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  • “Severus e Lily”: Lara Serrano porta nel pop una delle figure più controverse di Harry Potter

    Tra le pieghe di una contemporaneità che ha frettolosamente declassato la dedizione a debolezza, c’è ancora spazio per la capacità di persistere? Nel contesto relazionale attuale, dominato da algoritmi di prossimità e dalla saturazione dell’offerta affettiva, quella che Eva Illouz definisce l’architettura della scelta, saper rimanere fedeli al proprio cuore appare quasi anacronistico. Eppure, è proprio da questa tenace risolutezza che Lara Serrano ci invita a ripartire con il suo nuovo singolo, “Severus e Lily“.

    Dichiaratamente ispirato alla saga di J.K. Rowling, il brano non vuol essere un espediente per intercettare il fandom, né una citazione pop fine a sé stessa. Al contrario, la figura di Severus Piton viene spogliata dell’armatura fantasy per diventare il simbolo di un sentimento che non ha bisogno di reciprocità immediata per giustificare la propria esistenza. È l’amore che, come canta l’artista, non costringe a vivere in punta di piedi, ma offre la possibilità, sempre più difficile da incontrare, di essere accettati senza doversi rimpicciolire, un terreno solido su cui poggiare anche i propri fallimenti.

    Lara, una delle penne più interessanti del nuovo cantautorato ligure, elegge la protezione a valore assoluto. In un tempo che spesso esaspera l’individualismo o il risentimento post-rottura, la cantautrice ligure sceglie la strada della cura verso l’altro, anche quando questi è rivolto altrove.

    «Siamo come i vinili, come Severus e Lily», canta, tracciando un parallelo tra la persistenza del supporto analogico e quella di un legame che sfida l’usura. Il vinile, proprio come il sentimento descritto, richiede attenzione, non sopporta la fretta e possiede una matericità che ne costituisce il pregio. La scrittura di Serrano si conferma capace di evocare immagini familiari e facilmente riconoscibili (un bar, uno striscione allo stadio, il mare di Genova) per ancorare a terra un concetto altrimenti astratto. Il suo è un pop che guarda alla scuola genovese più nobile, quella che non ha paura di indugiare nei chiaroscuri, quella che sceglie di non rifugiarsi mai in una solarità scontata o in un dolore unidimensionale.

    «Ho voluto raccontare l’amore come custodia dell’altro — dichiara —. Severus Piton è un personaggio che accetta di farsi odiare dal mondo intero per onorare una promessa, per tutelare ciò che rimane di un sentimento. Viviamo un tempo in cui ci viene chiesto di essere sempre “vincenti” e di “andare avanti” a ogni costo; io ho sentito il bisogno di cantare chi, invece, accetta di rimanere un passo indietro pur di non smettere di guardare il mare per qualcuno. In questo brano, Lily rappresenta quel luogo sicuro dove non serve fingere, dove la propria vulnerabilità non è una colpa, un difetto, ma un punto di contatto.»

    Il brano si sviluppa sul costante conflitto tra il desiderio di esserci («Se cadi ti prendo, se ritardi ti attendo») e la consapevolezza della propria imperfezione («Faccio solo casini»). Non c’è traccia di quella compiutezza patinata tipica della narrazione social; c’è invece il riconoscimento di un amore che “migliora” e riporta “tutto a colori”, non per magia, ma per la semplice presenza di uno sguardo che sa vedere oltre le maschere.

    Tuttavia, ridurre “Severus e Lily” a una ballad romantica sarebbe approssimativo. Il lavoro di Lara Serrano prosegue quel percorso di ricerca già tracciato con l’album “Parole Sciolte”, dove la musica funge da dispositivo di decodifica della realtà, interiore e circostante. Qui, la cantautrice suggerisce che l’intimità è l’unica condizione necessaria per ritrovare il sonno e la fiducia in un mondo da cui, altrimenti, si vorrebbe solo fuggire.

    Da tale premessa prende forma un pensiero che si annida in quella che potremmo definire “Generazione Piton”: un sottile filo rosso che lega la letteratura di genere alla sensibilità dei ventenni di oggi, accomunati dalla ricerca di modelli di appartenenza che vadano oltre il possesso. È uno spaccato di giovinezza stanca dell’usa-e-getta emozionale, che nel “Sempre” di Severus ritrova una metrica per i propri sentimenti. Trasformando questo archetipo in canzone, Lara Serrano riabilita una figura spesso vittima di letture superficiali. Piton non è l’amante respinto che si trattiene nel passato, ma l’incarnazione della devozione come scelta solitaria, un antieroe dell’ombra che accetta il disprezzo del mondo pur di restare coerente a una promessa. Questa conversione, intercetta il bisogno di una libertà rara: quella di restare fedeli a un legame, e quindi a sé stessi, anche quando non è più funzionale, né socialmente premiante.

    «Spesso cerchiamo qualcuno che ci salvi da noi stessi— conclude l’artista —, ma la verità è che abbiamo solo bisogno di qualcuno che ci veda davvero, senza chiederci di cambiare. Severus resta lì, nell’ombra, ad osservare il mare, a guardare “in là”. È quella fedeltà a un ideale che oggi mi sembra l’unica vera forma di ribellione possibile.»

    Con “Severus e Lily”, Lara Serrano conferisce nuova dignità alla permanenza. In un’epoca che ci vuole pronti a sostituire ogni cosa non appena smette di funzionare, lei ci ricorda che restare ad aspettare in un bar, con le scarpe rotte e un cuore d’altri tempi, è ancora la scelta più coraggiosa che si possa compiere.

  • Prosegue il sodalizio artistico tra Lisa Ardini e Alessio Bernabei: esce “Problema Mio”

    Ci sono addii che non arrivano in un solo momento, ma si depositano poco alla volta, come polvere su una stanza ancora abitata. Restano nelle frasi interrotte, nelle apnee di un silenzio che dilata lo spazio di un addio, nelle parole che non hanno trovato il loro tempo. E soprattutto, in quella forma di rassegnazione che non coincide con la sconfitta, ma con la presa d’atto che, a volte, amare non basta a trattenere qualcuno accanto a sé. Da questa riflessione adulta e dolorosa nasce “Problema Mio”, il nuovo singolo di Lisa Ardini.

    Il brano conferma il sodalizio artistico con Alessio Bernabei, che dopo “Non siamo soli” e “Dolce Amaro” firma nuovamente la produzione. Un incontro, il loro, che non si limita all’aspetto tecnico, ma riguarda il modo stesso in cui il vissuto viene portato in musica: da una parte la voce di Lisa, riconoscibile per timbro, intensità e aderenza a ciò che canta; dall’altra un lavoro di produzione capace di cogliere il non detto, di accompagnare il testo senza appesantirlo, di lasciargli lo spazio necessario per decantare e sedimentarsi.

    In “Problema Mio” c’è la difficoltà di tenere in piedi un legame nel tempo, quando il sentimento finisce schiacciato dalle paure individuali, dalle interferenze esterne, dalla precarietà relazionale che attraversa molti rapporti contemporanei. Il testo non si sofferma tanto sulla sofferenza derivata dall’allontanamento del partner, quanto più sulla fatica di assistere impotenti al suo smarrimento, fino ad arrivare al punto di lasciarlo andare pur continuando a portarlo con sé.

