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  • Eric Mormile pubblica “Gravità Zero”, tra fantascienza urbana e memoria partenopea

    Basta un’assonanza per spostare tutto: Orione, detto in napoletano, diventa ’o rione. Una costellazione che si comporta come un quartiere, e la lingua che fa da cerniera tra l’astronomia e la strada, con la naturalezza di chi sa trasformare un dettaglio fonetico in un varco tra sogno e realtà.

    Gravità Zero”, il nuovo singolo di Eric Mormile, apre il capitolo notturno di “ÆSTHETICA pt. II”: bpm più alti, synth e arpeggiator al posto del piano elettrico, una drum machine più spinta. Il piacere del viaggio, tema già ricorrente nella scrittura del cantautore e musicista partenopeo, si sposta dove la geografia incontra l’astronomia e la città resta visibile solo in lontananza, come un punto fermo. Non è più strada, ma esosfera: la rotta è scritta in napoletano, con un lessico che alterna strada e cielo, quartiere e costellazioni in controluce, e un ritornello che sembra un invito a salire a bordo – «Na crociera pe ll’esosfera, vizio ’e piacere a gravità zero» («Una crociera nell’esosfera, un vizio di piacere a gravità zero»).

    Se “ÆSTHETICA pt. I” era pensata per un tempo diurno, più rilassato e legato ai piaceri della vita, la parte II nasce per il dopo, per il notturno, per una scrittura più incalzante e una spinta sonora più marcata.

    Il testo di questo primo estratto è una piccola galassia a sé stante, tra riferimenti pop e ambiguità “aliena”, che vive su due piani: da una parte l’idea, volutamente fantasiosa, di muoversi nello spazio con facilità; dall’altra, la ricerca di una vita ideale “là fuori”, lontana dalla società terrestre. Mormile cita stelle e costellazioni e fa del napoletano la chiave che porta l’immaginario spaziale dentro una grammatica cittadina, quotidiana, lasciando affiorare, qua e là, allusioni a una natura non del tutto “umana”.

    «Dint’ ’o scuro Polaris indica ’a via» («Nel buio, Polaris indica la strada»)

    «Ncoppe Sirio nun se sente ’a pucundria, ma ’a llà se vede bbuono ’a casa mia» («Su Sirio non si sente la malinconia, ma da lì si vede bene casa mia»)

    «Ccà ncoppo sto quieto, nun turnaraggio areto» («Qui sopra sto tranquillo, non tornerò indietro»)

    La seconda strofa, invece, è un piccolo campo da gioco dichiarato: la citazione dei Police arriva letterale («passiggianno ncopp’ ’a luna comme ’a polizia», richiamo diretto a “Walking on the Moon”).

    Il brano prende forma lo scorso anno: a maggio nasce l’introduzione, inizialmente lasciata in attesa; poi, tra fine estate e inizio autunno, l’idea si completa, testo e arrangiamento cominciano a fissarsi.

    L’immaginario visivo si collega a un luogo reale, concreto, campano. L’intro arriva dopo una visita all’esterno dell’antica Grotta di Seiano, a Bagnoli (NA): da lì in poi la canzone prende direzione, e diventa la traccia d’apertura pensata per “ÆSTHETICA pt. II”, con un piacere diverso rispetto alla parte I: non più solo il benessere, ma l’impulso a spostare il confine, mentale e fisico.

    Sul fronte musicale, il cambio di passo è netto: per questo nuovo capitolo, Eric si allontana dall’estetica Yacht Rock e si avvicina a un pop “da classifica” che lui stesso definisce “MTV Pop”, quello che passava con continuità nell’epoca d’oro del canale.

    Le coordinate di riferimento, citate dall’artista, passano da Rod Stewart, Pat Benatar e Michael Sembello fino a Go West, Kenny Loggins, John Farnham e Phil Collins, con un’area sonora che guarda a Synth Pop, Synthwave e Dance Rock. In pratica: drum machine più aggressiva, synth bass al posto del basso reale e tutte le chitarre incise con un vero Rockman, l’amplificatore ideato negli anni ’80 da Tom Scholz dei Boston, diventato timbro-firma su dischi fondamentali come “Hysteria” dei Def Leppard.

    Dentro la traccia compaiono anche piccoli elementi narrativi di produzione: effetti sonori, e una voce pitchata su un conto alla rovescia prima del solo, resa più grave e robotica.

    La copertina del singolo insiste sul concetto di continuità visiva tra i capitoli: stesso impianto grafico di “ÆSTHETICA pt. I”, con un segno evidente di cambio fase: la luna al posto del sole.

    Il lavoro grafico è firmato dall’artista, e nella cover compaiono due foto originali scattate da Silvana Ferrandino (immagine di Eric) e Sara Di Marzo (cielo stellato) e rielaborate dallo stesso Mormile.

    Le copertine degli anticipi manterranno lo stesso layout, variando di volta in volta i colori di sfondo.

    “Gravità Zero” è accompagnato dal videoclip ufficiale, in cui compare Daniel Martiniello, 10 anni, definito dall’artista “talentuoso e già molto competente sul piano digitale”. La sua presenza funziona come raccordo tra il bambino che sognava lo spazio e l’adulto che, nella storia del brano, sembra diventare quasi una forma di vita extraterrestre.

    Eric appare “quadruplicato” all’inizio e scompare alla fine: un espediente pensato per rafforzare l’ambiguità del testo e i riferimenti alla propria natura “aliena”. Anche per questo video, fondamentale il ruolo di Michele De Angelis di Midea Video, che ha realizzato la parte tecnica più complessa e ha proposto l’idea del bambino come linea di continuità temporale.

    «“Gravità Zero” – dichiara Mormile – anticipa il nuovo corso stilistico del prossimo album. Da tempo volevo scrivere qualcosa di più energico, alzando anche la velocità dei bpm. Dietro l’argomento fantasioso c’è il desiderio di immaginare – e magari vedere, un giorno – una vita lontana dalla Terra, dove ci si possa spostare tra stelle e pianeti con facilità, e forse ricominciare in modo diverso. Anche il video per me conta moltissimo: l’idea del bambino come ponte tra il me di ieri e il me di oggi, e quella “quadruplicazione” iniziale, servono ad enfatizzare il concetto ambiguo testuale tra identità terrena e aliena.»

    In questo viaggio interstellare a trazione partenopea, Eric Mormile non ci chiede di staccare i piedi da terra, ma di guardare il mondo da un’altezza tale da renderlo, finalmente, più leggero. “Gravità Zero” è l’ossigeno sintetico per attraversare quella notte metropolitana che profuma di futuro, dove il rione non è più un confine ma un punto di partenza, una rotta verso l’ignoto; l’unica dimensione in cui la velocità dei bpm può davvero accorciare la distanza tra i vicoli di Bagnoli e le luci di Sirio.

  • La nuova canzone di Nikita è una presa di posizione contro il consenso come misura del valore

    «Ho rischiato di morire,
    ora scelgo la musica per smettere di compiacere»
    – Nikita.

