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  • Tramo torna con “Piombo” e rimette il proprio nome dentro la contesa del rap

    Dopo tre anni di fermo successivi alla pubblicazione di “Sto facendo la hit”, brano che aveva segnato una deviazione netta, estiva e volutamente spiazzante rispetto al suo percorso precedente, il rapper milanese Tramo torna con “Piombo”, una traccia che riporta il discorso su coordinate più dure, frontali e dichiaratamente conflittuali.

    Prodotto da Garelli, “Piombo” è un rientro in pieno stile, ma soprattutto è un pezzo che usa il linguaggio del dissing e della sfida per parlare di credibilità nel rap. Dentro il brano c’è la voglia di rivalsa maturata in questi anni, c’è la decisione di chiudere con ogni tono interlocutorio, e c’è una critica diretta alla scena rap italiana attuale, letta come un sistema spesso più attento alla superficie, alla replica continua di codici già consumati e all’esibizione che alla scrittura, all’incisività delle barre, al valore reale di ciò che viene detto.

    Non è un caso che “Piombo” arrivi dopo un’interruzione lunga. Quel vuoto, anziché essere aggirato, viene assunto fino in fondo e trasformato nel punto da cui ripartire. Tramo lo usa come innesco, un punto di rilancio per rimettere a fuoco il proprio posto nel rap-game con un messaggio chiarissimo: il tempo del gioco è finito. Adesso si fa sul serio.

    La canzone procede come un corpo a corpo, marcando un confine, respingendo l’omologazione e riaffermando una presenza che non intende confondersi con il resto. Il lessico è esplicito, il tono è agonistico, l’impianto lirico unisce punchline, attitudine battagliera e una precisa volontà di demarcazione. “Piombo” è un banger perentorio, compatto, e da tale non chiede né attende legittimazione, ma la conquista sul campo. E nel farlo riattiva uno dei nuclei originari del rap: il conflitto come strumento di riconoscimento, la parola come terreno in cui si misura la differenza tra chi occupa una scena e chi riesce a sostenerne davvero il livello.

    A rendere il pezzo incisivo non è soltanto la sfrontatezza del dettato, ma il fatto che questa spinta, questa insolenza, non suoni gratuita e trovi ragione nella traiettoria stessa del testo. In “Piombo” l’attacco alla scena non viene impiegato come semplice provocazione e non si riduce a una polemica: è la forma scelta per rivendicare una collocazione precisa dopo anni di stop, cambi di traiettoria e frizioni con il sistema. “Piombo” riporta Tramo dentro il rap-game con una collocazione chiara: meno compiacente, meno accomodante, più identitaria.

    Il percorso dell’artista, del resto, aveva già mostrato una vocazione a non restare dentro un solo recinto. L’esordio discografico “Fai il bravo”, al fianco di Pepito Rella, insisteva su barre graffianti, attitudine Old School e intuizione sperimentale; “Solo Quando Fumo” spostava l’asse su un impatto più immediato e su una scrittura capace di unire autoaffermazione e incastro tecnico. “Piombo” compie un passo ulteriore, togliendo gli elementi laterali, asciugando il quadro e portando tutto sul terreno del tecnicismo e del dissing.

    Anche per questo il singolo ha un valore che supera il discorso del come back, perché segna un ritorno da indipendente che non viene raccontato come semplice ripartenza, ma come riaffermazione del proprio profilo artistico e riapertura del discorso su basi molto più definite. E in una contemporaneità in cui spesso il rap italiano oscilla tra caricatura del personaggio, cifra derivativa e ricerca del pezzo immediatamente spendibile, “Piombo” sceglie la via della risposta, dell’affondo e lo fa senza dimenticare tecnica e radici.

    Il videoclip ufficiale che accompagna la traccia, girato da Brace BelTempo di WARP-VIDEO, guida visivamente questo nuovo capitolo, rafforzando la natura di un brano che sceglie il conflitto come forma di riaffermazione.

    «Con “Piombo” ho voluto rimettere le cose in chiaro – dichiara -. Arrivo da tre anni di fermo, da un periodo in cui ho osservato molto e parlato poco. Questo brano nasce dalla rivalsa, ma anche dalla necessità di tornare a dire la mia nel modo che mi appartiene davvero. Ho smesso di giocare: adesso si fa sul serio.»

    Con “Piombo”, Tramo non torna semplicemente a pubblicare: torna a misurarsi, a esporsi e a rimettere il proprio nome dentro una contesa che riguarda linguaggio, valore e credibilità.

  • Un disco da consegnare prima che da distribuire: i .francabandiera e il master in bici da Milano a Roma

    Un disco può uscire su tutte le piattaforme in pochi secondi. Può essere caricato, distribuito, programmato, annunciato, consumato con la stessa rapidità con cui scompare nel flusso quotidiano delle nuove pubblicazioni. I .francabandiera hanno scelto un’altra strada: sottrarre il loro debutto discografico all’automatismo della distribuzione digitale e farlo diventare un vero e proprio viaggio, con una partenza, una scadenza e un margine di rischio.

    Il loro primo album, “mezzo minuto di raccoglimento”, in uscita il 18 maggio, arriverà al pubblico soltanto se l’unica copia fisica del master, trasferita su vinile, riuscirà a raggiungere Roma entro la mezzanotte del 17. A portarla sarà Cosmo Ponticella, mix e master engineer del disco e membro ad honorem del gruppo, partito da Milano con un solo mezzo a disposizione: una bicicletta.

    Da questa corsa contro il tempo, affidata a un vinile e a una bicicletta, nasce uno dei lanci indipendenti più anomali e identitari della stagione: un album che non viene semplicemente annunciato, ma messo in cammino; quasi 600 chilometri da percorrere perché possa arrivare davvero a destinazione, in un tragitto su strada che affianca e amplifica quello discografico, fino a trasformarsi in una storia concreta, partecipata e documentata in tempo reale.

    Nelle settimane precedenti alla pubblicazione, i .francabandiera hanno raccontato sui propri canali social l’attesa del master definitivo senza diffondere anticipazioni dei brani. Il 10 maggio, Cosmo Ponticella ha annunciato il completamento del lavoro. Il giorno successivo, però, la narrazione ha cambiato direzione: i file risultavano smarriti. L’unica copia disponibile è rimasta quella impressa sul vinile. Da quel momento, l’album non è più soltanto un contenuto da pubblicare, ma un oggetto da consegnare.

    La corsa da Milano a Roma viene documentata attraverso dirette Instagram, aggiornamenti, contenuti video e tappe intermedie, durante le quali Cosmo incontra il pubblico e, in occasioni selezionate, offre ascolti in anteprima alle prime persone presenti. Il disco, prima di atterrare sulle piattaforme, sta quindi attraversando una forma di ascolto rara per il giorno d’oggi: non un’anteprima distribuita in massa, ma un incontro fisico, limitato, legato alla presenza di chi si trova nel posto giusto al momento giusto.

    “mezzo minuto di raccoglimento” sceglie di andare in controtendenza rispetto alle dinamiche frenetiche del mercato attuale, rallentando il lancio fino a trasformarlo in un evento. E questo non per nostalgia del supporto fisico, ma per riportare attenzione su quanto la musica, prima di diventare dato, stream, contenuto o campagna, abbia bisogno di una storia capace di orientare e cristallizzare l’ascolto.

    «Con questo album volevamo prenderci la libertà di non scegliere una sola direzione – dichiara la band -. Ogni brano è nato seguendo una necessità diversa, senza l’obbligo di rientrare in un genere preciso o in un’idea già definita di band. Ci interessa una musica che possa arrivare subito, ma che non finisca al primo ascolto; qualcosa che si possa cantare, ballare, smontare, riascoltare, capire meglio dopo. La storia del vinile portato da Milano a Roma nasce dallo stesso principio: rimettere tempo, rischio e partecipazione dentro un’uscita discografica. In un periodo come questo, in cui la musica viene pubblicata in modo rapidissimo, volevamo che questo disco avesse un percorso visibile, fisico, prima di arrivare alle persone.»

    Il titolo dell’album, “mezzo minuto di raccoglimento” è una piccola pausa ironica e insieme serissima, dentro una scena che parla moltissimo e ascolta pochissimo. Nei brani dei .francabandiera convivono scrittura intimista, sarcasmo, nevrosi quotidiana, slanci melodici, elettronica, derive progressive, frammenti teatrali e una forma canzone che non si lascia ridurre a un solo codice. Il risultato è un disco che alterna impatto immediato e stratificazione, leggerezza apparente e brusche deviazioni di tono, momenti di vulnerabilità scoperta e improvvisi sabotaggi del linguaggio pop.