    In questo senso, “Problema Mio” racconta qualcosa che supera il perimetro dell’esperienza privata. Parla di un tempo in cui tutto tende a diventare sostituibile, rapido, reversibile; un tempo in cui perfino il cuore deve convivere con un sistema di distrazioni continue, di risposte provvisorie, di scorci mentali che aiutano a tirare avanti ma spesso fanno perdere contatto con ciò che conta davvero. Lisa Ardini sceglie di stare esattamente lì, dove l’amore non viene idealizzato ma neppure ridotto a incidente di percorso: viene mostrato per quello che è quando incontra la paura, la distanza, l’impossibilità di avere controllo su tutto.

    Il titolo è la formula che tante persone si sentono consegnare, o finiscono per dirsi, quando un sentimento continua a esistere anche dopo la fine, quando il dolore non corrisponde all’incapacità di accettare, ma alla coscienza piena di ciò che è stato e di ciò che non può più essere. La consapevolezza che la rassegnazione, in certi casi, sia l’unica forma possibile di fedeltà a quello che si prova.

    Il ritornello – «Sarà solo un problema mio che non accetto un addio, ma è colpa tua che invadi tutti i miei sogni, tutte le notti» – condensa quello stallo dove il torto non serve più a nessuno. L’artista smette di cercare spiegazioni e fa i conti con l’ossessione di un’assenza che, di notte, si riprende tutto lo spazio che le è stato tolto di giorno.

    Anche il resto del testo si muove in questa direzione. «Prima ti amo, poi ti saluto come una sconosciuta» è uno di quei passaggi in cui il collasso di un legame viene descritto senza enfasi superflua, con una semplicità che ferisce più di molte formule altisonanti. Il brano tiene insieme ricordi, frustrazione, affetto, nostalgia, ma lo fa evitando il ricatto sentimentale e scegliendo invece una lingua accessibile, netta, capace di farsi riconoscere da chi ha attraversato la stessa soglia.

    Per Lisa Ardini, “Problema Mio” rappresenta una parte precisa di sé, una parte che coincide anche con quella di altri. È il brano della rassegnazione intesa non come fallimento, ma come momento in cui si comprende di aver fatto il possibile, e in cui si decide di restare coerenti con ciò che si sente, anche quando fa male. Una posizione tutt’altro che passiva, anzi: è una forma di consapevolezza difficile, spesso poco raccontata, soprattutto in un immaginario che tende a dividere tutto in ritorni trionfali o chiusure definitive.

    Determinante, in questo percorso, il lavoro condiviso con Alessio Bernabei.

    «Mi sono appoggiata a lui per questi inediti – racconta Lisa – e ho trovato un interlocutore capace di ascoltarmi davvero, di comprendere con precisione ciò di cui avevo bisogno e di aiutarmi a portare alla luce una parte di me che fino a quel momento era rimasta più in ombra.»

    È anche da qui che nasce la compattezza del brano: dalla sensazione che voce, scrittura e produzione procedano nello stesso verso, senza dispersioni, senza sovrastrutture, senza mediazioni inutili.

    Con “Problema Mio”, Lisa Ardini intercetta una delle questioni più spigolose del presente affettivo: il divario tra ciò che sentiamo e ciò che riusciamo davvero a sostenere nel tempo. E lo fa senza facili assoluzioni, senza quel linguaggio standardizzato che spesso impoverisce i racconti d’amore invece di chiarirli. Qui resta il nodo vero: la difficoltà di lasciare andare qualcuno quando il sentimento, pur ferito, non si è ancora spento.

    Il videoclip ufficiale che accompagna il singolo ne prolunga il clima, rafforzando il senso di mancanza, ricordo e distanza che attraversa il brano.

    “Problema Mio” conferma la scrittura personale e riconoscibile della cantautrice padovana, una scrittura capace di trasformare una vicenda intima in una presa di parola nitida, leggibile, attuale. In un contesto che consuma in fretta anche ciò che dichiara importante, il singolo riporta centralità a una verità meno comoda ma più credibile: non tutto ciò che finisce smette subito di farci compagnia.

  • Eric Mormile pubblica “Gravità Zero”, tra fantascienza urbana e memoria partenopea

    Basta un’assonanza per spostare tutto: Orione, detto in napoletano, diventa ’o rione. Una costellazione che si comporta come un quartiere, e la lingua che fa da cerniera tra l’astronomia e la strada, con la naturalezza di chi sa trasformare un dettaglio fonetico in un varco tra sogno e realtà.

    Gravità Zero”, il nuovo singolo di Eric Mormile, apre il capitolo notturno di “ÆSTHETICA pt. II”: bpm più alti, synth e arpeggiator al posto del piano elettrico, una drum machine più spinta. Il piacere del viaggio, tema già ricorrente nella scrittura del cantautore e musicista partenopeo, si sposta dove la geografia incontra l’astronomia e la città resta visibile solo in lontananza, come un punto fermo. Non è più strada, ma esosfera: la rotta è scritta in napoletano, con un lessico che alterna strada e cielo, quartiere e costellazioni in controluce, e un ritornello che sembra un invito a salire a bordo – «Na crociera pe ll’esosfera, vizio ’e piacere a gravità zero» («Una crociera nell’esosfera, un vizio di piacere a gravità zero»).

    Se “ÆSTHETICA pt. I” era pensata per un tempo diurno, più rilassato e legato ai piaceri della vita, la parte II nasce per il dopo, per il notturno, per una scrittura più incalzante e una spinta sonora più marcata.

    Il testo di questo primo estratto è una piccola galassia a sé stante, tra riferimenti pop e ambiguità “aliena”, che vive su due piani: da una parte l’idea, volutamente fantasiosa, di muoversi nello spazio con facilità; dall’altra, la ricerca di una vita ideale “là fuori”, lontana dalla società terrestre. Mormile cita stelle e costellazioni e fa del napoletano la chiave che porta l’immaginario spaziale dentro una grammatica cittadina, quotidiana, lasciando affiorare, qua e là, allusioni a una natura non del tutto “umana”.

    «Dint’ ’o scuro Polaris indica ’a via» («Nel buio, Polaris indica la strada»)

    «Ncoppe Sirio nun se sente ’a pucundria, ma ’a llà se vede bbuono ’a casa mia» («Su Sirio non si sente la malinconia, ma da lì si vede bene casa mia»)

    «Ccà ncoppo sto quieto, nun turnaraggio areto» («Qui sopra sto tranquillo, non tornerò indietro»)

    La seconda strofa, invece, è un piccolo campo da gioco dichiarato: la citazione dei Police arriva letterale («passiggianno ncopp’ ’a luna comme ’a polizia», richiamo diretto a “Walking on the Moon”).

    Il brano prende forma lo scorso anno: a maggio nasce l’introduzione, inizialmente lasciata in attesa; poi, tra fine estate e inizio autunno, l’idea si completa, testo e arrangiamento cominciano a fissarsi.

    L’immaginario visivo si collega a un luogo reale, concreto, campano. L’intro arriva dopo una visita all’esterno dell’antica Grotta di Seiano, a Bagnoli (NA): da lì in poi la canzone prende direzione, e diventa la traccia d’apertura pensata per “ÆSTHETICA pt. II”, con un piacere diverso rispetto alla parte I: non più solo il benessere, ma l’impulso a spostare il confine, mentale e fisico.