    Il 20 marzo 2026, nel giorno del suo 32esimo compleanno, Nikita, all’anagrafe Nikita Pelizon, pubblica “Son Questa”, il nuovo singolo che si collega in modo diretto al percorso narrativo e musicale iniziato con “Maschere” e sviluppato, negli ultimi mesi, attraverso “Sei Bella Se”, “Angeli e Demoni” e il format social “SmascherAMANDOMI”.

    La poliedrica artista triestina mette nero su bianco una consapevolezza maturata nel tempo e la consegna a una canzone che ruota attorno ad un unico punto: smettere di adattarsi, iniziando a sottrarsi alle attese che arrivano dall’esterno, per interrompere la trattativa continua con lo sguardo degli altri e dichiarare, senza più giustificazioni, la propria essenza.

    Il progetto “SmascherAMANDOMI” nasce ufficialmente il 19 settembre 2025 con l’uscita di “Maschere”, un brano pensato per portare alla luce ciò che viene coperto, deformato, recitato. Poi arriva “Sei Bella Se”, pubblicato l’11 dicembre dello stesso anno, una traccia scritta in uno dei momenti più difficili della sua vita, dopo anni segnati da dolore fisico ed emotivo, pensata per dar voce a tutte le donne che la voce l’hanno persa e anche come gesto di vicinanza verso chi attraversa le feste sentendosi lontano dall’immagine di felicità che il mondo pretende. In seguito, a San Valentino 2026, esce “Angeli e Demoni”, confessione privata diventata canzone, in cui Nikita affronta la questione dell’amore come accoglienza di ogni lato del partner, compresi quelli più complessi, contraddittori e meno presentabili.

    “Son Questa” collega tutte queste traiettorie, ma compie un passo ulteriore, perché non racconta più soltanto le maschere riconosciute negli altri, bensì quelle che l’artista ha individuato in sé stessa nel tempo, assorbendo giudizi, pressioni, pretese, diffamazioni, fraintendimenti e ruoli che finivano per sporcare la percezione di chi fosse davvero. La scrittura, che la accompagna fin dall’infanzia, diventa uno spazio protetto, un luogo in cui quelle stratificazioni iniziano a cadere, una alla volta.

    Questo singolo nasce anche da una svolta biografica, un evento che ha segnato profondamente la vita personale dell’artista. Dopo aver rischiato di morire per un attacco ischemico transitorio (TIA), Nikita lascia Milano, città in cui aveva costruito la sua vita adulta, e torna a Trieste, nella casa dei genitori, dopo dodici anni. È lì, nella sua cameretta, una sera, guardando la luna dal balcone, che prende il telefono e registra sottovoce ciò che sente dentro. Quel piccolo ma decisivo gesto ha segnato il passaggio definitivo dal bisogno di dimostrare qualcosa alla scelta di esserci per come si è. Senza filtri, senza il timore di deludere scegliendo il silenzio e senza più pensare di dover corrispondere ad una direzione pensata e tracciata da altri.

    Dentro “Son Questa” confluiscono anche dieci anni vissuti tra moda e spettacolo, ambienti nei quali Nikita ha misurato da vicino il peso della superficie, delle aspettative sul corpo, della seduzione come linguaggio imposto, delle convenienze, dei compromessi inaccettabili, delle gerarchie opache e di un sistema in cui essere prese sul serio, per una donna, continua spesso a richiedere un prezzo ulteriore. Per questo, nella parte strumentale del brano, la Pelizon ha deciso di collaborare con l’intelligenza artificiale: non come provocazione tecnologica, bensì come scelta pratica di autonomia in un percorso che rifiuta dinamiche sessiste, invasioni di confine e ambiguità che troppe volte hanno accompagnato il lavoro creativo in presenza. Le voci sono state invece registrate da Rilah, professionista scoperto da Nikita su TikTok, con cui la stessa ha trovato in studio un clima di rispetto e precisione.

    Musicalmente, il pezzo si posa su sonorità pop dal forte taglio emozionale, lasciando ampio spazio alla delicatezza del pianoforte, aprendosi a sfumature più malinconiche attraverso il violino e trovando, verso il ritornello, una spinta ritmica affidata all’incursione della batteria, in un equilibrio che alterna la fragilità iniziale alla consapevolezza data dall’esperienza, senza compiacere nessuna delle due.

    “Son Questa” parla di Nikita, ma ad una più attenta analisi allarga il proprio raggio ben oltre la sua storia personale: è il brano di chi, dopo anni passati a rincorrere un’immagine di riuscita riconosciuta dall’esterno, decide di sottrarsi alla logica della scelta subita — quella dei casting e dei reality, ma anche delle relazioni sociali in cui si viene tollerati a condizione di cambiare, dei lavori in cui si è costretti a dimostrare continuamente di meritare un posto, dei contesti in cui si vale solo se si corrisponde a un’aspettativa, di tutti quei “perché dovremmo scegliere te?” — per spostare il baricentro al lato opposto: scegliere e scegliersi.

    Nel testo, Nikita mette in fila alcuni dei punti cruciali che hanno segnato il suo percorso: il rumore assordante di una vita che corre troppo veloce, la pressione dell’immagine sociale, il sospetto rivolto a chi non aderisce ai codici dell’apparenza, la distanza tra chi vive per la fama e chi cerca invece un significato lontano dai riflettori, il fastidio verso una dimensione pubblica in cui tutto sembra dover essere prestazione, strategia o racconto già scritto da altre mani.

    La ripetizione di «Io son questa, questa, questa» durante tutto il corso del brano, è una formula asciutta e assertiva per descrivere cosa rimane quando si smette di rincorrere il consenso altrui e si comincia ad apprezzare il proprio.

    In questa prospettiva, il singolo si inserisce in un tempo in cui la distinzione tra ciò che è reale e ciò che è costruito appare sempre più sottile: filtri che alterano i connotati, immagini generate artificialmente, contenuti sintetici che imitano il vero, modelli di successo sempre più spinti verso la caricatura, sistemi che incentivano esposizione continua, prestazione e disponibilità permanente. Non sorprende, allora, che anche il rapporto con i contenuti e perfino con l’identità sia diventato più instabile e ambiguo. È dentro questo scenario che la frase “io son questa” smette di essere soltanto un’iterazione, un’àncora a cui aggrapparsi nei momenti difficili, per diventare un’attestazione di posizionamento personale, una risposta al caos del mondo, un modo per ricordarsi di sé, della propria unicità, anche e soprattutto in un contesto che tende a sfaldare i contorni.

    La canzone, tuttavia, non chiude il percorso; lo rilancia. Nikita la considera infatti una rinascita ancora in divenire, una forma nuova di sé, più libera dalla pretesa, più vicina al tempo, alla famiglia, agli affetti reali, alla natura, agli animali, a una dimensione di vita meno costruita e meno esposta. Dopo anni di solitudine e di investimento quasi esclusivo nella realizzazione professionale, l’esperienza del limite le ha posto una domanda importante:

    che cosa vale davvero la pena inseguire, e a quale prezzo?

    Il videoclip ufficiale, diretto da Leila Lisjak, è stato girato nella città natale di Nikita, Trieste, insieme alla famiglia e in luoghi che rappresentano la vita che l’artista sta scegliendo oggi. Un ritorno alle origini, ai legami, agli spazi in cui si riconosce una verità quotidiana e non più negoziabile.