    La prima traccia, “grazie”, apre l’album come una presa di posizione feroce e sarcastica sullo stato della musica italiana. Il brano parte da un attacco frontale — «qui in Italia si è spento da almeno 30 o 40 anni ogni tipo di sentimento» — e converte il ringraziamento in una forma di accusa, con un’ironia che colpisce tanto l’industria quanto chi la critica senza rischiare davvero nulla. È il brano più apertamente polemico del disco, una dichiarazione di insofferenza verso un sistema percepito come esausto, in cui l’arte sembra spesso piegata alla superficie, all’immagine e alla monetizzazione del personaggio.

    Subito dopo, “mal di mare” sposta il baricentro dal commento esterno al disorientamento interno. L’immagine della nave diventa la sintesi dell’instabilità: «Siamo tutti su una nave e mi sale il mal di mare». L’ansia, la difficoltà di guardarsi allo specchio, la paura di cadere e affogare trovano una possibile risposta nel movimento: «Se perdo l’equilibrio, no, non mi resta che ballare».

    Con “faccio schifo”, i .francabandiera lavorano su una forma di autoaccusa che si trasforma in complicità. Il titolo, volutamente brusco, viene disinnescato dal dialogo sentimentale: «Faccio schifo e te ne accorgerai» trova una risposta inattesa in «Fai schifo pure più di me». Il brano racconta due imperfezioni che si riconoscono, si prendono per mano e provano a immaginare uno spazio in cui smettere di difendersi.

    “il tuo nome” racconta la fine di una relazione attraverso il tentativo, quasi ossessivo, di riscriverne i tratti— «Non ricordo più il tuo nome» — e procede per riscritture, cancellazioni, rimorsi, contraddizioni, fino a renderla un flusso instabile di memorie e negazione. Il brano ha una struttura più ampia, quasi episodica, dove la canzone cambia pelle mentre il protagonista tenta di ricostruire ciò che non riesce più a riconoscere.

    In “ritratto”, la scrittura si fa più luminosa, senza perdere intensità. Il rancore viene nascosto «sotto la neve» e superato non da una spiegazione, ma da una melodia elementare, quasi infantile, che permette di dire ciò che le parole non riescono più a contenere. È una canzone sulla fine dell’odio, sulla possibilità di riconoscere una nuova versione di sé a partire dai dettagli quotidiani come il caffè, un amico, le fotografie, un ritornello che torna per ricordarci chi siamo.

    “timido” porta il disco in una zona più disturbata, volutamente eccessiva. Il brano mette in scena una voce che oscilla tra aggressività, senso di colpa, ironia e parodia della violenza verbale contemporanea. I riferimenti pop, da Old Boy a Lost, si inseriscono in un testo che lavora sull’esagerazione come forma di autoritratto deformato: il “timido” del titolo è in realtà una maschera che cade, lasciando emergere una tensione comica e inquieta.

    Con “festa phonk”, l’album entra in una dimensione più cupa e notturna. Il corpo diventa luogo di sovraffollamento, desiderio, confusione e attrazione: «Nel mio corpo c’è una festa phonk». La festa, però, non è soltanto esterna; è interna, caotica, sensuale, quasi claustrofobica. Il brano usa l’immaginario del club e della phonk per raccontare una forma di intimità accelerata, dove ballare significa anche perdere momentaneamente il controllo.

    A chiudere il disco è “nozze d’oro”, il brano più ampio e quasi cerimoniale della tracklist. Le immagini delle voci oltre il fiume, delle spose che attraversano il campo, del cuore che sanguina in mano, della corona d’oro e dei piedi nudi sulla terra fredda portano l’album verso una conclusione corale e visionaria. Dopo sarcasmo, ansia, memoria, desiderio e collisioni verbali, i .francabandiera ci ricordano che «a ballare resteremo noi».

    “mezzo minuto di raccoglimento” nasce dal desiderio di trovare un equilibrio tra il bisogno di libertà creativa e la volontà di arrivare comunque a chi ascolta; la necessità di non farsi imprigionare da un genere e quella di dare a ogni brano una traiettoria distintiva; l’energia del linguaggio contemporaneo e una formazione musicale che affonda le proprie radici nello studio, nell’ascolto e nella composizione.

    I .francabandiera sono Fabrizio Casale, Achille Mazzola e Francesco Luigi Onida. Fabrizio e Achille crescono a Formia, dove si avvicinano alla musica attraverso percorsi di studio diversi — chitarra classica per Fabrizio, pianoforte jazz per Achille — e si incontrano intorno ai vent’anni in una band progressive rock locale. Dopo lo scioglimento di quella prima esperienza, si trasferiscono a Roma e danno vita ai Mercanti di Orecchie, documentando su Twitch il proprio processo creativo e costruendo una piccola comunità attorno alla scrittura in diretta.

    Tra gli spettatori c’è Francesco, musicista e produttore milanese, già attivo nello studio di diversi strumenti e nella produzione elettronica. L’incontro diventa collaborazione, poi formazione definitiva. Dopo alcuni anni di attività online, il trio sceglie di spostare il centro del lavoro sulla produzione discografica e abbandona progressivamente la dimensione streaming. Il suono, inizialmente legato a coordinate progressive, si apre a una materia più ibrida, in cui l’elettronica dialoga con la forma canzone, la scrittura teatrale, l’ironia e una forte identità compositiva.

    Nel 2024 prende forma il primo album, completato all’inizio del 2025. Nello stesso periodo il gruppo lascia il nome Mercanti di Orecchie e diventa definitivamente .francabandiera, sigla più aderente alla nuova fase artistica. Dopo alcuni tentativi di collaborazione con realtà discografiche, la band sceglie la via indipendente e, insieme a Cosmo Ponticella, elabora un piano di uscita che porta alle estreme conseguenze una domanda:

    come si può rendere davvero visibile un album in un tempo in cui tutto viene pubblicato e dimenticato troppo in fretta?

    La risposta è un disco che deve essere consegnato, non soltanto distribuito. Un vinile che attraversa l’Italia. Una bicicletta. Una scadenza. Un pubblico chiamato a seguire la storia prima ancora di ascoltare le canzoni.

    Il 18 maggio, se il viaggio arriverà a destinazione, “mezzo minuto di raccoglimento” sarà disponibile su tutte le piattaforme digitali.

    Tracklist:

    1. grazie
    2. mal di mare
    3. faccio schifo
    4. il tuo nome
    5. ritratto
    6. timido
    7. festa phonk
    8. nozze d’oro

  • Il post-grunge dei Sopr4Tonica racconta la memoria come forma di prigionia

    Una storia che diventa così instabile da alterare il modo in cui percepisci il tempo, la libertà e te stesso. Poi, l’irruzione di un suono, quello di una crepa che si allarga, mentre il graffio vocale di Mafalda Belli diventa l’unico strumento utile per mappare un labirinto mentale fatto di ricordi che non vogliono sbiadire. Nasce così “La visione di un momento” (Milano Music Play per Sony Music Italy/ distr. The Orchard), il nuovo singolo della band capitolina Sopr4Tonica estratto dal disco “4”: un brano post-grunge che racconta una relazione finita sulla carta, ma ancora viva nella mente come una forma di prigionia.

    Scritto da Gianmarco Casentini, il brano ruota attorno a una domanda che ritorna come un pensiero fisso: cosa resta di una relazione quando la sua fine è già avvenuta, ma la mente continua ad abitarla? “La visione di un momento” non si sofferma sulla separazione, ma su ciò che ne consegue, quando i ricordi non hanno più la forma della rabbia e diventano un luogo chiuso, una ripetizione, un pensiero che torna sempre alla stessa immagine.

    Nel testo, la parola chiave è “instabile”. Instabile è il pensiero, instabile è la storia, instabile è il modo in cui il tempo viene percepito. «Ma dimmi la verità, se siamo qua per vivere, o siamo qua per correre col tempo che corre più di noi»: questo verso racchiude un’importante riflessione sulla libertà, su quanto ci si possa ritenere effettivamente liberi quando una relazione si è conclusa ma continua a decidere il modo in cui si guarda al presente e al futuro.

    Basso, chitarre e batteria erigono un’impalcatura sonora nervosa, tesa, compatta; un ensemble di impulsi che non concede respiro. Su questa trama, la voce di Mafalda Belli agisce sottraendo ogni tipo di certezza: il suo graffio post-grunge non leviga i bordi di un cuore in cerca di riparo, non tenta di estetizzare il dolore e non offre alcun tipo di assoluzione catartica. Al contrario, si scaglia contro la struttura ritmica, lasciando quel cuore esattamente com’è: livido, contraddittorio, ancora esposto al riverbero di istanti e fotogrammi che rifiutano di farsi oblio.