    Sul fronte musicale, il cambio di passo è netto: per questo nuovo capitolo, Eric si allontana dall’estetica Yacht Rock e si avvicina a un pop “da classifica” che lui stesso definisce “MTV Pop”, quello che passava con continuità nell’epoca d’oro del canale.

    Le coordinate di riferimento, citate dall’artista, passano da Rod Stewart, Pat Benatar e Michael Sembello fino a Go West, Kenny Loggins, John Farnham e Phil Collins, con un’area sonora che guarda a Synth Pop, Synthwave e Dance Rock. In pratica: drum machine più aggressiva, synth bass al posto del basso reale e tutte le chitarre incise con un vero Rockman, l’amplificatore ideato negli anni ’80 da Tom Scholz dei Boston, diventato timbro-firma su dischi fondamentali come “Hysteria” dei Def Leppard.

    Dentro la traccia compaiono anche piccoli elementi narrativi di produzione: effetti sonori, e una voce pitchata su un conto alla rovescia prima del solo, resa più grave e robotica.

    La copertina del singolo insiste sul concetto di continuità visiva tra i capitoli: stesso impianto grafico di “ÆSTHETICA pt. I”, con un segno evidente di cambio fase: la luna al posto del sole.

    Il lavoro grafico è firmato dall’artista, e nella cover compaiono due foto originali scattate da Silvana Ferrandino (immagine di Eric) e Sara Di Marzo (cielo stellato) e rielaborate dallo stesso Mormile.

    Le copertine degli anticipi manterranno lo stesso layout, variando di volta in volta i colori di sfondo.

    “Gravità Zero” è accompagnato dal videoclip ufficiale, in cui compare Daniel Martiniello, 10 anni, definito dall’artista “talentuoso e già molto competente sul piano digitale”. La sua presenza funziona come raccordo tra il bambino che sognava lo spazio e l’adulto che, nella storia del brano, sembra diventare quasi una forma di vita extraterrestre.

    Eric appare “quadruplicato” all’inizio e scompare alla fine: un espediente pensato per rafforzare l’ambiguità del testo e i riferimenti alla propria natura “aliena”. Anche per questo video, fondamentale il ruolo di Michele De Angelis di Midea Video, che ha realizzato la parte tecnica più complessa e ha proposto l’idea del bambino come linea di continuità temporale.

    «“Gravità Zero” – dichiara Mormile – anticipa il nuovo corso stilistico del prossimo album. Da tempo volevo scrivere qualcosa di più energico, alzando anche la velocità dei bpm. Dietro l’argomento fantasioso c’è il desiderio di immaginare – e magari vedere, un giorno – una vita lontana dalla Terra, dove ci si possa spostare tra stelle e pianeti con facilità, e forse ricominciare in modo diverso. Anche il video per me conta moltissimo: l’idea del bambino come ponte tra il me di ieri e il me di oggi, e quella “quadruplicazione” iniziale, servono ad enfatizzare il concetto ambiguo testuale tra identità terrena e aliena.»

    In questo viaggio interstellare a trazione partenopea, Eric Mormile non ci chiede di staccare i piedi da terra, ma di guardare il mondo da un’altezza tale da renderlo, finalmente, più leggero. “Gravità Zero” è l’ossigeno sintetico per attraversare quella notte metropolitana che profuma di futuro, dove il rione non è più un confine ma un punto di partenza, una rotta verso l’ignoto; l’unica dimensione in cui la velocità dei bpm può davvero accorciare la distanza tra i vicoli di Bagnoli e le luci di Sirio.

  • La nuova canzone di Nikita è una presa di posizione contro il consenso come misura del valore

    «Ho rischiato di morire,
    ora scelgo la musica per smettere di compiacere»
    – Nikita.

    Il 20 marzo 2026, nel giorno del suo 32esimo compleanno, Nikita, all’anagrafe Nikita Pelizon, pubblica “Son Questa”, il nuovo singolo che si collega in modo diretto al percorso narrativo e musicale iniziato con “Maschere” e sviluppato, negli ultimi mesi, attraverso “Sei Bella Se”, “Angeli e Demoni” e il format social “SmascherAMANDOMI”.

    La poliedrica artista triestina mette nero su bianco una consapevolezza maturata nel tempo e la consegna a una canzone che ruota attorno ad un unico punto: smettere di adattarsi, iniziando a sottrarsi alle attese che arrivano dall’esterno, per interrompere la trattativa continua con lo sguardo degli altri e dichiarare, senza più giustificazioni, la propria essenza.

    Il progetto “SmascherAMANDOMI” nasce ufficialmente il 19 settembre 2025 con l’uscita di “Maschere”, un brano pensato per portare alla luce ciò che viene coperto, deformato, recitato. Poi arriva “Sei Bella Se”, pubblicato l’11 dicembre dello stesso anno, una traccia scritta in uno dei momenti più difficili della sua vita, dopo anni segnati da dolore fisico ed emotivo, pensata per dar voce a tutte le donne che la voce l’hanno persa e anche come gesto di vicinanza verso chi attraversa le feste sentendosi lontano dall’immagine di felicità che il mondo pretende. In seguito, a San Valentino 2026, esce “Angeli e Demoni”, confessione privata diventata canzone, in cui Nikita affronta la questione dell’amore come accoglienza di ogni lato del partner, compresi quelli più complessi, contraddittori e meno presentabili.

    “Son Questa” collega tutte queste traiettorie, ma compie un passo ulteriore, perché non racconta più soltanto le maschere riconosciute negli altri, bensì quelle che l’artista ha individuato in sé stessa nel tempo, assorbendo giudizi, pressioni, pretese, diffamazioni, fraintendimenti e ruoli che finivano per sporcare la percezione di chi fosse davvero. La scrittura, che la accompagna fin dall’infanzia, diventa uno spazio protetto, un luogo in cui quelle stratificazioni iniziano a cadere, una alla volta.

    Questo singolo nasce anche da una svolta biografica, un evento che ha segnato profondamente la vita personale dell’artista. Dopo aver rischiato di morire per un attacco ischemico transitorio (TIA), Nikita lascia Milano, città in cui aveva costruito la sua vita adulta, e torna a Trieste, nella casa dei genitori, dopo dodici anni. È lì, nella sua cameretta, una sera, guardando la luna dal balcone, che prende il telefono e registra sottovoce ciò che sente dentro. Quel piccolo ma decisivo gesto ha segnato il passaggio definitivo dal bisogno di dimostrare qualcosa alla scelta di esserci per come si è. Senza filtri, senza il timore di deludere scegliendo il silenzio e senza più pensare di dover corrispondere ad una direzione pensata e tracciata da altri.

    Dentro “Son Questa” confluiscono anche dieci anni vissuti tra moda e spettacolo, ambienti nei quali Nikita ha misurato da vicino il peso della superficie, delle aspettative sul corpo, della seduzione come linguaggio imposto, delle convenienze, dei compromessi inaccettabili, delle gerarchie opache e di un sistema in cui essere prese sul serio, per una donna, continua spesso a richiedere un prezzo ulteriore. Per questo, nella parte strumentale del brano, la Pelizon ha deciso di collaborare con l’intelligenza artificiale: non come provocazione tecnologica, bensì come scelta pratica di autonomia in un percorso che rifiuta dinamiche sessiste, invasioni di confine e ambiguità che troppe volte hanno accompagnato il lavoro creativo in presenza. Le voci sono state invece registrate da Rilah, professionista scoperto da Nikita su TikTok, con cui la stessa ha trovato in studio un clima di rispetto e precisione.