    «“Son Questa” – dichiara – nasce nel momento in cui ho capito che non volevo più essere compatibile con ciò che mi faceva male. Per anni ho cercato di farmi prendere sul serio, di portare le mie canzoni nel mondo, di trovare un posto in ambienti che spesso chiedevano di adattarmi, di semplificarmi o di sopportare ciò che per me era inaccettabile. Dopo quello che ho vissuto, nel corpo, nelle relazioni, nel lavoro, ho sentito che non avevo più nulla da dimostrare. Solo da dire. E dirlo, finalmente, con il mio nome, la mia voce e la mia storia.»

    Sul piano live, Nikita sarà special guest il 12 aprile alle ore 20:30 al Teatro di Roiano di Trieste, all’interno dello show “SOLOINSIEME” di Puntino.

  • “Le Tue Ali”, il viaggio tra due mondi nel nuovo brano di Mouez

    Il rischio, quando si parla di pop melodico, è di scivolare nell’ovvio. Ma la storia di Mouez, all’anagrafe Mouez Frejani, ha un sottotesto anomalo: è la storia di un’identità bifronte, tesa tra le due sponde del Mediterraneo, Mazara del Vallo e la Tunisia, e di un sogno tenuto sotto chiave per quindici anni. Un’ambizione confinata in un cassetto che, in questo caso, è rimasto serrato oltre ogni ipotesi di transitorietà. Un’interruzione iniziata nel 2009, quando il suo percorso ad Amici si arresta bruscamente, relegando testi e scrittura a una lunga invisibilità. Quindici anni passati a osservare la discografia accelerare, mentre la propria voce restava in apnea, in quel limbo transfrontaliero che appartiene a chi cresce nello specchio d’acqua che divide e unisce due mondi.

    Oggi quel cassetto si apre per una convergenza inattesa, che colloca il ritorno di Mouez sotto l’egida di Mimmo Paganelli, figura centrale della canzone d’autore italiana (Rino Gaetano, Mia Martini, Vasco Rossi, Mina, Guccini, Tiziano Ferro, Roberto Vecchioni e molti altri), che sceglie di accompagnare un autore di 34 anni rimasto fuori dal mercato per oltre un decennio. Una decisione che va in controtendenza rispetto alle dinamiche dell’industria contemporanea, sempre più spesso fondate sull’urgenza, sulla precocità e sulla visibilità immediata.

    Le Tue Ali”, il suo nuovo singolo, non ha nulla a che vedere con un’operazione di rilancio né rappresenta un riscatto tardivo. Nasce da una telefonata notturna, da una conversazione protratta per ore, e dall’esigenza di scrivere una canzone che potesse sostenere qualcuno nel momento in cui stava cedendo.

    Il brano prende forma in poche ore, assumendo fin dall’origine una funzione precisa. Il centro narrativo è infatti un girasole, fiore tatuato sul braccio della persona a cui la canzone è dedicata. Attorno a quell’immagine Mouez sviluppa una scrittura essenziale, che affida il proprio senso a microscopie riconoscibili, fotogrammi quotidiani. Il sorriso, nel testo, è una legittima difesa, uno strumento di sopravvivenza che non fa sconti al passato.

    «Ho parlato con lei per ore al telefono – racconta Mouez -. Volevo regalarle un motivo per restare a galla. Mi ha raccontato di un girasole che ha tatuato sul braccio, un segno di rinascita che si è portata sulla pelle nei momenti più difficili. Da lì è nato lo special del brano. È una canzone che ho scritto per lei, ma che spero possa essere utile anche a chi ascolta.»

    Nel pezzo, Mouez canta: «Ogni sorriso che doni è un seme che fiorirà nel giardino di girasoli che mai svanirà»; una frase frutto di una constatazione sviluppata nell’esperienza di chi ha imparato a coltivare il valore del ritorno proprio quando tutto sembrava destinato a scomparire.

    La scelta di Paganelli di sostenere questo progetto, in un settore che tende a escludere chi non risponde ai tempi dell’algoritmo, sottolinea che investire su un autore con un percorso irregolare significa rimettere al centro un’idea diversa di maturazione artistica: non la velocità, ma la durata; non l’esposizione precoce, ma la responsabilità della scrittura.

    Culturalmente, il brano dimostra che esiste ancora spazio per una canzone che nasce per accompagnare, non per intercettare una finestra di attenzione.

    “Le Tue Ali” rimette infatti in circolo una possibilità dimenticata, quella che la musica possa tornare a essere una guida, una bussola per chi ha smarrito l’orientamento, senza bisogno di dichiararlo e di erigersi a messaggio.

    Non ci troviamo di fronte alla classica d’amore; piuttosto, a un “intervento d’urgenza” per le persone che amiamo, nato da una telefonata notturna e cristallizzato attorno a un simbolo tatuato sulla pelle.

    Nel tempo in cui il pop sembra aver smarrito la sua funzione sociale, Mouez recupera quella dimensione di “abbraccio virtuale”, portando con sé il peso di provini interrotti e ripartenze faticose, con l’approvazione di un veterano della Canzone Italiana come Mimmo Paganelli.

    Un fallimento trasformato in volo, mediante la pazienza, la determinazione e la capacità di attraversare i momenti bui senza lasciarsi consumare. È qui che l’artista, dopo aver protetto un archivio di parole rimaste silenti dal 2009, decide che è il momento di regalare un paio d’ali ai propri demoni e a quelli di chi lo ascolta.

    Anziché cantare per occupare una posizione in classifica, Mouez canta per occupare uno spazio nel giardino di chi, come la protagonista del brano, ha bisogno di ricordarsi che le nuvole passano, ma noi restiamo qui.

  • “Upside” dei Nexus & Gabry Seth, un’elettronica che vuole far pensare oltre che ballare

    L’elettronica, quando supera il perimetro cinetico della cassa dritta andando oltre l’anestetico da dancefloor, si sporca inevitabilmente le mani con la realtà. Dopo “Love in Time”, riflessione sul tempo come spazio relazionale, i Nexus tornano con “Upside”, un brano che dirotta l’attenzione dalla dimensione esterna a quella interiore.

    Oltre a suonare come una club track dal sapore internazionale, questa release è l’approdo di una convergenza naturale nata tra i corridoi del Tour Music Fest. Qui, tra Bologna e San Marino, l’incontro del duo Alto Vicentino con il producer riccionese Gabry Seth ha innescato una sintonia produttiva che ha permesso di fondere background distanti in un unico, coerente ecosistema di suoni.

    “Upside” ha preso forma da un approccio tanto affascinante quanto impervio: quello della conoscenza di sé attraverso il ribaltamento delle proprie certezze. Il concetto di “Upside Down” descritto dagli artisti coincide con lo smarrimento di chi vede il presente confondersi sistematicamente con il passato. È l’accettazione di un caos dove oggi e ieri si sovrappongono, un sabotaggio delle proprie sicurezze necessario per smettere di fuggire e ritrovare, finalmente, una direzione che sia totalmente propria.