    Questa stasi percettiva trova la sua naturale estensione estetica nel videoclip ufficiale, diretto da Roberto Scognamillo. Qui, la narrazione abbandona il piano puramente introspettivo per farsi immagine attraverso un’ambientazione distopica. Il video non si limita a illustrare il brano, ma ne amplifica la portata: la mente, prigioniera della propria visione, diventa un luogo dove il passato è un detrito che non si riesce a smaltire e il futuro un orizzonte che resta oscuro. È la rappresentazione visiva di quella «camicia di forza» citata dalla band, una dimensione in cui l’individuo è costretto a confrontarsi con la propria inerzia.

    Nonostante la densità dell’ombra che attraversa la traccia, i Sopr4Tonica scelgono di non arrendersi al nichilismo. La release si fonda infatti su una convinzione importante degli artisti: far sì che la voce non venga mai soffocata e che la bellezza interiore prevalga anche nelle situazioni più dure e complesse. Per questo, il brano si distanzia dal racconto di una sconfitta per diventare una forma di reazione, un modo per dare coordinate a un dolore che, altrimenti, resterebbe muto.

    “La visione di un momento” si inserisce nel percorso di “4”, primo album dei Sopr4Tonica, otto brani nati dall’incontro tra esperienze e inclinazioni diverse. La formazone prende forma nell’estate del 2024, durante una cena tra amici, quando Gianmarco Casentini, Andrea D’Annibale, Mafalda Belli e Andrea Marchetti — già legati da precedenti esperienze artistiche — decidono di aprire un nuovo capitolo comune. Da subito, l’idea è quella di far confluire nei brani inediti le rispettive provenienze musicali, senza appiattirle in una formula unica.

    Con “La visione di un momento” i Sopr4Tonica ci ricordano che il rock ha ancora il compito di mappare i nostri abissi, senza necessariamente offrirci una via d’uscita, ma dandoci finalmente le parole per descriverli.

  • Dalla felicità di plastica al caos generazionale: Priscilla Marvel anticipa l’EP “Donna Ostile” con un brano sul presente che brucia

    «Come faccio a fare un figlio su questo pianeta che muore?». Basta questa domanda per misurare lo stato attuale di una generazione che ha smesso di pensare al futuro come a una promessa e ha iniziato a percepirlo come un carico ulteriore. Priscilla Marvel apre così “Ufficio Caos”, il suo nuovo singolo per Alka Record Label: una sentenza che cade come una scure sulla retorica del futuro a ogni costo.

    Il brano nasce da quella fase dell’età adulta in cui, almeno sulla carta, dovrebbero iniziare ad esistere carriere avviate, case, famiglie, decisioni stabili, traiettorie definite. E invece, per molti trentenni, resta una scrivania occupata da fogli pieni di scarabocchi, progetti mai messi a terra, notifiche, notizie che arrivano da un mondo sempre più difficile da decifrare. Priscilla Marvel dà un nome a questa condizione: “Ufficio Caos”. Non un luogo fisico, ma una stanza mentale, un archivio disordinato di paure, rinvii, desideri di fuga e responsabilità impossibili da evadere.

    Se con il precedente singolo “Cuore di panna” avevamo assaggiato la disillusione zuccherina del burnout, qui siamo di fronte a una cronaca spietata dell’immobilismo esistenziale, un’istantanea sul momento in cui la spossatezza diventa immobilità e il rumore del mondo resta acceso anche se si smette di leggere le notizie. Il telegiornale perde apprensione perché la sensazione di allarme è già filtrata nella vita privata, nel corpo, nel modo di guardare una scrivania, una città, una possibilità.

    «Non so immaginare nemmeno un futuro migliore» canta l’artista, sventando ogni tentazione di edulcorare il messaggio. Non c’è traccia di vittimismo; non c’è spazio né per la commiserazione né per un’empatia di maniera che renda l’asfissia presente una valuta di scambio sociale. C’è, piuttosto, la constatazione asciutta di una generazione cresciuta dentro una sequenza continua di crisi: economiche, climatiche, politiche, sociali, abitative, lavorative. Una generazione a cui è stato chiesto di scegliere, progettare, performare, reagire, reinventarsi, mentre il quadro generale diventava sempre meno governabile. Una generazione che ha smesso di cercare risposte nel domani, semplicemente perché il domani sembra aver smesso di esistere.

    In “Ufficio Caos” la crisi climatica entra immediatamente, nella prima domanda, accanto alla possibilità di generare vita. La maternità, anziché essere trattata come scelta personale isolata, viene narrata come interrogativo storico-sociale: cosa significa pensare a un figlio quando il pianeta brucia, le città diventano invivibili, la politica appare distante, il lavoro non garantisce più una direzione e perfino immaginare un domani sembra uno sforzo fuori portata?

    Il brano non vuole dare una risposta preconfezionata; al contrario, lascia che il quesito rimanga aperto, perché è proprio nell’assenza di soluzione che si riflette il fallimento di un sistema che ha esaurito le sue narrazioni consolatorie. “Ufficio Caos” non si limita a raccontare la paura di una donna davanti al futuro, ma si addentra nella difficoltà comune di progettare una vita in un tempo che sembra smentire ogni progetto prima ancora che possa prendere forma.

    Dalla crisi climatica alla deriva politica, la complessità del presente diventa tale da indurre a un volontario isolamento sensoriale: «Non leggo più le notizie, non guardo nemmeno il telegiornale». È la resa di chi ha capito che la rivoluzione è impossibile se l’energia vitale viene cannibalizzata da un sistema che non offre vie d’uscita valide.

    «Questa canzone nasce dal bisogno di dare voce a una generazione che si sente senza speranze» dichiara Priscilla Marvel, sottolineando come la pressione sociale di dover ordinare la propria vita si scontri con un mondo che, fuori dalle finestre, letteralmente brucia.

    «Brucia la città, ma un bicchiere d’acqua mi salverà» è il verso che evidenzia la sproporzione tra la dimensione dell’emergenza e la piccolezza dei mezzi a disposizione. Fuori tutto sembra sgretolarsi e crollare, dentro resta l’istinto, seppur minimo, di sopravvivenza: un bicchiere d’acqua contro una città che brucia. Il desiderio di leggerezza contro il presente che accumula fardelli. In questa sproporzione si muove l’intero brano, nella narrazione di chi sa troppo per fingere serenità, ma troppo poco per sentirsi in grado di intervenire davvero.

    «Per molto tempo ho cercato di ordinare la mia vita, la mia carriera e i miei pensieri – prosegue Priscilla Marvel –. Questo brano parla di una generazione che a trent’anni dovrebbe avere progetti e invece si ritrova spesso spaventata, con la sensazione di non sapere più quale direzione prendere. Accettare il caos, anche quello interiore, per me significa smettere di fingere che vada tutto bene.»

    Dentro questa dichiarazione c’è l’intero significato del pezzo: non la rinuncia, ma la fine della finzione. “Ufficio Caos” non pretende di risolvere ciò che racconta. Non trasforma la paura in mantra motivazionale. Le dà spazio, la organizza in forma musicale, la sottrae alla vergogna. Se la comunicazione degli ultimi anni chiede continuamente efficienza, positività, operatività e capacità di reazione, Priscilla Marvel sceglie di portare in primo piano la quotidianità di molti suoi coetanei: la confusione, la stanchezza, l’incertezza, il bisogno di leggerezza come strategia di conservazione.

    Il risultato è un brano in cui la domanda su un figlio diventa domanda sul pianeta, la scrivania il campo su cui si accumulano le rovine delle promesse mancate, il mare l’unica immagine ancora capace di offrire respiro. La crisi dei trent’anni diventa così la sintesi di un tempo che chiede adultità senza aver garantito stabilità, responsabilità senza aver consegnato strumenti, scelta senza aver lasciato vere alternative.

    La produzione, affidata ancora una volta al tocco di Velli (Valentina Samberisi), sostiene un testo che oscilla tra il desiderio primordiale di fuga — verso quel mare che resta l’unica promessa di leggerezza — e la consapevolezza di non avere un luogo dove nascondersi. Mix e master sono curati da Luca Pretorius, conferendo al brano una densità sonora coerente con il suo impianto, senza sacrificare immediatezza e tenuta melodica.

    Priscilla Marvel celebra l’accettazione del disordine interiore come unico strumento per non farsi annientare. È una battaglia persa in partenza, forse, ma raccontarla significa smettere di essere soli dentro quel caos. È anche in questa scelta musicale che l’artista conferma la propria identità: non appesantire i temi che affronta, non trasformarli in predica, non chiedere alla canzone di spiegare il mondo. Piuttosto, farli entrare in un lessico pop, in frasi che restano addosso perché sembrano già pensate da molti, ma difficilmente pronunciate senza imbarazzo.