    Musicalmente, il pezzo si posa su sonorità pop dal forte taglio emozionale, lasciando ampio spazio alla delicatezza del pianoforte, aprendosi a sfumature più malinconiche attraverso il violino e trovando, verso il ritornello, una spinta ritmica affidata all’incursione della batteria, in un equilibrio che alterna la fragilità iniziale alla consapevolezza data dall’esperienza, senza compiacere nessuna delle due.

    “Son Questa” parla di Nikita, ma ad una più attenta analisi allarga il proprio raggio ben oltre la sua storia personale: è il brano di chi, dopo anni passati a rincorrere un’immagine di riuscita riconosciuta dall’esterno, decide di sottrarsi alla logica della scelta subita — quella dei casting e dei reality, ma anche delle relazioni sociali in cui si viene tollerati a condizione di cambiare, dei lavori in cui si è costretti a dimostrare continuamente di meritare un posto, dei contesti in cui si vale solo se si corrisponde a un’aspettativa, di tutti quei “perché dovremmo scegliere te?” — per spostare il baricentro al lato opposto: scegliere e scegliersi.

    Nel testo, Nikita mette in fila alcuni dei punti cruciali che hanno segnato il suo percorso: il rumore assordante di una vita che corre troppo veloce, la pressione dell’immagine sociale, il sospetto rivolto a chi non aderisce ai codici dell’apparenza, la distanza tra chi vive per la fama e chi cerca invece un significato lontano dai riflettori, il fastidio verso una dimensione pubblica in cui tutto sembra dover essere prestazione, strategia o racconto già scritto da altre mani.

    La ripetizione di «Io son questa, questa, questa» durante tutto il corso del brano, è una formula asciutta e assertiva per descrivere cosa rimane quando si smette di rincorrere il consenso altrui e si comincia ad apprezzare il proprio.

    In questa prospettiva, il singolo si inserisce in un tempo in cui la distinzione tra ciò che è reale e ciò che è costruito appare sempre più sottile: filtri che alterano i connotati, immagini generate artificialmente, contenuti sintetici che imitano il vero, modelli di successo sempre più spinti verso la caricatura, sistemi che incentivano esposizione continua, prestazione e disponibilità permanente. Non sorprende, allora, che anche il rapporto con i contenuti e perfino con l’identità sia diventato più instabile e ambiguo. È dentro questo scenario che la frase “io son questa” smette di essere soltanto un’iterazione, un’àncora a cui aggrapparsi nei momenti difficili, per diventare un’attestazione di posizionamento personale, una risposta al caos del mondo, un modo per ricordarsi di sé, della propria unicità, anche e soprattutto in un contesto che tende a sfaldare i contorni.

    La canzone, tuttavia, non chiude il percorso; lo rilancia. Nikita la considera infatti una rinascita ancora in divenire, una forma nuova di sé, più libera dalla pretesa, più vicina al tempo, alla famiglia, agli affetti reali, alla natura, agli animali, a una dimensione di vita meno costruita e meno esposta. Dopo anni di solitudine e di investimento quasi esclusivo nella realizzazione professionale, l’esperienza del limite le ha posto una domanda importante:

    che cosa vale davvero la pena inseguire, e a quale prezzo?

    Il videoclip ufficiale, diretto da Leila Lisjak, è stato girato nella città natale di Nikita, Trieste, insieme alla famiglia e in luoghi che rappresentano la vita che l’artista sta scegliendo oggi. Un ritorno alle origini, ai legami, agli spazi in cui si riconosce una verità quotidiana e non più negoziabile.

    «“Son Questa” – dichiara – nasce nel momento in cui ho capito che non volevo più essere compatibile con ciò che mi faceva male. Per anni ho cercato di farmi prendere sul serio, di portare le mie canzoni nel mondo, di trovare un posto in ambienti che spesso chiedevano di adattarmi, di semplificarmi o di sopportare ciò che per me era inaccettabile. Dopo quello che ho vissuto, nel corpo, nelle relazioni, nel lavoro, ho sentito che non avevo più nulla da dimostrare. Solo da dire. E dirlo, finalmente, con il mio nome, la mia voce e la mia storia.»

    Sul piano live, Nikita sarà special guest il 12 aprile alle ore 20:30 al Teatro di Roiano di Trieste, all’interno dello show “SOLOINSIEME” di Puntino.

  • “Le Tue Ali”, il viaggio tra due mondi nel nuovo brano di Mouez

    Il rischio, quando si parla di pop melodico, è di scivolare nell’ovvio. Ma la storia di Mouez, all’anagrafe Mouez Frejani, ha un sottotesto anomalo: è la storia di un’identità bifronte, tesa tra le due sponde del Mediterraneo, Mazara del Vallo e la Tunisia, e di un sogno tenuto sotto chiave per quindici anni. Un’ambizione confinata in un cassetto che, in questo caso, è rimasto serrato oltre ogni ipotesi di transitorietà. Un’interruzione iniziata nel 2009, quando il suo percorso ad Amici si arresta bruscamente, relegando testi e scrittura a una lunga invisibilità. Quindici anni passati a osservare la discografia accelerare, mentre la propria voce restava in apnea, in quel limbo transfrontaliero che appartiene a chi cresce nello specchio d’acqua che divide e unisce due mondi.

    Oggi quel cassetto si apre per una convergenza inattesa, che colloca il ritorno di Mouez sotto l’egida di Mimmo Paganelli, figura centrale della canzone d’autore italiana (Rino Gaetano, Mia Martini, Vasco Rossi, Mina, Guccini, Tiziano Ferro, Roberto Vecchioni e molti altri), che sceglie di accompagnare un autore di 34 anni rimasto fuori dal mercato per oltre un decennio. Una decisione che va in controtendenza rispetto alle dinamiche dell’industria contemporanea, sempre più spesso fondate sull’urgenza, sulla precocità e sulla visibilità immediata.

    Le Tue Ali”, il suo nuovo singolo, non ha nulla a che vedere con un’operazione di rilancio né rappresenta un riscatto tardivo. Nasce da una telefonata notturna, da una conversazione protratta per ore, e dall’esigenza di scrivere una canzone che potesse sostenere qualcuno nel momento in cui stava cedendo.

    Il brano prende forma in poche ore, assumendo fin dall’origine una funzione precisa. Il centro narrativo è infatti un girasole, fiore tatuato sul braccio della persona a cui la canzone è dedicata. Attorno a quell’immagine Mouez sviluppa una scrittura essenziale, che affida il proprio senso a microscopie riconoscibili, fotogrammi quotidiani. Il sorriso, nel testo, è una legittima difesa, uno strumento di sopravvivenza che non fa sconti al passato.