    Per trovarsi davvero, suggerisce il brano, occorre infatti attraversare l’instabilità. Occorre accettare l’inversione di quelle coordinate interiori che definiscono l’equilibrio, osservando le paure che solitamente releghiamo nel cono d’ombra della coscienza. Un viaggio nel sé che gli artisti stessi definiscono “quasi paranormale”, un cammino in cui l’identità emerge in tutta la sua interezza solo dopo aver avuto il coraggio di guardare il proprio abisso.

    La voce di Martina Gaetano (Anyma Blue), autrice e interprete del testo è un’ancora umana, materica, in questa sorta di “catarsi elettronica”. Il richiamo alle «angel’s wings», le ali d’angelo, simboleggia la purezza residuale che si frantuma sotto il peso di una risalita obbligata. La produzione, curata nei minimi dettagli, avvolge le parole in una trama digitale che passa da momenti di divergenza a drop liberatori, rendendo udibile il processo di frammentazione e successiva ricomposizione dell’identità.

    Il brano rompe il cliché della dancefloor-fillers a tutti i costi: qui il suono è progettato per destabilizzare. È sound design applicato alla psiche, dove ogni distorsione e ogni cambio di ritmo servono non solo a far ballare, ma a dare sostanza, una forma fisica, al passaggio tra chi eravamo e chi stiamo diventando.

    I Nexus portano così il loro genere di riferimento fuori dal recinto del disimpegno, perché scelgono di non vendere l’ennesima illusione di onnipotenza da dancefloor. Lontano delle aspettative del mercato, dove l’elettronica mainstream si è ridotta a un rassicurante rumore bianco per distrarre le masse, “Upside” chiede all’ascoltatore di restare nudo di fronte al proprio disordine. Il beat non è più un fine, ma un mezzo, un bisturi che asporta le sovrastrutture di chi ha paura di guardarsi dentro. E il club, automaticamente, da non-luogo di fuga diventa lo spazio in cui si scende a patti con i propri fantasmi.

    Spostare l’asse sul piano dell’introspezione significa dare una nuova dignità intellettuale che il clubbing ha smarrito negli ultimi anni tra algoritmi e drop fotocopia. Nel bel mezzo di un intrattenimento sempre più anestetizzato, i Nexus e Gabry Seth decidono di non essere accomodanti, proponendo un’inversione di rotta in cui l’elettronica torna a essere una vera e propria collisione frontale con la realtà, uno strumento di indagine che incide sulla pelle di chi ascolta.

    «L’“Upside Down”, per come lo intendiamo noi, è quel corto circuito che ti fa perdere la traccia principale. È quando tutto cade a pezzi e devi avere il coraggio di restare in quel disordine per capire chi sei veramente.» – Nexus.

    A sigillare questa narrazione interviene il videoclip ufficiale firmato da Nicholas Baldini e presentato in anteprima su Sky TG24, un lavoro che tronca ogni legame con l’estetica rassicurante del passato. Baldini non si accontenta di illustrare il brano, ma ne amplifica la portata psicologica seguendo il percorso della protagonista — interpretata da Melissa Gadani— in un’estensione visiva di quel viaggio “paranormale” descritto nel testo. Le immagini lavorano in simbiosi con i suoni viscerali della produzione per inglobare l’ascoltatore in un’esperienza di scoperta interiore, trasformando il video in un dispositivo che forza lo sguardo verso la parte più inesplorata della propria coscienza.

    Nato dalla sintonia istintiva tra il duo vicentino e il producer romagnolo, “Upside” è la prova che anche su un dancefloor si può raccontare una deriva personale. Pur consapevole della storia dell’universo elettronico, il brano rivendica un’identità inedita. È l’anticipazione di un panorama possibile in cui la musica dance smette di essere puro intrattenimento e torna a incidere sulla percezione, sulla sensibilità, sull’immaginario di chi ascolta.

  • Emis Killa, Jake La Furia e Camilla Ghini nel laboratorio musicale Free For Music con i detenuti

    Un confronto diretto sul valore del tempo, sugli errori e sulle possibilità di riscrivere il proprio percorso. Sono questi i temi su cui si è sviluppato il terzo appuntamento di Free For Music, il laboratorio musicale promosso e finanziato da Orangle Records con la supervisione socio-educativa di Paolo Piffer, che coinvolge i detenuti della Casa Circondariale Sanquirico di Monza in un progetto di scrittura, produzione e formazione musicale.

    Dopo i primi incontri che nei mesi scorsi hanno portato all’interno dell’istituto artisti come Lazza e Fedez, l’iniziativa è proseguita con un nuovo momento di confronto che ha coinvolto Emis Killa, Jake La Furia e Camilla Ghini – questi ultimi due colleghi a Radio 105, dove insieme a Daniele Battaglia conducono il programma “105 Take Away”, tra le trasmissioni più seguite della fascia pomeridiana.

    Come nei precedenti appuntamenti, la giornata si è articolata in due momenti distinti. In una prima fase, gli ospiti si sono confrontati con un ampio gruppo di detenuti su aspetti che, all’interno di un carcere, assumono un significato ancora più concreto: gli errori, il giudizio sociale, la possibilità di cambiare, il rapporto con il tempo e il senso della libertà quando questa viene sottratta. A seguire, i ragazzi che hanno aderito al laboratorio hanno presentato e fatto ascoltare i propri brani, condividendo il lavoro portato avanti negli ultimi mesi e ricevendo osservazioni, stimoli e consigli.

    La presenza di Camilla Ghini ha portato all’interno del penitenziario uno sguardo diverso, giovane e femminile, particolarmente significativo in un contesto come quello carcerario. Il confronto con una professionista attiva nel mondo dei media ha offerto ai presenti una prospettiva ulteriore sul lavoro, sulla responsabilità personale e sulle possibilità di creare una carriera partendo dalle proprie passioni.

    Tra i temi più discussi è emerso il rapporto tra errori e responsabilità. Durante l’incontro è stato più volte sottolineato come sbagliare faccia parte della vita, ma anche come il reinserimento nella società debba poter diventare un processo effettivo e non solo concettuale. In questo senso, il tempo trascorso in carcere può trasformarsi in uno spazio utile per acquisire e implementare competenze per il futuro.

    Proprio sul valore del tempo si è soffermato Jake La Furia, che ha invitato i detenuti a utilizzarlo nel modo più consapevole possibile:

    «Leggete qualsiasi cosa. Anche libri che all’inizio possono sembrarvi lontani da voi. La lettura apre la mente e può offrirvi idee e prospettive che non immaginate.»

    Alla domanda su cosa serva oggi a un artista per fare successo nella musica, il rapper milanese ha aggiunto un altro elemento chiave:

    «Se fai musica pensando solo al successo hai già perso. La musica deve prima di tutto divertire chi la fa. Quando ti diverti davvero, questa cosa arriva anche a chi ti ascolta. Le persone devono identificarsi in quello che racconti; per questo è fondamentale parlare di quello che conosci, di quello che hai vissuto o che vivi davvero. Se racconti qualcosa che non ti appartiene, la gente se ne accorge subito. La credibilità è fondamentale.»