    Con “Ufficio Caos”, la cantautrice modenese prosegue il percorso che porterà all’EP “Donna Ostile”, aggiungendo un nuovo tassello a un progetto nato per raccontare l’oggi senza addolcirlo. Questa nuova release è una canzone politica nel senso più concreto del termine: parte da una stanza, da una scrivania, da una donna che guarda il proprio disordine e capisce che non è soltanto suo. Una canzone pop che riesce a dire, con apparente semplicità, che il futuro non è scomparso per mancanza di desiderio, ma perché a molti è stato consegnato già pieno di cenere.

  • 21 tracce rap contro l’economia del consumo rapido: Spectrum Vates e il debut album “Resto Fuori”

    Nel rap italiano, oggi, un album di ventuno brani può essere letto in molti modi. Può sembrare un eccesso, una dispersione, oppure una scelta che va in controtendenza rispetto alle logiche delle piattaforme, sempre più orientate alla velocità, alla rotazione continua e a un consumo rapido della musica. Raramente, una durata così ampia coincide con una precisa direzione artistica. “Resto Fuori”, il primo album ufficiale di Spectrum Vates (PaKo Music Records/Believe Digial), non affida questa ampiezza alla quantità, ma alla necessità di sviluppare un discorso compiuto, in cui ogni traccia contribuisce a definire con maggior chiarezza il mondo, l’immaginario, che mette in parola.

    Spectrum Vates, pseudonimo di Giacomo Cassarà, viene da Arezzo, è nato nel 1999 e arriva a questo debut album dopo un percorso in cui la sua abilità lirica aveva già assunto un ruolo centrale. I singoli “Pupille d’alabastro” e “Dimmi perché” raccontavano due movimenti complementari della sua scrittura: da una parte l’amore come fedeltà quotidiana; dall’altra la fine di un legame come accumulo di domande che non trovano una risoluzione. In entrambi i casi, ciò che affiorava non era soltanto una profonda sensibilità tematica, ma un’idea di rap in cui il testo non accompagna la musica, ma ne regge la spina dorsale.

    “Resto Fuori” amplia quella concezione fino a farne un percorso coerente e strutturato. Il disco ruota attorno a tematiche come il dolore, l’assenza, il desiderio, la vergogna, la tenacia, la famiglia, il lutto, il rancore, la voglia di restare in piedi e le attraversa da angolazioni diverse, lasciando che ogni brano aggiunga una sfumatura, un taglio, un frammento ulteriore. Per questo, più che una semplice successione di canzoni, “Resto Fuori” somiglia a una trama narrativa vera e propria, in cui il ricorrere di certe immagini — il fuoco, il nero, il mare, il sangue, il petto, la notte, le crepe, il riflesso — finisce per dare al disco una precisa identità visiva e simbolica.

    Una delle qualità più evidenti del progetto è che la paura, il rancore, il lutto, e la vergogna non vengono mai alleggeriti per diventare subito comprensibili o subito efficaci. In molti casi, nel rap contemporaneo, il dolore finisce per assomigliarsi; qui conserva invece qualcosa di storto, di opaco, di insoluto. “A testa in su” ha l’andamento di una sopravvivenza strappata al giudizio, alla dipendenza, alla deriva mentale, con un movimento che non nasconde la sofferenza ma la porta in primo piano. “Superplastico” torna sull’infanzia, sulle umiliazioni, sulle botte ricevute e sull’idea di una corazza non eroica, ma necessaria. “Antieroi” fa spazio a una stanchezza meno esplosiva e più corrosa, mentre “Oceano” allarga il discorso fino a farne una riflessione sul presente, sul senso di assedio, sul bisogno di nuotare controcorrente in un mare troppo grande per essere davvero arginato.

    Ma “Resto Fuori” non vive soltanto di rabbia, malinconia o resistenza alla pressione. Il disco cambia più volte temperatura e apre uno scorcio sui sentimenti che, invece di fermarsi a un solo registro, si lasciano attraversare da sfumature molto diverse. In “Pupille d’alabastro”, primo estratto del disco, l’amore è scelta quotidiana, reciprocità, profumo di un incontro che continua a riflettersi nel tempo. In “Dimmi perché”, secondo apripista, restano invece le mani, i tagli, i richiami, la serie di frammenti che una storia finita lascia dietro di sé quando le spiegazioni non bastano o non arrivano affatto. “Balaclava” e “DM” trascinano il desiderio su un piano più cupo e più fisico; “Eden” e “Oh my girl” alleggeriscono la densità generale con una luce più aperta, senza però cancellare del tutto l’atmosfera inquieta e instabile che attraversa il progetto fin dall’inizio.

    Il disco acquista poi un rilievo ulteriore quando l’io smette di occupare tutto il campo e lascia entrare figure, relazioni e addii che espandono il racconto. “Grazie” è una lettera alla madre che riesce a evitare sia la retorica sia la freddezza, affidandosi a un riconoscimento netto del suo ruolo di sostegno, educazione, salvezza. “Novembre” tratta il delicato tema del lutto del nonno, il rimpianto per ciò che non è stato detto in tempo, il paradosso di giorni che scorrono anche quando l’assenza continua a mordere, a farsi sentire. In “Scompare”, con Biem, irrompe la guerra: bombe, stazione, manette, paura, distanza che improvvisamente non appare più lontana. “Rabbia freestyle”, invece, sposta il baricentro sulla collera pubblica, sul rancore sociale, su un clima di esasperazione che si deposita nel linguaggio prima ancora che nei fatti. Tutto questo impedisce all’album di chiudersi nel perimetro dell’ego e gli consente invece di prendere spessore anche quando guarda ai rapporti familiari, alla guerra, alla rabbia comune, a tutto ciò che supera la dimensione strettamente personale.

    Anche sul piano musicale, “Resto Fuori” si muove su una linea differenziante. Non ha l’ossessione di dimostrare a ogni traccia una versatilità diversa, né quella di moltiplicare le direzioni per intercettare pubblici lontani. I crediti raccontano piuttosto un progetto fortemente presidiato dall’artista, che firma testi e musiche nella maggior parte del concept, si divide tra lavorazioni proprie e interventi di Atomic per mix e master, e costruisce una geografia produttiva in cui la presenza di Diego Fabbri ha un rilievo notevole. I featuring (Biem, Al Vox, Diego Fabbri, Melmeat) entrano senza alterare il profilo generale del lavoro. Questa direzione, in una scena in cui molti album si lasciano ascoltare senza lasciare un’impronta precisa, fa sì che “Resto Fuori” mantenga almeno una qualità ormai meno scontata di quanto dovrebbe, quella di avere un profilo riconoscibile fin dal primo play.

    È un disco che chiede di essere attraversato per intero, di essere preso sul serio nella sua ampiezza, di essere letto per il suo tentativo di riportare il rap in una zona in cui la scrittura può ancora permettersi di occupare spazio, di tornare sulle proprie immagini, di non farsi risolvere soltanto dall’approssimazione della rapidità di ascolto. Un disco che preferisce il rischio di una misura larga alla comodità della frase pronta e che, già dal titolo, fa intendere la posizione dell’artista: restare ai margini di ciò che uniforma, di ciò che appiattisce, semplifica e rende tutto intercambiabile, senza però rinunciare ad esprimere la propria identità.

    A seguire, tracklist e track by track del disco.

    “Resto Fuori” – Tracklist:

    1. Monologo interiore
    2. Resto fuori
    3. Dimmi perché
    4. Superplastico
    5. Pupille d’alabastro
    6. Scompare (feat. Biem)
    7. Federico Gatti (Piano solo)
    8. Novembre
    9. Rabbia freestyle
    10. Extraterrestri (con Al Vox)
    11. Due colpi in mezzo al petto
    12. Oceano
    13. Antieroi
    14. Grazie (feat. Diego Fabbri)
    15. A testa in su
    16. Eden
    17. Oh my girl
    18. DM (feat. Melmeat)
    19. Balaclava
    20. Controluce
    21. Domani (nella brace)

    “Resto Fuori” – Track by Track:

    Monologo interiore”. L’album si apre davanti a uno specchio. C’è il passato, c’è la fatica di esserne uscito, c’è il tentativo di ricordarsi perché valga ancora la pena andare avanti.

    Resto fuori” è il brano che dà titolo al disco e mette subito a fuoco la sua posizione. Restare fuori, qui, significa scegliere una distanza: dagli automatismi, dai ruoli imposti, da tutto ciò che chiede uniformità.

    Dimmi perché” racconta una relazione finita male che continua a muoversi dentro il presente. Restano le domande, i richiami, le immagini che tornano quando sembravano già archiviate.