    «Ho parlato con lei per ore al telefono – racconta Mouez -. Volevo regalarle un motivo per restare a galla. Mi ha raccontato di un girasole che ha tatuato sul braccio, un segno di rinascita che si è portata sulla pelle nei momenti più difficili. Da lì è nato lo special del brano. È una canzone che ho scritto per lei, ma che spero possa essere utile anche a chi ascolta.»

    Nel pezzo, Mouez canta: «Ogni sorriso che doni è un seme che fiorirà nel giardino di girasoli che mai svanirà»; una frase frutto di una constatazione sviluppata nell’esperienza di chi ha imparato a coltivare il valore del ritorno proprio quando tutto sembrava destinato a scomparire.

    La scelta di Paganelli di sostenere questo progetto, in un settore che tende a escludere chi non risponde ai tempi dell’algoritmo, sottolinea che investire su un autore con un percorso irregolare significa rimettere al centro un’idea diversa di maturazione artistica: non la velocità, ma la durata; non l’esposizione precoce, ma la responsabilità della scrittura.

    Culturalmente, il brano dimostra che esiste ancora spazio per una canzone che nasce per accompagnare, non per intercettare una finestra di attenzione.

    “Le Tue Ali” rimette infatti in circolo una possibilità dimenticata, quella che la musica possa tornare a essere una guida, una bussola per chi ha smarrito l’orientamento, senza bisogno di dichiararlo e di erigersi a messaggio.

    Non ci troviamo di fronte alla classica d’amore; piuttosto, a un “intervento d’urgenza” per le persone che amiamo, nato da una telefonata notturna e cristallizzato attorno a un simbolo tatuato sulla pelle.

    Nel tempo in cui il pop sembra aver smarrito la sua funzione sociale, Mouez recupera quella dimensione di “abbraccio virtuale”, portando con sé il peso di provini interrotti e ripartenze faticose, con l’approvazione di un veterano della Canzone Italiana come Mimmo Paganelli.

    Un fallimento trasformato in volo, mediante la pazienza, la determinazione e la capacità di attraversare i momenti bui senza lasciarsi consumare. È qui che l’artista, dopo aver protetto un archivio di parole rimaste silenti dal 2009, decide che è il momento di regalare un paio d’ali ai propri demoni e a quelli di chi lo ascolta.

    Anziché cantare per occupare una posizione in classifica, Mouez canta per occupare uno spazio nel giardino di chi, come la protagonista del brano, ha bisogno di ricordarsi che le nuvole passano, ma noi restiamo qui.

  • “Upside” dei Nexus & Gabry Seth, un’elettronica che vuole far pensare oltre che ballare

    L’elettronica, quando supera il perimetro cinetico della cassa dritta andando oltre l’anestetico da dancefloor, si sporca inevitabilmente le mani con la realtà. Dopo “Love in Time”, riflessione sul tempo come spazio relazionale, i Nexus tornano con “Upside”, un brano che dirotta l’attenzione dalla dimensione esterna a quella interiore.

    Oltre a suonare come una club track dal sapore internazionale, questa release è l’approdo di una convergenza naturale nata tra i corridoi del Tour Music Fest. Qui, tra Bologna e San Marino, l’incontro del duo Alto Vicentino con il producer riccionese Gabry Seth ha innescato una sintonia produttiva che ha permesso di fondere background distanti in un unico, coerente ecosistema di suoni.

    “Upside” ha preso forma da un approccio tanto affascinante quanto impervio: quello della conoscenza di sé attraverso il ribaltamento delle proprie certezze. Il concetto di “Upside Down” descritto dagli artisti coincide con lo smarrimento di chi vede il presente confondersi sistematicamente con il passato. È l’accettazione di un caos dove oggi e ieri si sovrappongono, un sabotaggio delle proprie sicurezze necessario per smettere di fuggire e ritrovare, finalmente, una direzione che sia totalmente propria.

    Per trovarsi davvero, suggerisce il brano, occorre infatti attraversare l’instabilità. Occorre accettare l’inversione di quelle coordinate interiori che definiscono l’equilibrio, osservando le paure che solitamente releghiamo nel cono d’ombra della coscienza. Un viaggio nel sé che gli artisti stessi definiscono “quasi paranormale”, un cammino in cui l’identità emerge in tutta la sua interezza solo dopo aver avuto il coraggio di guardare il proprio abisso.

    La voce di Martina Gaetano (Anyma Blue), autrice e interprete del testo è un’ancora umana, materica, in questa sorta di “catarsi elettronica”. Il richiamo alle «angel’s wings», le ali d’angelo, simboleggia la purezza residuale che si frantuma sotto il peso di una risalita obbligata. La produzione, curata nei minimi dettagli, avvolge le parole in una trama digitale che passa da momenti di divergenza a drop liberatori, rendendo udibile il processo di frammentazione e successiva ricomposizione dell’identità.

    Il brano rompe il cliché della dancefloor-fillers a tutti i costi: qui il suono è progettato per destabilizzare. È sound design applicato alla psiche, dove ogni distorsione e ogni cambio di ritmo servono non solo a far ballare, ma a dare sostanza, una forma fisica, al passaggio tra chi eravamo e chi stiamo diventando.

    I Nexus portano così il loro genere di riferimento fuori dal recinto del disimpegno, perché scelgono di non vendere l’ennesima illusione di onnipotenza da dancefloor. Lontano delle aspettative del mercato, dove l’elettronica mainstream si è ridotta a un rassicurante rumore bianco per distrarre le masse, “Upside” chiede all’ascoltatore di restare nudo di fronte al proprio disordine. Il beat non è più un fine, ma un mezzo, un bisturi che asporta le sovrastrutture di chi ha paura di guardarsi dentro. E il club, automaticamente, da non-luogo di fuga diventa lo spazio in cui si scende a patti con i propri fantasmi.

    Spostare l’asse sul piano dell’introspezione significa dare una nuova dignità intellettuale che il clubbing ha smarrito negli ultimi anni tra algoritmi e drop fotocopia. Nel bel mezzo di un intrattenimento sempre più anestetizzato, i Nexus e Gabry Seth decidono di non essere accomodanti, proponendo un’inversione di rotta in cui l’elettronica torna a essere una vera e propria collisione frontale con la realtà, uno strumento di indagine che incide sulla pelle di chi ascolta.

    «L’“Upside Down”, per come lo intendiamo noi, è quel corto circuito che ti fa perdere la traccia principale. È quando tutto cade a pezzi e devi avere il coraggio di restare in quel disordine per capire chi sei veramente.» – Nexus.

    A sigillare questa narrazione interviene il videoclip ufficiale firmato da Nicholas Baldini e presentato in anteprima su Sky TG24, un lavoro che tronca ogni legame con l’estetica rassicurante del passato. Baldini non si accontenta di illustrare il brano, ma ne amplifica la portata psicologica seguendo il percorso della protagonista — interpretata da Melissa Gadani— in un’estensione visiva di quel viaggio “paranormale” descritto nel testo. Le immagini lavorano in simbiosi con i suoni viscerali della produzione per inglobare l’ascoltatore in un’esperienza di scoperta interiore, trasformando il video in un dispositivo che forza lo sguardo verso la parte più inesplorata della propria coscienza.