    Camilla Ghini ha poi richiamato l’attenzione sul valore del sacrificio e della costanza, ricordando come la passione – nella musica come nella radio o in qualsiasi altro ambito professionale – non possa prescindere da disciplina e impegno quotidiano. Un intervento che ha completato il discorso, evidenziando quanto fare ciò che si ama sia prezioso, ma farlo seriamente è ciò che permette di trasformarlo in un lavoro.

    Emis Killa, al suo terzo incontro con i partecipanti al laboratorio, ha evidenziato l’importanza di assumersi la responsabilità delle proprie scelte senza lasciare che gli errori definiscano per sempre una persona:

    «Nella vita tutti sbagliano. La differenza sta in cosa fai dopo. Gli errori non spariscono, ma possono diventare il punto da cui ripartire. L’importante è non smettere di lavorare su sé stessi e non convincersi che la propria storia sia già scritta.»

    Il rapper di Vimercate, soffermandosi sul valore delle seconde possibilità, ha invitato i ragazzi a non considerare mai definitivo il punto in cui si trovano oggi, incoraggiandoli a continuare a lavorare sulle proprie potenzialità.

    Tra le preziose riflessioni emerse, c’è stata anche quella sul rapporto con il denaro. Jake La Furia, Emis Killa e Camilla Ghini hanno sottolineato come i soldi siano uno strumento necessario per sostenere le proprie scelte e realizzare progetti e desideri. Allo stesso tempo, però, non possono diventare l’unica misura delle decisioni o delle aspirazioni personali. Imparare a sviluppare un rapporto sano con il denaro, senza diventarne dipendenti o inseguirlo come unico obiettivo, è una condizione indispensabile per mantenere la propria autonomia.

    Anche in questo terzo appuntamento, la musica è andata ben oltre l’intrattenimento, confermandosi una possibilità concreta di confronto e di espressione, capace di offrire strumenti nuovi per rileggere il proprio percorso.

    Free For Music si prepara ora a una nuova tappa importante. Il 27 marzo 2026 uscirà infatti l’album che raccoglie i brani scritti e interpretati dai detenuti, portando all’esterno il lavoro nato nell’istituto e trasformando l’esperienza del laboratorio in una vera produzione musicale.

    Come sottolineato da Paolo Piffer, responsabile esterno della supervisione socio-educativa, Free For Music affida alla musica un ruolo centrale nel favorire una ricodifica delle storie personali e nello sviluppo di competenze che, oltre alla dimensione formativa, possono aprire anche a prospettive future.

    La realizzazione dell’iniziativa è stata possibile grazie alla collaborazione delle istituzioni e al lavoro dei funzionari giuridico-pedagogici, della coordinatrice dott.ssa Mariana Saccone, della dott.ssa Elena Balia e della dott.ssa Laura Fumagalli, insieme alla Direzione, agli educatori e alla Polizia Penitenziaria della Casa Circondariale Sanquirico di Monza, che hanno seguito ogni fase organizzativa.

    Free For Music è pensato come un percorso continuativo, destinato a proseguire all’interno del carcere di Monza e ad aprirsi progressivamente anche ad altri istituti penitenziari che hanno manifestato interesse, con interlocuzioni e pratiche già avviate.

    Immagini e video sono stati realizzati dalla fotografa Aurora Ingargiola.

  • I Ferrinis raccontano il peso dell’iper-scelta sentimentale in “Luci Viola”

    Milano, vista dall’oblò di un aereo, promette una tregua che dura il tempo di un atterraggio. Le terrazze accese, che dal cielo paiono grumi di luce, alimentano l’illusione di poter fare a meno di quel caos che ci portiamo dentro. Eppure, la distanza fisica non basta a silenziare il collasso di un legame sventrato dall’eccesso. Con il nuovo singolo “Luci Viola” (Ferrinis Records/Ryo Studios), i Ferrinis scelgono di non assecondare la narrazione bidimensionale del cuore spezzato, preferendo parlare di una vertigine: quella di chi scopre che avere tutto può diventare una forma di pressione insostenibile. È il racconto del troppo pieno, di quando non resta più spazio nemmeno per dirsi addio; di chi ha avuto ogni possibilità tra le mani e l’ha vista mutare in cenere.

    «Avevamo tutto, forse è quello che ci ha rovinato», è il verso in cui Maicol e Mattia Ferrini sintetizzano il paradosso della sovrabbondanza, dove la libertà assoluta e le «regole zero» cessano di essere una conquista per diventare il perimetro di una prigione silenziosa, in cui si resta soli, anche in due. Non è un caso che questa impasse sia al centro di diversi studi sulla Generazione Z e sui giovani adulti, che segnalano come l’eccesso di possibilità e l’assenza di confini chiari nelle relazioni aumentino senso di smarrimento, ansia decisionale e difficoltà di decodificare le proprie scelte affettive. È il riflesso di quella che i sociologi definiscono l’era dell’iper-scelta, dove la moltiplicazione delle possibilità e l’assenza di limiti non generano libertà, ma un’ansia da prestazione affettiva che porta alla paralisi.  Una moltiplicazione che inizia a scavare una distanza, rendendo l’intimità una stanza chiusa, dove ci si muove senza incontrarsi davvero e dove ogni parola possibile sembra sbagliata, perché parlare diventa un rischio e il silenzio una forma di accettazione («Non so più se è meglio tacere o tradire»). Il brano evidenzia come l’assenza di regole non ci renda migliori, ma ci isoli, disegnando una zona franca in cui non si litiga, non ci si perde, non ci si trova, e si finisce con il restare più soli che mai.

    Per questo, “Luci Viola” non parla di una fine, ma dell’impossibilità di chiudere davvero. Di quando l’eccesso di vicinanza, di tentativi, di spiegazioni svuota il dialogo e lascia solo due opzioni ugualmente distruttive. Non ferirsi più nell’immediato, lasciando che tutto si spenga lentamente, o continuare a farlo, trasformando ogni tentativo di spiegazione in una nuova ferita.

    Il pezzo vive di contrasti — il sapore amaro del vino delle grandi occasioni, gli occhi truccati di nero che tradiscono la stanchezza, i tramonti ubriachi — affidando alle “Luci Viola” un marchio a fuoco, un’àncora mnemonica che impedisce l’oblio ogni volta che il riflesso di un sabato sera torna a colpire la retina.

    «In questo brano abbiamo voluto isolare il momento esatto in cui la vicinanza smette di alimentare il desiderio e inizia a soffocarlo – dichiarano i Ferrinis -. Spesso la fine di una storia non arriva per assenza di sentimenti, ma perché l’anima brucia in un incendio che non sai più dove e come contenere. Abbiamo scelto Milano perché è una città che ti fa capire di essere piccolo, mentre ti inserisce nel rumore assordante di chi non ha più nulla da dirsi.»

    Musicalmente, il duo romagnolo stabilizza una propria forma di pop d’autore che mastica bit e inquietudini con estrema consapevolezza. La produzione abbandona ogni residuo di spensieratezza per accompagnare l’ascoltatore nella densità di una scrittura che lavora per immagini, intercettando quel disagio che nasce quando il possesso diventa un fardello intollerabile.