    In “Superplastico” affiora la parte più esposta dell’album: l’infanzia difficile, le umiliazioni, le botte prese, la necessità di inventarsi una corazza per non soccombere.

    Pupille d’alabastro” è uno dei brani più limpidi del disco. L’amore viene raccontato come permanenza, come scelta quotidiana, come legame che prende forma nei giorni e non nelle dichiarazioni.

    Scompare” (feat. Biem). La guerra entra nel racconto e lo sposta altrove. Bombe, distanza, paura, separazione: tutto si stringe attorno all’idea di una perdita che può arrivare all’improvviso e cambiare ogni cosa.

    Federico Gatti (Piano solo)”. Più che un omaggio sportivo, è un brano sulla resistenza. Federico Gatti diventa il nome di chi lavora, incassa, continua.

    Novembre”: il lutto del nonno passa attraverso dettagli concreti, ricordi domestici, gesti rimasti impressi. È uno dei brani più dolorosi e più sinceri dell’album.

    In “Rabbia freestyle” il fuoco si sposta fuori dalla sfera privata. C’è il rancore sociale, c’è il clima del presente, c’è una collera che non cerca ordine e proprio per questo arriva dritta.

    Extraterrestri” (feat. Al Vox). Il senso di estraneità diventa tema centrale. Sentirsi fuori posto, fuori asse, fuori sintonia con il mondo: il brano lavora tutto su questa sensazione.

    Due colpi in mezzo al petto”. Il dolore sentimentale si radicalizza fino a sfiorare l’autodistruzione.

    In “Oceano”, il mare diventa immagine del presente: vasto, ingestibile, impossibile da contenere. E dentro quel movimento continuo si prova comunque a restare a galla.

    Antieroi” è il brano in cui prende forma una figura lontana da ogni trionfalismo. Stanca, sola, esposta, ma ancora capace di reggere il colpo.

    Grazie” (feat. Diego Fabbri). È il centro affettivo del disco. Una lettera alla madre, scritta con riconoscenza piena e senza enfasi inutile.

    A testa in su” è un brano di resistenza. Psicofarmaci, giudizio, ricordi, rivalsa: tutto converge in una volontà di risalita che resta tesa fino all’ultimo verso.

    Eden”. L’amore, qui, è sollievo, rifugio, aria.

    Oh my girl” è un cambio di luce dentro il disco. Più movimento, più leggerezza, più immediatezza, ma senza uscire davvero dall’universo di Spectrum.

    DM” (feat. Melmeat). Il desiderio si fa più fisico, più instabile. È un brano teso, esposto, inquieto.

    “Balaclava”. Il volto coperto del titolo diventa immagine di dolore trattenuto, smarrimento, assenza.

    Controluce”. La scrittura si stringe attorno al ricordo, alla mancanza, alla necessità di continuare a vedere qualcuno anche quando non c’è più o non è più raggiungibile.

    Domani (nella brace)”. La chiusura lascia il disco in uno stato aperto. Rimangono il fuoco, i resti, la fatica, ma resta anche l’idea che il giorno dopo, in qualche modo, vada comunque affrontato.

  • Dopo il tour internazionale tra Europa e Giappone, Edoardo Baroni torna con “The Ash Wednesday Supper”, il suo quarto album solista

    Dopo il tour internazionale che negli ultimi mesi lo ha portato a esibirsi tra Italia, Svizzera, Bulgaria e Giappone, con una tappa simbolica all’Expo di Osaka, Edoardo Baroni torna con un nuovo progetto discografico che prosegue con coerenza e raffinatezza il percorso tracciato fino a qui. Si intitola “The Ash Wednesday Supper” (Clockbeats) ed è il quarto album solista del chitarrista jazz bresciano: un lavoro che, a pochi giorni dalla pubblicazione, ha già raggiunto la vetta di Amazon Music, inserendosi in una traiettoria discografica avviata da “Songs”, salito anch’esso al primo posto sulla piattaforma, e proseguita con “By Heart”, il disco che ne ha consolidato la cifra più personale e la proiezione internazionale.

    “The Ash Wednesday Supper” è un corpus di profonda maturità intellettuale e tecnica, prodotto da Dario Mollo, che segna un’evoluzione radicale nell’iter dell’artista, capace di far convivere il rigore della musica colta con l’urgenza espressiva del jazz contemporaneo. Il titolo dell’album trae ispirazione da uno dei testi cardine del pensiero filosofico italiano, “La Cena delle ceneri” di Giordano Bruno. Un omaggio non solo letterario, ma ideale: come il filosofo nolano sfidava i confini del pensiero precostituito, così Baroni abbatte le barriere tra i generi, imbastendo un dialogo serrato tra composizioni originali, standard jazz e incursioni nel repertorio classico.

    «La mia volontà per questo disco era quella di unire brani miei a standard jazz, osando anche brani di musica classica – dichiara –. Ho cercato di rendere tutto il più vicino possibile alla mia sensibilità musicale, pur mantenendo il doveroso rispetto verso i grandi musicisti che mi hanno ispirato. È il mio quarto album da solista e ne sono molto soddisfatto: sento di aver compiuto un passo in avanti decisivo rispetto ai miei lavori precedenti.»

    La tracklist racconta bene questa impostazione e lascia intuire già dal titolo delle esecuzioni la varietà della tessitura e dell’esperienza d’ascolto: “Satin Doll”, “Fugata”, “29 Gennaio”, “After You”, “Chanson Epique”, “Sarabande BWV 995”, “Estudios Sencillos II”, “We’re With You” e “Hapy’s Dance (A Night in Egypt)” compongono un itinerario in cui la grammatica del jazz convive con la memoria della musica classica e con una scrittura originale che non appare laterale, ma centrale nell’equilibrio dell’album.

    La release è suggellata dal videoclip ufficiale di “Fugata”, capolavoro di Astor Piazzolla reinterpretato da Baroni con una cifra stilistica che ne esalta la tensione drammatica e la precisione geometrica. Il video, presentato in anteprima nazionale su Sky TG24, è il primo di una trilogia visiva che vedrà nei prossimi mesi la pubblicazione di “Satin Doll” di Duke Ellington e dell’inedito “Hapy’s Dance (A Night in Egypt)”, brano firmato dallo stesso Baroni. Tre uscite distribuite in momenti differenti, pensate per accompagnare nel tempo il racconto del disco e metterne in evidenza la pluralità di riferimenti e registri.

    Dopo aver insegnato Propedeutica Musicale al Conservatorio di Gallarate (MB), di Cremona e di Cesena (FC) ed aver raggiunto la vetta della chart di Amazon Music, Edoardo Baroni si conferma un “architetto del suono” capace di parlare un linguaggio trasversale. Prima “Songs”, in cui l’eredità del jazz si apriva alla cultura pop; poi “By Heart”, in cui il rapporto con la tradizione classica e jazzistica diventava ancora più evidente; oggi “The Ash Wednesday Supper”, che raccoglie tutto questo e lo porta in una direzione ancora più personale, più consapevole, più solida.

    La pubblicazione di “The Ash Wednesday Supper” dà ufficialmente il via a un nuovo, imponente tour mondiale che toccherà l’Italia, la Francia, la Svizzera e farà nuovamente tappa in Giappone, consolidando il legame indissolubile tra l’artista bresciano e il pubblico del Paese del Sol Levante.

    Con questo quarto progetto full length, Edoardo Baroni prosegue un lavoro che rifugge le convenzioni strutturali, tracciando una rotta rigorosa nel panorama jazz contemporaneo, capace di reggere il confronto con la storia senza restarne schiacciata. La sua chitarra continua a muoversi agilmente tra retaggio e interpretazione, studio e immaginazione, repertorio e scrittura personale, con un’armonia che ora appare ancora più definita.

    “The Ash Wednesday Supper” è un invito a sedersi a una tavola dove la musica diventa alimento per lo spirito, tra echi del passato e visioni di un futuro ancora tutto da comporre.

    “The Ash Wednesday Supper” – Tracklist:

    1. Satin Doll
    2. Fugata
    3. 29 Gennaio
    4. After You
    5. Chanson Epique
    6. Sarabande BWV 995
    7. Estudios Sencillos II
    8. We’re With You
    9. Hapy’s Dance (A Night in Egypt)

  • Non solo denuncia: Clair racconta cosa accade quando la vittima assorbe la violenza degli altri

    «Forse il male mi fa bene, perché lo merito e mi appartiene.
    È colpa mia, solo colpa mia
    »

    Una chat di classe può restare aperta tutta la notte. Anche quando nessuno scrive più, anche quando il telefono è appoggiato sul comodino, anche quando il giorno dopo bisogna tornare nello stesso banco, nello stesso corridoio, davanti agli stessi occhi. Per molti ragazzi il bullismo non finisce con l’ultima campanella, ma resta in un insulto riletto in silenzio, in una risata che si deposita e si fissa sottopelle, nell’esclusione da un gruppo, nello sguardo di chi sa e finge di non sapere. Una presenza costante, che può arrivare a deformare il modo in cui una persona si percepisce, fino a trasformare l’offesa ricevuta in una domanda: “E se fosse colpa mia?”.