    Nato dalla sintonia istintiva tra il duo vicentino e il producer romagnolo, “Upside” è la prova che anche su un dancefloor si può raccontare una deriva personale. Pur consapevole della storia dell’universo elettronico, il brano rivendica un’identità inedita. È l’anticipazione di un panorama possibile in cui la musica dance smette di essere puro intrattenimento e torna a incidere sulla percezione, sulla sensibilità, sull’immaginario di chi ascolta.

  • Emis Killa, Jake La Furia e Camilla Ghini nel laboratorio musicale Free For Music con i detenuti

    Un confronto diretto sul valore del tempo, sugli errori e sulle possibilità di riscrivere il proprio percorso. Sono questi i temi su cui si è sviluppato il terzo appuntamento di Free For Music, il laboratorio musicale promosso e finanziato da Orangle Records con la supervisione socio-educativa di Paolo Piffer, che coinvolge i detenuti della Casa Circondariale Sanquirico di Monza in un progetto di scrittura, produzione e formazione musicale.

    Dopo i primi incontri che nei mesi scorsi hanno portato all’interno dell’istituto artisti come Lazza e Fedez, l’iniziativa è proseguita con un nuovo momento di confronto che ha coinvolto Emis Killa, Jake La Furia e Camilla Ghini – questi ultimi due colleghi a Radio 105, dove insieme a Daniele Battaglia conducono il programma “105 Take Away”, tra le trasmissioni più seguite della fascia pomeridiana.

    Come nei precedenti appuntamenti, la giornata si è articolata in due momenti distinti. In una prima fase, gli ospiti si sono confrontati con un ampio gruppo di detenuti su aspetti che, all’interno di un carcere, assumono un significato ancora più concreto: gli errori, il giudizio sociale, la possibilità di cambiare, il rapporto con il tempo e il senso della libertà quando questa viene sottratta. A seguire, i ragazzi che hanno aderito al laboratorio hanno presentato e fatto ascoltare i propri brani, condividendo il lavoro portato avanti negli ultimi mesi e ricevendo osservazioni, stimoli e consigli.

    La presenza di Camilla Ghini ha portato all’interno del penitenziario uno sguardo diverso, giovane e femminile, particolarmente significativo in un contesto come quello carcerario. Il confronto con una professionista attiva nel mondo dei media ha offerto ai presenti una prospettiva ulteriore sul lavoro, sulla responsabilità personale e sulle possibilità di creare una carriera partendo dalle proprie passioni.

    Tra i temi più discussi è emerso il rapporto tra errori e responsabilità. Durante l’incontro è stato più volte sottolineato come sbagliare faccia parte della vita, ma anche come il reinserimento nella società debba poter diventare un processo effettivo e non solo concettuale. In questo senso, il tempo trascorso in carcere può trasformarsi in uno spazio utile per acquisire e implementare competenze per il futuro.

    Proprio sul valore del tempo si è soffermato Jake La Furia, che ha invitato i detenuti a utilizzarlo nel modo più consapevole possibile:

    «Leggete qualsiasi cosa. Anche libri che all’inizio possono sembrarvi lontani da voi. La lettura apre la mente e può offrirvi idee e prospettive che non immaginate.»

    Alla domanda su cosa serva oggi a un artista per fare successo nella musica, il rapper milanese ha aggiunto un altro elemento chiave:

    «Se fai musica pensando solo al successo hai già perso. La musica deve prima di tutto divertire chi la fa. Quando ti diverti davvero, questa cosa arriva anche a chi ti ascolta. Le persone devono identificarsi in quello che racconti; per questo è fondamentale parlare di quello che conosci, di quello che hai vissuto o che vivi davvero. Se racconti qualcosa che non ti appartiene, la gente se ne accorge subito. La credibilità è fondamentale.»

    Camilla Ghini ha poi richiamato l’attenzione sul valore del sacrificio e della costanza, ricordando come la passione – nella musica come nella radio o in qualsiasi altro ambito professionale – non possa prescindere da disciplina e impegno quotidiano. Un intervento che ha completato il discorso, evidenziando quanto fare ciò che si ama sia prezioso, ma farlo seriamente è ciò che permette di trasformarlo in un lavoro.

    Emis Killa, al suo terzo incontro con i partecipanti al laboratorio, ha evidenziato l’importanza di assumersi la responsabilità delle proprie scelte senza lasciare che gli errori definiscano per sempre una persona:

    «Nella vita tutti sbagliano. La differenza sta in cosa fai dopo. Gli errori non spariscono, ma possono diventare il punto da cui ripartire. L’importante è non smettere di lavorare su sé stessi e non convincersi che la propria storia sia già scritta.»

    Il rapper di Vimercate, soffermandosi sul valore delle seconde possibilità, ha invitato i ragazzi a non considerare mai definitivo il punto in cui si trovano oggi, incoraggiandoli a continuare a lavorare sulle proprie potenzialità.

    Tra le preziose riflessioni emerse, c’è stata anche quella sul rapporto con il denaro. Jake La Furia, Emis Killa e Camilla Ghini hanno sottolineato come i soldi siano uno strumento necessario per sostenere le proprie scelte e realizzare progetti e desideri. Allo stesso tempo, però, non possono diventare l’unica misura delle decisioni o delle aspirazioni personali. Imparare a sviluppare un rapporto sano con il denaro, senza diventarne dipendenti o inseguirlo come unico obiettivo, è una condizione indispensabile per mantenere la propria autonomia.

    Anche in questo terzo appuntamento, la musica è andata ben oltre l’intrattenimento, confermandosi una possibilità concreta di confronto e di espressione, capace di offrire strumenti nuovi per rileggere il proprio percorso.

    Free For Music si prepara ora a una nuova tappa importante. Il 27 marzo 2026 uscirà infatti l’album che raccoglie i brani scritti e interpretati dai detenuti, portando all’esterno il lavoro nato nell’istituto e trasformando l’esperienza del laboratorio in una vera produzione musicale.

    Come sottolineato da Paolo Piffer, responsabile esterno della supervisione socio-educativa, Free For Music affida alla musica un ruolo centrale nel favorire una ricodifica delle storie personali e nello sviluppo di competenze che, oltre alla dimensione formativa, possono aprire anche a prospettive future.

    La realizzazione dell’iniziativa è stata possibile grazie alla collaborazione delle istituzioni e al lavoro dei funzionari giuridico-pedagogici, della coordinatrice dott.ssa Mariana Saccone, della dott.ssa Elena Balia e della dott.ssa Laura Fumagalli, insieme alla Direzione, agli educatori e alla Polizia Penitenziaria della Casa Circondariale Sanquirico di Monza, che hanno seguito ogni fase organizzativa.

    Free For Music è pensato come un percorso continuativo, destinato a proseguire all’interno del carcere di Monza e ad aprirsi progressivamente anche ad altri istituti penitenziari che hanno manifestato interesse, con interlocuzioni e pratiche già avviate.

    Immagini e video sono stati realizzati dalla fotografa Aurora Ingargiola.