    Con “Luci Viola”, accompagnato dal videoclip ufficiale diretto da Samuele Apperti, Maicol e Mattia Ferrini si confermano osservatori attenti di una realtà sentimentale che non ha più bisogno di edulcorazioni. Non cercano rimedi, ma scelgono di focalizzarsi su un sabato sera qualunque, consapevoli che certi ricordi non svaniscono con l’arrivo dell’alba; restano tatuati sotto la pelle, pronti a riaccendersi ogni volta che la luce di un neon taglia il buio, ricordandoci che avere tutto, a volte, è stato il preludio del niente.


  • Una relazione che finisce tra voci, amici e versioni opposte

    «Get out of my head, you and all of your friends» («Fuori dalla mia testa, tu e tutti i tuoi amici»). In “About Me” basta questa frase per capire che non siamo nel territorio delle canzoni che chiedono permesso o comprensione: qui si esce, si chiude, si taglia netto. Takao Wazowsky — quel Marco D’Atanasio che dalle colline umbre ha saputo reinventarsi più volte, passando dal metallo rovente dei Burn It Down alle vibrazioni sincopate dell’elettronica— torna con un brano che non ha la pazienza dei chiarimenti, e infatti non li concede: prende una relazione tossica, il suo teatro di scuse e comparse, e la trascina in mezzo ai sub e alle luci.

    Dopo la malinconia di “Missing You“, stutter house intima, nervosa, capace di far ballare anche il vuoto, l’artista ha attraversato un passaggio chiave con “It’s Raining“, una traccia che, in pochissime settimane, ha iniziato a circolare fuori dall’Italia, ottenendo consistenti passaggi radio su emittenti estere e allargando il raggio d’ascolto in Brasile, Portogallo, Stati Uniti, Nord Europa e Regno Unito. Un segnale chiaro di un linguaggio che funziona anche lontano dal contesto d’origine e che ha permesso a Wazowsky di alzare il passo e cambiare tono: “About Me” è infatti una traccia che non domanda “perché”, ma registra quanto l’importanza che crediamo di avere, in certe storie, sia solo un ruolo assegnato finché conviene.

    Un fenomeno che non rimane circoscritto a un’impressione isolata: Save the Children, alla vigilia di San Valentino, ha fotografato relazioni tra adolescenti dove aggressività e controllo vengono spesso normalizzati: un adolescente su quattro dichiara di essere stato almeno una volta spaventato da atteggiamenti violenti, e più di uno su tre (36%) racconta grida e insulti nella relazione.

    “About Me” si muove dentro questa zona grigia, esaminando il disprezzo, la pazienza spesa invano, la rabbia che nasce quando capisci che l’altro arriva “adesso” e pretende un posto che non si è mai guadagnato. Un veleno che si insinua nell’abitudine a sentirsi sminuiti, controllati, “gestiti” un messaggio alla volta, e che diventa energia da club non per alleggerirsi, ma per prendere una forma che non si può più ignorare.

    Dentro quel «you and all of your friends», infatti, c’è il coro di chi copre, giustifica, riscrive, applaude. La relazione come sistema. E la fine come uscita di sicurezza.

    «Questa canzone rappresenta un momento evolutivo rispetto alle mie precedenti produzioni – dichiara Takao -, perché mi ha aiutato a intraprendere un percorso più personale che comincia a distaccarsi da alcuni personaggi a cui precedentemente avevo fatto riferimento. Il mio messaggio è uno sfogo verso tutte queste situazioni in cui ci si sente importanti per qualcuno, si sente di contare qualcosa ma è tutto falso, e lo racconto tramite la musica.»

    L’artista non si ferma alla lamentela, non costruisce un’autoassoluzione, non cerca la frase furba. Fa una cosa ben più complessa: mette un confine e lo rende suono. La delusione non viene addolcita, viene “messa a tempo”: ritmi elettronici da club, asciutti, compatti, capaci di farsi ascoltare anche quando la sala è piena.

    Le influenze restano riconoscibili — Fred again.., BUNT. — ma qui si sente una mano più autonoma, meno appoggiata, più decisa nel dire: questa volta non sto interpretando nessuno.

    La copertina lavora nello stesso senso: niente glamour da release, ma un’immagine che chiede solo di essere tenuta addosso.

    Dalle origini rock-metal — i Burn It Down, fondati nel 2010 a Spoleto — al debutto elettronico nel 2023 con “T.M.W.”, passando per collaborazioni come “Feel The Ocean” con Valentina Aleo, Takao Wazowsky ha attraversato linguaggi differenti senza perdere l’aspetto più importante: la necessità di farli parlare davvero.

    Ora, con “About Me”, mette un punto fermo nella sua traiettoria: un suono intimo ma deciso, in grado di muoversi con naturalezza tra mainstream e underground senza diventare neutro, e soprattutto in grado di prendere una posizione, come fa chi smette di essere disponibile. La cassa corre, il ritornello torna a bussare con la stessa frase, e ogni ripetizione è un passo indietro in meno, perché non c’è più spazio da concedere, solo distanza da mantenere.

    E quando la distanza è l’unica forma di rispetto rimasta, anche ballare diventa un modo per affermarlo.

  • NDG risponde ai social con una canzone: “Scomparso”

    Dopo il platino di “Panamera”, dopo Amici e dopo una fase in cui la sua assenza è stata raccontata più dagli altri che da lui, NDG torna con un brano che prende di petto proprio l’etichetta che gli è stata cucita addosso negli ultimi anni: quella di essere sparito. Si intitola “Scomparso”, esce il 19 marzo 2026 per Troppo Records, e parte da un’intuizione: trasformare una narrazione subita, amplificata dai social e ridotta a commento in canzone.

    Per un periodo, intorno a NDG si è consolidato un racconto esterno, spesso sbrigativo. C’era chi lo dava per finito, chi riduceva il suo percorso all’eco di una sola hit, chi utilizzava il suono di “Panamera” per accompagnare video e didascalie costruite attorno alla stessa formula: ha fatto una canzone ed è sparito, scomparso. Il suo nuovo singolo nasce esattamente lì, nel punto in cui l’ironia degli altri intercetta una presa di parola.

    Il risultato non è un pezzo autoassolutorio, né il classico brano sul ritorno. L’artista capitolino sceglie una linea più difficile e più interessante: usare sarcasmo, insofferenza e autoironia per raccontare cosa significhi, oggi, essere percepiti come assenti appena si interrompe il flusso dell’esposizione. In “Scomparso” c’è il disagio di chi si sente osservato anche quando prova soltanto a vivere, ci sono i perfetti sconosciuti che fanno domande, il fastidio verso le dinamiche di un ambiente in cui tutto sembra ridursi a convenienza, facciata. Ma soprattutto c’è un verso che sposta l’attenzione da un piano personale a uno più ampio, evidenziando perfettamente il tempo in cui viviamo: «Sono due mesi che non posto e voi pensate che sia morto». Basta quasi quello, da solo, a definire la misura di un presente in cui sparire dai radar digitali viene letto subito come una fine.