    Da questo interrogativo sofferto, figlio di una percezione alterata dalla sopraffazione, nasce “Colpa Mia”, il nuovo singolo di Clair, nome d’arte di Barbara Rizzo, disponibile su tutti i digital store per Loud Vision. Dopo “Stop Anxiety”, brano di sensibilizzazione sull’ansia come condizione fisica, mentale e sociale, la cantante e docente siciliana sposta voce e penna su una delle conseguenze più sottili, devastanti e meno raccontate del bullismo: la colpa che chi subisce finisce per attribuire a sé stesso, fino a leggere la violenza ricevuta come una conferma del proprio disvalore. Una colpa interiorizzata dalla vittima, una forma di autoaccusa che nasce quando la prevaricazione viene subita così a lungo da sembrare quasi normale, inevitabile, perfino meritata.

    Il tema appartiene pienamente alla cronaca del presente. Secondo i dati ISTAT pubblicati nel 2025, relativi all’indagine 2023, il 68,5% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni dichiara di aver subìto, nei dodici mesi precedenti, almeno un episodio offensivo, aggressivo, diffamatorio o di esclusione, online o offline; per il 21%, questi episodi si ripetono più volte al mese. Nel 2026, Save the Children ha indicato inoltre che il 47,1% dei 15-19enni è stato vittima di cyberbullismo, tra messaggi offensivi, minacce, insulti via web o esclusione da chat e gruppi online. Numeri che evidenziano la diffusione di un fenomeno ormai strutturale, ma che non sempre riescono a raccontarne le conseguenze sui singoli, su quello che i giovani provano quando smettono di riconoscere il male come abuso e iniziano a considerarlo una prova contro sé stessi.

    “Colpa Mia” descrive il bullismo non soltanto come violenza subita, ma come lenta alterazione dello sguardo su di sé. Il testo si apre con una frase che contiene già tutta la dinamica del brano: «Ho paura di quello che può succedere e la paura è colpa mia non degli altri». Non è ancora denuncia, non è ancora richiesta d’aiuto. È la voce di chi ha cominciato a processarsi da solo, di chi cerca una spiegazione alla crudeltà degli altri e finisce per trovarla dentro di sé.

    Uno dei passaggi più eloquenti del brano arriva poco dopo, ed è anche uno dei più dolorosi: «Forse il male mi fa bene, perché lo merito e mi appartiene». In questo verso Clair coglie una delle ripercussioni più insidiose della prevaricazione ripetuta, quella in cui la vittima smette di percepire la sofferenza come un’ingiustizia esterna e inizia a incorporarla come destino. Il bullismo, allora, non agisce più soltanto nello spazio esterno dell’offesa, ma occupa la dimensione con cui una persona si definisce, nel modo in cui misura il proprio valore, nella possibilità stessa di immaginarsi degna di protezione.

    La scrittura di Clair sceglie una struttura dialogica. Da una parte c’è chi si sente piccolo «fra tanti giganti», chi parla senza riuscire a sentirsi, chi avverte «un vuoto scuro» capace di inghiottire ogni probabilità di reazione; dall’altra, una voce che interrompe la spirale: «Io invece ti dico che non puoi mollare, che hai la tua vita e ti ci devi aggrappare. Che ogni tuo sogno, vale più di ogni colpo». Una voce che arriva quando quella della di chi viene sopraffatto sembra essersi spenta o, peggio, pare ormai utilizzare le parole di chi l’ha ferito, introducendo un elemento essenziale: la possibilità che qualcuno, dall’esterno, rimetta in discussione la colpa e restituisca alla vittima il diritto di non coincidere con ciò che ha subito. Perché la musica non elimina il dolore, ma può presentare un altro punto di vista, una prospettiva differente in grado di spezzare il circuito chiuso dell’autoaccusa.

    «Il progetto è nato come dispositivo educativo e di sensibilizzazione per riconoscere e contrastare atti di bullismo e cyberbullismo – racconta Clair –. Volevo che il brano aiutasse a sviluppare empatia, ad ascoltare davvero chi soffre, a mettersi nei panni degli altri e a comprendere quanto siano importanti relazioni sociali sane, prive di prevaricazione. “Colpa Mia” racconta le emozioni contrastanti e molto spesso anestetizzate di chi è vittima di bullismo e si colpevolizza del male ricevuto, pensando di meritarlo, ma anche la possibilità che qualcuno si ponga in ascolto e ricordi a quella persona che vale sempre la pena vivere.»

    Il videoclip ufficiale, diretto da Alessio Consoli e disponibile anche in una versione in LIS, non accompagna semplicemente la canzone, ma ne rafforza il valore: il corpo ferito dalla paura, il peso dello sguardo altrui, la difficoltà di chiedere aiuto, fino alla possibilità di riconoscere una presenza capace di ascoltare. In un tempo in cui il cyberbullismo prolunga la violenza oltre l’orario scolastico, portandola nelle stanze, nei telefoni, nelle notifiche e nelle chat private, “Colpa Mia” sceglie di intervenire sul piano più urgente: quello della parola detta prima che il silenzio diventi isolamento.

    Prodotto da Francesco Ronsivalle, in arte Skyner, con Gianluca Trainito come ingegnere del suono, “Colpa Mia” conferma la direzione artistica di Clair: un pop di respiro internazionale, attraversato da una vocalità di matrice accademica, in cui la tecnica incontra l’intenzione. La cantautrice siciliana non arriva a questo tema come interprete chiamata a prestare la voce a una causa, ma come artista e docente che lavora ogni giorno con le nuove generazioni. Diplomata in Canto presso il Conservatorio Statale “A. Corelli” di Messina, insegnante di Educazione Musicale, specializzata sul sostegno, da anni porta avanti un percorso in cui la musica non resta confinata alla dimensione performativa, ma diventa occasione di confronto, lettura delle emozioni, educazione all’ascolto. Dopo “So Perfectly”, dedicato alla violenza di genere, “Never Give Up”, legato all’autodeterminazione, e “Stop Anxiety”, centrato sull’ansia come condizione diffusa, “Colpa Mia” amplia un percorso in cui ogni release assume anche una funzione formativa. Non nel senso di una canzone che “insegna” dall’alto, ma di un materiale capace di aprire domande. Nelle classi, il brano può diventare punto di partenza per analizzare gli stati emotivi di chi subisce e di chi esercita bullismo, per riconoscere i segnali della prevaricazione, per comprendere il ruolo di chi assiste, tace, ride, si adegua o arriva troppo tardi.

  • “Cosa Desideri Veramente?”: MANUEL racconta il desiderio quando non coincide più con ciò che gli altri si aspettano

    Cosa resta di noi quando smettiamo di seguire traiettorie imposte da altri, aspettative esterne e paure che il tempo ha finito per trasformare quasi in abitudini? Nell’epoca delle risposte rapide, che sempre più spesso si accontenta dell’approssimazione, MANUEL pubblica una domanda. Si intitola “Cosa Desideri Veramente?” il nuovo singolo del cantautore, polistrumentista e produttore milanese, un brano che si sviluppa attorno al rapporto con sé stessi, senza appoggiarsi a un linguaggio motivazionale ormai troppo consumato per risultare credibile.

    Negli ultimi anni il pop ha raccontato l’amore come un traguardo, un approdo definitivo, una promessa di ricomposizione e salvezza. MANUEL sceglie di partire da un interrogativo, mettendo in musica la difficoltà di distinguere ciò che desideriamo sinceramente da tutto quello che, giorno dopo giorno, abbiamo finito per inseguire quasi per adattamento.

    All’artista interessa il momento in cui smarrirsi non coincide più con un fallimento, né con la percezione personale di averlo vissuto, ma con la consapevolezza che molte direzioni vengono percorse per anni senza essere mai davvero sentite, interrogate, ripensate, fino a quando qualcosa si incrina o si cristallizza e ci costringe a tornare al quesito iniziale.

    «Quando perdi la direzione imposta dagli altri, puoi finalmente scoprire chi sei e hai la possibilità di scegliere quale prendere tra le infinite direzioni che hai davanti a te – racconta -. Questa canzone è nata dalla necessità di andare a fondo, di parlare al me stesso ferito e rassicurarlo, incoraggiandolo ad intraprendere il viaggio che più rispecchia la sua volontà, la sua ragione di vita.»