  • I Ferrinis raccontano il peso dell’iper-scelta sentimentale in “Luci Viola”

    Milano, vista dall’oblò di un aereo, promette una tregua che dura il tempo di un atterraggio. Le terrazze accese, che dal cielo paiono grumi di luce, alimentano l’illusione di poter fare a meno di quel caos che ci portiamo dentro. Eppure, la distanza fisica non basta a silenziare il collasso di un legame sventrato dall’eccesso. Con il nuovo singolo “Luci Viola” (Ferrinis Records/Ryo Studios), i Ferrinis scelgono di non assecondare la narrazione bidimensionale del cuore spezzato, preferendo parlare di una vertigine: quella di chi scopre che avere tutto può diventare una forma di pressione insostenibile. È il racconto del troppo pieno, di quando non resta più spazio nemmeno per dirsi addio; di chi ha avuto ogni possibilità tra le mani e l’ha vista mutare in cenere.

    «Avevamo tutto, forse è quello che ci ha rovinato», è il verso in cui Maicol e Mattia Ferrini sintetizzano il paradosso della sovrabbondanza, dove la libertà assoluta e le «regole zero» cessano di essere una conquista per diventare il perimetro di una prigione silenziosa, in cui si resta soli, anche in due. Non è un caso che questa impasse sia al centro di diversi studi sulla Generazione Z e sui giovani adulti, che segnalano come l’eccesso di possibilità e l’assenza di confini chiari nelle relazioni aumentino senso di smarrimento, ansia decisionale e difficoltà di decodificare le proprie scelte affettive. È il riflesso di quella che i sociologi definiscono l’era dell’iper-scelta, dove la moltiplicazione delle possibilità e l’assenza di limiti non generano libertà, ma un’ansia da prestazione affettiva che porta alla paralisi.  Una moltiplicazione che inizia a scavare una distanza, rendendo l’intimità una stanza chiusa, dove ci si muove senza incontrarsi davvero e dove ogni parola possibile sembra sbagliata, perché parlare diventa un rischio e il silenzio una forma di accettazione («Non so più se è meglio tacere o tradire»). Il brano evidenzia come l’assenza di regole non ci renda migliori, ma ci isoli, disegnando una zona franca in cui non si litiga, non ci si perde, non ci si trova, e si finisce con il restare più soli che mai.

    Per questo, “Luci Viola” non parla di una fine, ma dell’impossibilità di chiudere davvero. Di quando l’eccesso di vicinanza, di tentativi, di spiegazioni svuota il dialogo e lascia solo due opzioni ugualmente distruttive. Non ferirsi più nell’immediato, lasciando che tutto si spenga lentamente, o continuare a farlo, trasformando ogni tentativo di spiegazione in una nuova ferita.

    Il pezzo vive di contrasti — il sapore amaro del vino delle grandi occasioni, gli occhi truccati di nero che tradiscono la stanchezza, i tramonti ubriachi — affidando alle “Luci Viola” un marchio a fuoco, un’àncora mnemonica che impedisce l’oblio ogni volta che il riflesso di un sabato sera torna a colpire la retina.

    «In questo brano abbiamo voluto isolare il momento esatto in cui la vicinanza smette di alimentare il desiderio e inizia a soffocarlo – dichiarano i Ferrinis -. Spesso la fine di una storia non arriva per assenza di sentimenti, ma perché l’anima brucia in un incendio che non sai più dove e come contenere. Abbiamo scelto Milano perché è una città che ti fa capire di essere piccolo, mentre ti inserisce nel rumore assordante di chi non ha più nulla da dirsi.»

    Musicalmente, il duo romagnolo stabilizza una propria forma di pop d’autore che mastica bit e inquietudini con estrema consapevolezza. La produzione abbandona ogni residuo di spensieratezza per accompagnare l’ascoltatore nella densità di una scrittura che lavora per immagini, intercettando quel disagio che nasce quando il possesso diventa un fardello intollerabile.

    Con “Luci Viola”, accompagnato dal videoclip ufficiale diretto da Samuele Apperti, Maicol e Mattia Ferrini si confermano osservatori attenti di una realtà sentimentale che non ha più bisogno di edulcorazioni. Non cercano rimedi, ma scelgono di focalizzarsi su un sabato sera qualunque, consapevoli che certi ricordi non svaniscono con l’arrivo dell’alba; restano tatuati sotto la pelle, pronti a riaccendersi ogni volta che la luce di un neon taglia il buio, ricordandoci che avere tutto, a volte, è stato il preludio del niente.


  • Una relazione che finisce tra voci, amici e versioni opposte

    «Get out of my head, you and all of your friends» («Fuori dalla mia testa, tu e tutti i tuoi amici»). In “About Me” basta questa frase per capire che non siamo nel territorio delle canzoni che chiedono permesso o comprensione: qui si esce, si chiude, si taglia netto. Takao Wazowsky — quel Marco D’Atanasio che dalle colline umbre ha saputo reinventarsi più volte, passando dal metallo rovente dei Burn It Down alle vibrazioni sincopate dell’elettronica— torna con un brano che non ha la pazienza dei chiarimenti, e infatti non li concede: prende una relazione tossica, il suo teatro di scuse e comparse, e la trascina in mezzo ai sub e alle luci.

    Dopo la malinconia di “Missing You“, stutter house intima, nervosa, capace di far ballare anche il vuoto, l’artista ha attraversato un passaggio chiave con “It’s Raining“, una traccia che, in pochissime settimane, ha iniziato a circolare fuori dall’Italia, ottenendo consistenti passaggi radio su emittenti estere e allargando il raggio d’ascolto in Brasile, Portogallo, Stati Uniti, Nord Europa e Regno Unito. Un segnale chiaro di un linguaggio che funziona anche lontano dal contesto d’origine e che ha permesso a Wazowsky di alzare il passo e cambiare tono: “About Me” è infatti una traccia che non domanda “perché”, ma registra quanto l’importanza che crediamo di avere, in certe storie, sia solo un ruolo assegnato finché conviene.

    Un fenomeno che non rimane circoscritto a un’impressione isolata: Save the Children, alla vigilia di San Valentino, ha fotografato relazioni tra adolescenti dove aggressività e controllo vengono spesso normalizzati: un adolescente su quattro dichiara di essere stato almeno una volta spaventato da atteggiamenti violenti, e più di uno su tre (36%) racconta grida e insulti nella relazione.

    “About Me” si muove dentro questa zona grigia, esaminando il disprezzo, la pazienza spesa invano, la rabbia che nasce quando capisci che l’altro arriva “adesso” e pretende un posto che non si è mai guadagnato. Un veleno che si insinua nell’abitudine a sentirsi sminuiti, controllati, “gestiti” un messaggio alla volta, e che diventa energia da club non per alleggerirsi, ma per prendere una forma che non si può più ignorare.

    Dentro quel «you and all of your friends», infatti, c’è il coro di chi copre, giustifica, riscrive, applaude. La relazione come sistema. E la fine come uscita di sicurezza.

    «Questa canzone rappresenta un momento evolutivo rispetto alle mie precedenti produzioni – dichiara Takao -, perché mi ha aiutato a intraprendere un percorso più personale che comincia a distaccarsi da alcuni personaggi a cui precedentemente avevo fatto riferimento. Il mio messaggio è uno sfogo verso tutte queste situazioni in cui ci si sente importanti per qualcuno, si sente di contare qualcosa ma è tutto falso, e lo racconto tramite la musica.»

    L’artista non si ferma alla lamentela, non costruisce un’autoassoluzione, non cerca la frase furba. Fa una cosa ben più complessa: mette un confine e lo rende suono. La delusione non viene addolcita, viene “messa a tempo”: ritmi elettronici da club, asciutti, compatti, capaci di farsi ascoltare anche quando la sala è piena.