    Per NDG, l’umorismo diventa l’arma per scardinare l’ansia da prestazione sociale. Su un crinale sonoro peculiare e identitario, l’artista canta la fierezza di chi non accetta di essere ridotto a un contenuto digitale, rivendicando il diritto di fermarsi, di sbagliare, di non essere “in hype” a tutti i costi. È un testo che porta in superficie la parte meno glamour del circuito: quella in cui l’immagine precede la sostanza e finisce per sostituirla. Quella fatta di rapporti opportunistici, solitudini mascherate da business, in cui l’esposizione non produce appartenenza, ma una sorta di sorveglianza. Quella tipica di un’industria che consuma i volti prima ancora di ascoltare le voci.

    NDG non rivendica una caduta né propone una rinascita ben confezionata. Fa una cosa più sottile: si prende la parola su un’assenza che fino a quel momento era stata raccontata da fuori. E nel farlo sottolinea una questione che riguarda molti più artisti della sua generazione: il peso di un sistema che pretende una continuità insostenibile e che interpreta ogni pausa come un insuccesso. Il brano rovescia proprio questo automatismo, ricordando che fermarsi non equivale a finire e che il tempo sottratto a una vetrina può coincidere, semplicemente, con la vita. Personale, ma anche professionale.

    «Dopo Amici e tutta l’esposizione che ne è seguita – racconta -, ho attraversato una fase di silenzio. In quel periodo mi sono sentito addosso molte aspettative e anche parecchie letture superficiali. C’era chi mi dava per finito, chi parlava di me senza sapere davvero dove fossi o cosa stessi vivendo. A un certo punto ho visto circolare quel trend con “Panamera”, con la gente che scriveva che avevo fatto una canzone e poi ero scomparso. Non mi ha fatto piacere, certo, però mi ha acceso qualcosa. Ho capito che potevo prendere quella frase e ribaltarla. “Scomparso” è nato proprio così, come risposta, ma anche come modo per dire che non c’è niente di sbagliato nel rallentare, nel non essere sempre visibili, nel prendersi il proprio tempo senza sentirsi cancellati.»

    Il videoclip ufficiale che accompagna l’uscita del singolo, segue la medesima linea. NDG compare con una scatola in testa, ricoperta di volantini che segnalano il suo “smarrimento”: un’immagine straniante e immediata al contempo, pensata con il direttore artistico Garfo per dare una forma tangibile all’ansia sociale, al desiderio di nascondersi e alla percezione di essere diventato, agli occhi degli altri, uno che non esiste più. Solo nel finale quella scatola cade. E con lei, anche la versione di sé che gli altri avevano fissato al posto suo. È il momento in cui NDG smette di riconoscersi nella maschera costruita su di lui e torna a parlare in prima persona.

    Con questa release, il cantautore romano classe 2000, fa qualcosa di molto maturo: prende il peso del successo, dell’esposizione e della successiva rarefazione, e lo converte in una scrittura che assorbe il contraccolpo e lo rilancia, un punto di vista finalmente diretto che sostiene il peso della propria storia.

    Ma il comeback di NDG non si esaurisce online: l’artista ha fissato un appuntamento in Piazza del Popolo a Roma per domenica 15 marzo. A partire dalle 16:00, la piazza diventerà il perimetro di un incontro fisico con la propria fanbase, un passaggio necessario per oltrepassare il filtro dello schermo e riprendere il filo di un discorso interrotto, lontano dalle dinamiche puramente digitali.

    “Scomparso” non indica solo che NDG è tornato. Indica, soprattutto, come ha scelto di farlo.

    Non per riprendersi un posto nella classifica dei trend, bensì per parlare al cuore di chi cerca nella musica qualcosa che abbia ancora sostanza. Con “Scomparso”, inaugura il primo tassello di un 2026 che lo vedrà finalmente protagonista del suo primo progetto ufficiale. Il ragazzo di “Panamera” è cresciuto; ha smesso di correre per restare fermo dove ha più senso rimanere: nella propria musica.

  • “Bluesman”: la fine dei miti maledetti e una generazione che non sa più riconoscersi

    Un musicista senza musica, un interprete che ha sostituito il talento con la messa in scena, con l’abitudine a sembrare. A sembrare altro da sé. Poi, tra le valigie svuotate sui letti di un monolocale e i racconti filtrati dal vetro di un taxi, una chitarra resta muta tra le mani di chi la possiede. Da questo fermo immagine affiora “Bluesman” (Daylite/ADA Music Italy), il nuovo singolo della cantautrice olbiese Iside.

    Un diario livido, un racconto tagliente che utilizza il blues non come genere musicale, ma come travestimento identitario. Il bluesman di Iside non è un archetipo romantico né un antieroe gentile o un’icona d’altri tempi; è una figura contemporanea e spaesata che accumula città, corpi e alibi senza mai fermarsi davvero. Racconta la propria vita a un taxi driver «sperando capisca», svuota bagagli in dimore che non sono mai casa, su letti che non riconosce, e confonde sistematicamente il sesso con l’intimità. Ha «le mani di un bluesman», ma le usa per stringere il vuoto di un presente che ha sostituito l’urgenza creativa con la rassicurante piattezza dell’abitudine, consumandole in un quotidiano che non ammette deviazioni, incastrato in un loop svuotato di senso.

    Nel brano si consuma una relazione osservata con distacco: due persone che si sfiorano senza incontrarsi, mattini che iniziano all’alba suonando musica jazz e finiscono senza identità, mentre persino le radici familiari diventano estranee. «Nemmeno i tuoi ormai sanno chi sei», canta Iside, spostando il discorso dal mero rapporto amoroso a una deriva esistenziale più ampia: la perdita di una forma e di una direzione.

    Musicalmente, il pezzo abita la linea di confine tra R&B e Afrobeat, mantenendo un respiro radiofonico ma lasciando alla parola il compito di scuotere, colpire, ferire. La produzione di Kidd Reo sostiene magistralmente il testo, inserendolo in un ambiente sonoro notturno e caldo, in cui ogni dettaglio sembra trarre linfa dal silenzio che segue la mezzanotte.

    Dopo aver attraversato l’immaginario onirico con “Luna Calamita” e il corpo come campo di frizione sociale con “Collana di Perle”, Iside sposta ora lo sguardo sull’altro. Punta l’obiettivo su quella figura maschile fragile e contraddittoria che utilizza il mito dell’artista maledetto per non guardarsi davvero allo specchio. «Ma tu sei un bluesman», ripete, come una constatazione che è al tempo stesso congedo e epifania: non un’accusa, ma la presa d’atto di un naufragio stilistico diventato mestiere, di un ruolo che ha finito per divorare l’attore.

    Iside conferma una scrittura sempre più centrata, capace di usare il pop come linguaggio senza rinunciare alla sensibilità e alla complessità di chi non ha paura di restare in ascolto delle proprie zone d’ombra.

    «Questa canzone nasce dall’osservazione di chi si rifugia in un personaggio per non affrontare la propria realtà — dichiara Iside —. Il Bluesman non è solo chi suona, è chiunque porti addosso il peso di quello che ha perso senza riuscire a dargli un nome. Ho voluto raccontare il momento in cui ci si rende conto che nemmeno chi ci sta accanto sa più chi siamo davvero. È un pezzo che parla di distanze immani percorse restando chiusi in una stanza, tra una sigaretta e una nota jazz che suona all’alba.»

