, proponendo un ascolto che non si consuma ma si attraversa, compie una scelta chiara, lasciando che la musica ritrovi un ritmo proprio e riaffermando la possibilità di un tempo che non risponde alle urgenze del mercato.

    “Piano Stories” – Tracklist:

    1. Disincanto
    2. Due fidanzati degli anni ’60
    3. Fallimenti e cicatrici
    4. Giorni di fine autunno
    5. Ritocchi dell’anima
    6. Inquietudini e campi di papaveri
    7. Perdutamente
    8. Quel che conta veramente
    9. Stamattina presto
    10. Tempi lontani
    11. Trascorsi tumultuosi
    12. Un’altra lunga notte
    13. Un cammino di speranza
    14. Verso casa