    Nel testo, ricorre l’immagine della bussola, che però non serve a individuare una meta esterna, ma a rimettere in discussione il punto di avvio. Una guida che misura la distanza tra la vita che si mostra e quella che, oltre le attese, continua a chiedere di essere ascoltata. Allo stesso modo, il diamante non entra nella narrazione come simbolo di rivincita, bensì come figura di qualcosa di raro e prezioso che resiste sotto la paura e le cicatrici. L’artista, con la sua scrittura suggestiva e al contempo concreta, ben ancorata alla realtà, evidenzia la possibilità che anche lo smarrimento, quando viene attraversato senza infingimenti, apra una conoscenza più profonda e matura di sé.

    Ad ampliare l’immaginario del singolo lo Short Music Film, che ne estende il respiro sul piano visivo, rendendo la canzone un vero e proprio cortometraggio musicale. Nicole Meda interpreta una figura femminile che attraversa il racconto come presenza di soglia e come riflesso di una coscienza che prova ad affiorare. La produzione musicale è firmata dallo stesso MANUEL per Eterno Wild Studios, con mix e mastering di Cristiano Messina, mentre il film porta la regia di Cristian Morello e Nicolò Fellini e la fotografia di Francesco Genovese. Direzione artistica, storytelling e styling portano ancora una volta la firma di MANUEL.

    “Cosa Desideri Veramente?” fonde una forte componente introspettiva a una cifra lirica che, pur muovendosi tra immagini e simboli, non perde mai contatto con la realtà da cui prende forma. Un brano che smette di far coincidere l’identità con l’immagine, con l’abitudine, con la direzione presa per inerzia, e riporta tutto al punto da cui era partito: la distanza tra ciò che inseguiamo e ciò che, invece, ci appartiene davvero.

  • Gli Psychos accendono i riflettori sulla violenza domestica con “Twisted Youth Freeway”

    «You can stay here and live by my rules or get outta here and try to stay alive» («Puoi restare qui e vivere secondo le mie regole, oppure andartene da qui e cercare di restare vivo»). Non è l’incipit di un thriller psicologico né l’inizio di un film horror, ma l’ultimatum che eviscera l’infanzia e consegna un diciottenne all’asfalto di una libertà pagata a carissimo prezzo. Con “Twisted Youth Freeway”(distr. Corallo Records per Lotus Music Production), gli Psychos di Andy Romi caricano il loro progressive rock di una funzione biologica: la sopravvivenza.

    Mentre il dibattito pubblico sulla violenza domestica continua a infrangersi contro l’omertà delle mura private, il gruppo senese sceglie la strada della narrazione cruda, frontale, dove l’uscita di casa non rappresenta un gesto di ribellione adolescenziale, bensì l’unica strategia per non soccombere.

    Secondo l’ISTAT, una quota significativa delle vittime di violenza domestica subisce i primi episodi in età infantile. È una zona d’ombra poco raccontata, in cui l’abuso non esplode all’improvviso, ma si stratifica nel tempo, normalizzato all’interno del nucleo familiare. Per molti ragazzi e ragazze, il compimento della maggiore età, anziché coincidere con l’ingresso nell’autonomia, corrisponde all’unico margine legale e materiale per allontanarsi.

    Allontanarsi da un teatro di guerra privato, da un carnefice che non ha il volto dell’estraneo, ma quello raggelante di chi dovrebbe garantire protezione. Il perimetro domestico che si fa cella, la figura genitoriale che abdica al proprio ruolo per farsi despota. Ci si sposta perché casa è diventata un campo minato di micro-aggressioni, ricatti emotivi e silenzi punitivi, dove ogni parola è un azzardo e ogni azione è sottoposta al vaglio di un codice di condotta arbitrario e violento. Andarsene, significa dunque sabotare una narrazione tossica che vorrebbe il figlio come proprietà privata, scegliendo l’instabilità della strada e la precarietà dell’incertezza pur di non vedere la propria identità definitivamente polverizzata da chi, tra quelle mura, esercita un dominio psicologico prima ancora che fisico.

    In questa discrepanza tra il sé e il sangue, si innesta la trama stessa del brano. “Twisted Youth Freeway” segna il passaggio forzato dall’infanzia a una giovinezza vissuta in fuga, perché restare è diventato più pericoloso che andare via. Senza protezioni, senza rete, spesso senza una destinazione, la strada diventa l’unica alternativa praticabile a una dimora che ha smesso di essere un luogo sicuro.

    Il testo si snoda su un’architettura hard rock muscolare, figlia di quella scuola anni Settanta che sapeva dare al disagio in un suono ben preciso, tra chitarre e sezione ritmica che accompagnano il racconto senza edulcorarlo, mantenendo un andamento costante, quasi ostinato.

    La partenza notturna, le stazioni ferroviarie alle prime luci dell’alba, il dolore fisico che anestetizza i sensi. Poi, le panchine dei parchi trasformate in trincee e la sensazione costante di essere inseguiti. Sono frammenti che rimandano a una quotidianità poco visibile ma ampiamente documentata: quella dei giovani che, una volta usciti da contesti familiari violenti, attraversano fasi di homeless temporaneo, spostandosi senza una destinazione stabile. “Twisted Youth Freeway” dà ritmo, voce e forma narrativa a questa realtà, in cui la libertà coincide con la distanza da ciò che si è lasciato alle spalle.

    Il refrain — «I won a ticket to ride on the Twisted Youth Freeway» («Ho vinto un biglietto per correre sulla Twisted Youth Freeway – l’autostrada della gioventù deviata») — anziché introdurre una conquista, registra l’ingresso in una condizione irreversibile. Quel “biglietto” non apre a un altrove desiderabile, ma sancisce l’avvio di una latitanza forzata e necessaria. È il resoconto di una giovinezza braccata, in cui l’idea di futuro viene spazzata proprio da chi dovrebbe tutelarlo. E in questo orizzonte mutilato, il diritto di esistere si materializza sottraendosi alle proprie radici, fuggendo da un aguzzino che promette di non fermarsi mai («If you choose to get out of that door, I’ll be chasing you and never stop ‘till I’ll kill you» – «Se scegli di uscire da quella porta ti darò la caccia e non mi fermerò mai finché non ti avrò ucciso»), mentre l’urgenza non è scegliere chi diventare, ma evitare di essere raggiunti.

    Sotto la superficie sonora, la mano di Andy Romi, produttore e anima del progetto, che ha curato ogni dettaglio presso lo Psychotic Studio. La sua esperienza, maturata in decenni di dedizione alla macchina del suono, si traduce in una produzione nitida e stratificata, capace di sorreggere un testo che parla di abusi, dipendenze e identità senza mai scivolare nel pietismo. La precisione tecnica, certificata dai più alti standard industriali, diventa qui lo strumento per dare dignità a un racconto di margine e redenzione.

    «Volevo descrivere quel momento esatto in cui capisci che restare significa morire, non solo metaforicamente – dichiara Andy Romi -. La Twisted Youth Freeway è quel non-luogo dove finisce chi ha dovuto scegliere la strada per difendere il proprio diritto di esistere. È un percorso fatto di ombre, ma è l’unico che porta lontano dalla schiavitù della paura.»

    Gli Psychos intersecano la musica con la realtà sociale più urgente, quella che solitamente resta soffocata tra il perbenismo di facciata e l’indifferenza delle istituzioni. Qui il progressive diventa l’unico linguaggio capace di sostenere l’urto di una verità indigeribile, quella di una casa che da nido si fa macello.

    Oggi, nell’era di narrazioni mitigate, smorzate e lineari, la band senese ha il coraggio di dare un suono a quella zona grigia in cui la famiglia smette di essere protezione per diventare minaccia, rendendo ogni nota e ogni riff la relazione di una latitanza obbligata.

    “Twisted Youth Freeway”, accompagnato dal videoclip ufficiale girato a Roma sotto la direzione di Gina Merulla, con gli attori del gruppo teatrale Teatro Hamlet, è la testimonianza di chi ha preferito l’incertezza del domani alla certezza di un presente violento; un lavoro che riconsegna al rock la sua funzione primaria, quella di essere il grido di chi, pur di restare vivo, ha accettato di sparire dai radar.


  • Dalla disciplina del corpo alla scrittura musicale: Papi· On pubblica il concept album “Euforia”

    Il rumore del mondo non è mai stato così assordante, eppure c’è chi sceglie di sintonizzarsi su una frequenza diversa: quella del proprio battito cardiaco.