    Le influenze restano riconoscibili — Fred again.., BUNT. — ma qui si sente una mano più autonoma, meno appoggiata, più decisa nel dire: questa volta non sto interpretando nessuno.

    La copertina lavora nello stesso senso: niente glamour da release, ma un’immagine che chiede solo di essere tenuta addosso.

    Dalle origini rock-metal — i Burn It Down, fondati nel 2010 a Spoleto — al debutto elettronico nel 2023 con “T.M.W.”, passando per collaborazioni come “Feel The Ocean” con Valentina Aleo, Takao Wazowsky ha attraversato linguaggi differenti senza perdere l’aspetto più importante: la necessità di farli parlare davvero.

    Ora, con “About Me”, mette un punto fermo nella sua traiettoria: un suono intimo ma deciso, in grado di muoversi con naturalezza tra mainstream e underground senza diventare neutro, e soprattutto in grado di prendere una posizione, come fa chi smette di essere disponibile. La cassa corre, il ritornello torna a bussare con la stessa frase, e ogni ripetizione è un passo indietro in meno, perché non c’è più spazio da concedere, solo distanza da mantenere.

    E quando la distanza è l’unica forma di rispetto rimasta, anche ballare diventa un modo per affermarlo.

  • NDG risponde ai social con una canzone: “Scomparso”

    Dopo il platino di “Panamera”, dopo Amici e dopo una fase in cui la sua assenza è stata raccontata più dagli altri che da lui, NDG torna con un brano che prende di petto proprio l’etichetta che gli è stata cucita addosso negli ultimi anni: quella di essere sparito. Si intitola “Scomparso”, esce il 19 marzo 2026 per Troppo Records, e parte da un’intuizione: trasformare una narrazione subita, amplificata dai social e ridotta a commento in canzone.

    Per un periodo, intorno a NDG si è consolidato un racconto esterno, spesso sbrigativo. C’era chi lo dava per finito, chi riduceva il suo percorso all’eco di una sola hit, chi utilizzava il suono di “Panamera” per accompagnare video e didascalie costruite attorno alla stessa formula: ha fatto una canzone ed è sparito, scomparso. Il suo nuovo singolo nasce esattamente lì, nel punto in cui l’ironia degli altri intercetta una presa di parola.

    Il risultato non è un pezzo autoassolutorio, né il classico brano sul ritorno. L’artista capitolino sceglie una linea più difficile e più interessante: usare sarcasmo, insofferenza e autoironia per raccontare cosa significhi, oggi, essere percepiti come assenti appena si interrompe il flusso dell’esposizione. In “Scomparso” c’è il disagio di chi si sente osservato anche quando prova soltanto a vivere, ci sono i perfetti sconosciuti che fanno domande, il fastidio verso le dinamiche di un ambiente in cui tutto sembra ridursi a convenienza, facciata. Ma soprattutto c’è un verso che sposta l’attenzione da un piano personale a uno più ampio, evidenziando perfettamente il tempo in cui viviamo: «Sono due mesi che non posto e voi pensate che sia morto». Basta quasi quello, da solo, a definire la misura di un presente in cui sparire dai radar digitali viene letto subito come una fine.

    Per NDG, l’umorismo diventa l’arma per scardinare l’ansia da prestazione sociale. Su un crinale sonoro peculiare e identitario, l’artista canta la fierezza di chi non accetta di essere ridotto a un contenuto digitale, rivendicando il diritto di fermarsi, di sbagliare, di non essere “in hype” a tutti i costi. È un testo che porta in superficie la parte meno glamour del circuito: quella in cui l’immagine precede la sostanza e finisce per sostituirla. Quella fatta di rapporti opportunistici, solitudini mascherate da business, in cui l’esposizione non produce appartenenza, ma una sorta di sorveglianza. Quella tipica di un’industria che consuma i volti prima ancora di ascoltare le voci.

    NDG non rivendica una caduta né propone una rinascita ben confezionata. Fa una cosa più sottile: si prende la parola su un’assenza che fino a quel momento era stata raccontata da fuori. E nel farlo sottolinea una questione che riguarda molti più artisti della sua generazione: il peso di un sistema che pretende una continuità insostenibile e che interpreta ogni pausa come un insuccesso. Il brano rovescia proprio questo automatismo, ricordando che fermarsi non equivale a finire e che il tempo sottratto a una vetrina può coincidere, semplicemente, con la vita. Personale, ma anche professionale.

    «Dopo Amici e tutta l’esposizione che ne è seguita – racconta -, ho attraversato una fase di silenzio. In quel periodo mi sono sentito addosso molte aspettative e anche parecchie letture superficiali. C’era chi mi dava per finito, chi parlava di me senza sapere davvero dove fossi o cosa stessi vivendo. A un certo punto ho visto circolare quel trend con “Panamera”, con la gente che scriveva che avevo fatto una canzone e poi ero scomparso. Non mi ha fatto piacere, certo, però mi ha acceso qualcosa. Ho capito che potevo prendere quella frase e ribaltarla. “Scomparso” è nato proprio così, come risposta, ma anche come modo per dire che non c’è niente di sbagliato nel rallentare, nel non essere sempre visibili, nel prendersi il proprio tempo senza sentirsi cancellati.»

    Il videoclip ufficiale che accompagna l’uscita del singolo, segue la medesima linea. NDG compare con una scatola in testa, ricoperta di volantini che segnalano il suo “smarrimento”: un’immagine straniante e immediata al contempo, pensata con il direttore artistico Garfo per dare una forma tangibile all’ansia sociale, al desiderio di nascondersi e alla percezione di essere diventato, agli occhi degli altri, uno che non esiste più. Solo nel finale quella scatola cade. E con lei, anche la versione di sé che gli altri avevano fissato al posto suo. È il momento in cui NDG smette di riconoscersi nella maschera costruita su di lui e torna a parlare in prima persona.

    Con questa release, il cantautore romano classe 2000, fa qualcosa di molto maturo: prende il peso del successo, dell’esposizione e della successiva rarefazione, e lo converte in una scrittura che assorbe il contraccolpo e lo rilancia, un punto di vista finalmente diretto che sostiene il peso della propria storia.

    Ma il comeback di NDG non si esaurisce online: l’artista ha fissato un appuntamento in Piazza del Popolo a Roma per domenica 15 marzo. A partire dalle 16:00, la piazza diventerà il perimetro di un incontro fisico con la propria fanbase, un passaggio necessario per oltrepassare il filtro dello schermo e riprendere il filo di un discorso interrotto, lontano dalle dinamiche puramente digitali.

    “Scomparso” non indica solo che NDG è tornato. Indica, soprattutto, come ha scelto di farlo.

    Non per riprendersi un posto nella classifica dei trend, bensì per parlare al cuore di chi cerca nella musica qualcosa che abbia ancora sostanza. Con “Scomparso”, inaugura il primo tassello di un 2026 che lo vedrà finalmente protagonista del suo primo progetto ufficiale. Il ragazzo di “Panamera” è cresciuto; ha smesso di correre per restare fermo dove ha più senso rimanere: nella propria musica.