    Il percorso della cantautrice olbiese continua a muoversi su coordinate che evitano scientemente la superficie. Se la Sardegna è stata la culla di un’estetica e di un’espressività fatte di silenzi e spazi larghi, in “Bluesman” Iside dimostra di saper abitare anche l’asfissia delle metropoli, traslando quel senso di isolamento ancestrale all’interno delle dinamiche frenetiche dei nuovi centri creativi. Non si tratta solo di un cambio di ambientazione, ma di un’evoluzione della prospettiva: l’artista smette di essere lo specchio della propria generazione per diventarne la lente d’ingrandimento, capace di mettere a fuoco gli angoli nascosti dietro la ricerca ossessiva di una validazione esterna.

    La collaborazione con Kidd Reo prosegue un sodalizio fondamentale per definire questo nuovo “pop da camera”, dove le influenze globali si piegano a un’esigenza narrativa molto intima, suggestiva e quasi teatrale. La scelta di non cercare il climax facile, preferendo il suono etereo delle note jazz e i ritmi spezzati dell’Afrobeat, sottolinea la volontà di Iside di non assecondare le regole del consumo rapido. La sua è una produzione musicale che chiede attenzione, che impone un tempo di ascolto diverso, trasformando ogni release in un piccolo rifugio dalla dittatura dell’istante.

    Con questo singolo, Iside riconferma un’identità già solida nonostante la giovane età, che non si impone per occupare un posto nel mercato discografico, ma rivendica una statura autoriale che la posiziona come una delle voci più raffinate e meno comprimibili del panorama attuale.

    “Bluesman” è un brano per chi ha deciso di non recitare più una parte, per chi predilige la verità di un angolo buio alla finzione di un palcoscenico ben illuminato. È la chiusura di un cerchio tra l’immagine pubblica e l’urgenza interiore e l’inizio di un nuovo capitolo per un’artista che ha imparato a fare del silenzio il suo suono più potente.

  • Un artista under 25 firma e produce il proprio suono

    Milano, oggi, non è soltanto il centro decisionale dell’industria musicale italiana; è lo spazio in cui le contaminazioni internazionali trovano una forma stabile. “In Down”, il nuovo singolo di Kidd Reo per Starlight Records con distribuzione The Orchard, ne fissa le coordinate produttive. Il brano segna l’avvio di una fase inedita del percorso dell’artista, all’anagrafe Alex Budroni, coincidente con il trasferimento da Olbia al capoluogo lombardo e con una scelta sonora ben precisa: innestare il Brazilian Funk nella scrittura urban-pop italiana, sottraendolo alla dimensione episodica.

    Negli ultimi due anni, il genere nato tra le favelas di Rio e noto anche come Baile Funk e Funk Carioca, è entrato stabilmente nelle playlist urban e pop internazionali, diventando uno dei linguaggi ritmici più ricorrenti nei cataloghi globali, ben oltre i confini sudamericani e la dimensione club. In Italia, tuttavia, ha faticato a tradursi in una scrittura riconoscibile e continuativa, restando spesso confinato a suggestioni isolate. “In Down” si inserisce proprio in questo divario, provando a colmarlo con una proposta che si articola sulla stabilità del suono anziché sull’effetto immediato. Si tratta di uno dei primi tentativi espliciti di traslare il Brazilian Funk in un formato compatibile con il pop nazionale, senza snaturarne l’impianto ritmico.

    Il singolo inaugura inoltre un assetto produttivo che va oltre la logica della singola uscita. È infatti il risultato di una filiera di lavoro ibrida tra la Sardegna e il distretto creativo milanese, sviluppata all’interno del collettivo YVL (Young Vibes Lovers), e ispirata a modelli di produzione collaborativa già adottati da alcune house indipendenti europee e statunitensi. Budroni non opera soltanto come interprete, ma come produttore e coordinatore, seguendo direttamente ogni fase del lavoro, dalla scrittura al mix finale. Un’impostazione ancora poco frequente nel panorama italiano under 25, che sposta l’attenzione dalla singola release alla continuità del progetto, e che Kidd Reo, classe 2003, affronta con la consapevolezza del producer. Scrive e produce da quando aveva undici anni, e questa maturità tecnica si evince nella gestione di un ritmo che non ha bisogno di stratificazioni aggiuntive.

    Il testo del brano aderisce a questa impostazione con una scrittura funzionale alla struttura musicale. La ripetizione di «Questa notte non è in down» agisce come perno del ritornello, rafforzando la scansione ritmica senza assumere un valore simbolico autonomo.

    A rendere la release particolarmente rilevante, però, non è tanto l’uso del Brazilian Funk in sé, né la fusione con sfumature tipicamente R&B, quanto la normalizzazione del genere, che viene trattato come materiale ordinario e non come innesto eccezionale. “In Down” rinuncia infatti all’effetto esotico per lavorare su una sintassi sonora più solida, avvicinando un linguaggio globale a un contesto produttivo locale.

    Questa operazione arriva in un momento in cui anche il mercato tricolore sta iniziando a ridefinire i propri criteri di accesso al pop-radio e alle playlist mainstream, dopo anni di compartimenti stagni tra suono “digitale” e circuito tradizionale. In questo contesto, Kidd Reo opera su una soglia ancora poco battuta: quella dell’utilizzo di un linguaggio nato altrove che non chiede legittimazione, ma si presenta già strutturato per circolare ed essere compreso.

    E lo fa in una Milano che, negli ultimi anni, ha rafforzato il suo consolidamento come principale snodo produttivo della musica urban italiana: studi di registrazione, team creativi e assetti produttivi ibridi hanno trasformato la città in un luogo di convergenza operativa, dove le influenze internazionali vengono metabolizzate prima ancora di essere raccontate. Il trasferimento dell’artista entra in questo polo creativo non come fuga dalla provincia, ma come riallineamento con un ecosistema che oggi orienta le forme del suono.

    «Milano mi ha imposto una disciplina diversa sul suono – racconta -. “In Down” nasce dall’idea di prendere influenze che ascolto da anni e metterle finalmente a sistema. Vengo da zone che stanno là fuori, dove si fanno cose che non vedi, e portare quel battito in un contesto come quello milanese era la direzione che cercavo.»

    Il profilo di Budroni si è strutturato negli anni tra le audizioni di Sanremo Giovani in commissione RAI e la gestione del collettivo YVL, muovendosi lungo quella linea sempre più centrale dell’artista–producer under 25: non interprete che delega la veste sonora, ma autore che ne governa grammatica e ritmo. Una figura ormai stabile nella nuova scena europea, e ancora in fase di definizione nel panorama italiano.

    “In Down”, dunque, non si presenta come un esperimento isolato, ma come un indicatore preciso di un processo in cui la scelta dei codici, dei metodi e dei luoghi di lavoro precede la pubblicazione del singolo. E mostra come una parte dei giovani artisti si stia riorganizzando, allineandosi a dinamiche già consolidate fuori dai confini nazionali.