    Euphoría, in greco, indica una condizione favorevole. Nel lessico contemporaneo, però, l’euforia è diventata un modo elegante per richiamare l’urgenza, la sovraesposizione, l’idea che spegnersi non sia previsto. O, al contrario, viene spesa come premio, come promessa, come anestetico. Ha assunto la funzione di nome comodo per quello che rincorriamo quando il ritmo ci supera, quando il lavoro invade le ore, quando persino l’amore viene misurato a disponibilità e reattività. Papi· On, artista e personal trainer bergamasco, parte da questa etimologia ormai stravolta per il suo primo album, intitolato proprio “Euforia”, con l’obiettivo di trasformare quell’espressione in materia concreta: energia che spinge e che ha un costo, in termini di sonno che salta, di tempo che stringe, di confini da difendere, e un passaggio che cambia la gerarchia delle cose, la paternità.

    Registrato presso il 1901Studio di Bergamo sotto la direzione tecnica di James & Kleeve e realizzato con il contributo del Nuovo IMAIE, il disco è un concept dal sapore pop rock che lavora sui contrasti: la ruvidità delle chitarre e il motore ritmico sorreggono la voce in un viaggio che è, prima di tutto, una fuga dalla prigionia dell’ordinario. Un album che racconta cosa significa restare “accesi” oggi, tra appetito di vita, cronofobia, intimità da proteggere e un prima/dopo inciso dalla nascita di un figlio.

    Da personal trainer, abituato per mestiere a stare dentro corpo, resistenza, disciplina, Papi· On trasferisce la stessa attenzione nella scrittura e nel suono: sei brani che alternano abrasioni melodiche e aperture più ariose, tra il bisogno di correre e la necessità di proteggere qualcosa e, soprattutto, qualcuno.

    “Euforia” nasce da un’urgenza comunicativa e da un’educazione sentimentale al rock vissuto in casa dell’artista come sottofondo identitario, ascoltato in famiglia per anni, prima ancora di diventare una scelta stilistica. Non un genere, ma un modo di reagire. Da lì prende forma un suono fisico, che alterna riff affilati e testi a presa diretta, con un’immagine centrale che è anche un simbolo grafico: il punto tra Papi e On, dichiarato come spazio di pensiero, equilibrio e privacy.

    Il nome d’arte fa il resto: Papi· On nasce infatti dal diminutivo di “papà” e dialoga con “Papillon”, cioè con l’idea di evasione dalla prigionia della routine. “On” è la condizione permanente. E in quell’interruttore sempre su, “Euforia” trova la sua centratura: non l’esaltazione facile, piuttosto la febbre di chi si muove per non spegnersi.

    Le sei tracce che compongono il disco raccontano una giornata intera, con i suoi picchi e i suoi avvallamenti. Nella scrittura convivono due estremi: l’infanzia di chi, a sei anni, cerca l’infinito in un oratorio, e l’età adulta di chi si ritrova a gestire ansie, insonnia, pensieri ricorsivi.

    In brani come “L’infinito” e “È un segreto”, Papi· On scava nel silenzio per trovarvi un battito cardiaco che sia, finalmente, sincero. Lo fa affrontando la cronofobia, quella “Time Compression” psicologica che studi recenti attribuiscono all’accelerazione tecnologica: oggi riceviamo più stimoli in un’ora di quanto un uomo del secolo scorso ricevesse in una settimana, alimentando un senso di inadeguatezza e la sensazione che il tempo non basti mai per processare la realtà. È la cosiddetta “Follia del Presentismo”, dove schiacciati da notifiche e reperibilità costante non riusciamo più a pianificare il futuro o metabolizzare il passato, lasciando che il tempo scivoli via senza lasciare traccia.

    Questa “ansia temporale”, che secondo i più recenti dati sulla salute mentale (OMS, 2024) colpisce ormai circa il 25% della popolazione, non è solo paura di invecchiare, ma il timore che ogni istante non vissuto in modo memorabile sia un istante sprecato.

    E in questo contesto frenetico, dove i genitori sono spesso ridotti a terminali di una performance lavorativa senza tregua, compressi tra l’incudine della produttività e il martello della reperibilità digitale, Papi· On propone una controtendenza squisitamente umana, basata sulla presenza e sul limite.

    Insegnare ai figli la bellezza della vita non significa mentire loro edulcorandola o nascondendone le ombre, ma dimostrare come si possa «stringere i denti e sopravvivere» senza smettere di correre verso il sole. La sua “Euforia” si rivolge a chi, tra una muta stretta sulla pelle e cento giorni senza luce, sceglie di non abbassare l’interruttore della meraviglia.

    Nell’era che corre per dimenticare, Papi· On corre per ricordare a sé stesso e a sua figlia che il vero traguardo non è il successo di facciata, ma il coraggio di restare accesi. Anche quando fuori piove, anche quando la notte scende a zero gradi.

    A seguire, tracklist e track by track del disco.

    “Euforia” – Tracklist:

    1. Ancora qui
    2. L’infinito
    3. 15 settembre
    4. Io sono euforia
    5. È un segreto
    6. Into the Wild

    “Euforia” – Track by Track:

    Ancora qui. Il disco si apre dove il «silenzio infinito» viene squarciato dal «rumore del cuore». Un’overture di riappropriazione che va oltre la dedica per riconoscere un’àncora di salvezza in un deserto di incertezze e allucinazioni esistenziali. Papi· On ammette che «sarebbe potuto impazzire» senza quella presenza specifica, quella della figlia, lasciando che la voce tremi mentre il cielo «si spegne». È un pezzo che si snoda tra il peso delle «schegge» sottopelle e la leggerezza di un viaggio a piedi nudi sotto le stelle, offrendo una promessa di stabilità che si traduce in un porto sicuro capace di difendere, di fare da scudo contro tutto e tutti.

    L’infinito parla del peso dell’infanzia, dei pensieri precoci, della paura del tempo che scorre, delle domande spirituali («cercavo Dio e mi sono perso»). Ma parla anche una risposta improvvisa, spostata sugli occhi di chi si ama: l’infinito come esperienza, un’esperienza che passa per le mani che si stringono. È il salto liberatorio verso un luogo dove il tempo non esiste più e dove, finalmente, è permesso essere sé stessi.

    15 Settembre. La data che, per l’artista, segna un prima e un dopo. La paternità viene raccontata tra immagini domestiche e vertigini che superano le dimensioni dell’universo: il primo respiro, la sensazione che la vita non sia più solo tua, la paura di non essere all’altezza, il desiderio di proteggere. Un passaggio di testimone dove il timore di un «ciao papà» che sancisce l’autonomia si scioglie nella promessa di non lasciare mai quel «foglio bianco», offrendo una presenza che è, al contempo, scudo e testimonianza di una magia che «esiste davvero».

    Io sono euforia è notte, velocità, cuore esposto, un fuoco che non si spegne. Un’attitudine istintiva, quasi animale, che trasforma il «cuore nudo» in un motore cinetico capace di «correre più forte della vita». Qui l’artista opera un vero e proprio «disinnesco del dolore», trasfigurando ciò che per il mondo è «follia» nella propria, personalissima, «poesia».È il brano che dà il nome al disco e lo sintetizza: essere “ON” come stato naturale, con tutto ciò che comporta.

    È un segreto. L’ossessione, il corpo che non dorme perché «incastrato negli incubi», il respiro controllato, le cose non dette che diventano una maschera necessaria per «ingannare la verità». Qui, il segreto è una «forma di sopravvivenza» che porta con sé lo sforzo logorante di chi «stringe i denti» e adotta un «respiro quadrato, come un soldato» per proteggere gli altri da una verità che «investe come una marea». Questo conflitto interiore, descritto da Papi· On come un «veleno» che scorre sottopelle, trova sfogo solo nell’atto creativo: scrivere una canzone diventa l’unico modo per «dare un nome» a quell’ombra e trasformare un grido solitario in una forma di liberazione, cercando un «silenzio» che finalmente curi.

    Into the Wild è un finale in fuga. L’immaginario è quasi cinematografico, sospeso tra immersione, rischio e istinto primordiale. L’artista trascina l’ascoltatore in una «gabbia di squali», dove la lotta per la sopravvivenza rivela la natura animale dell’essere umano, ma lo fa con l’intenzione dichiarata di «rinascere». Il brano chiude l’album spalancando una porta: andare via per ritrovare spazio, cercare un luogo che sia proprio, quel «posto mio» che Papi· On individua come necessità primaria, non come capriccio.  Un pezzo che si consuma tra il brivido di cento giorni senza luce e la voglia di toccare il sole. E qui, in questo scenario selvaggio, l’amore diventa un istinto che «porta via», un’ascesa verso un luogo dove «tutto è presente» e dove la volontà di trovare la propria dimensione supera ogni concezione dogmatica del divino.