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  • Gli Psychos accendono i riflettori sulla violenza domestica con “Twisted Youth Freeway”

    «You can stay here and live by my rules or get outta here and try to stay alive» («Puoi restare qui e vivere secondo le mie regole, oppure andartene da qui e cercare di restare vivo»). Non è l’incipit di un thriller psicologico né l’inizio di un film horror, ma l’ultimatum che eviscera l’infanzia e consegna un diciottenne all’asfalto di una libertà pagata a carissimo prezzo. Con “Twisted Youth Freeway”(distr. Corallo Records per Lotus Music Production), gli Psychos di Andy Romi caricano il loro progressive rock di una funzione biologica: la sopravvivenza.

    Mentre il dibattito pubblico sulla violenza domestica continua a infrangersi contro l’omertà delle mura private, il gruppo senese sceglie la strada della narrazione cruda, frontale, dove l’uscita di casa non rappresenta un gesto di ribellione adolescenziale, bensì l’unica strategia per non soccombere.

    Secondo l’ISTAT, una quota significativa delle vittime di violenza domestica subisce i primi episodi in età infantile. È una zona d’ombra poco raccontata, in cui l’abuso non esplode all’improvviso, ma si stratifica nel tempo, normalizzato all’interno del nucleo familiare. Per molti ragazzi e ragazze, il compimento della maggiore età, anziché coincidere con l’ingresso nell’autonomia, corrisponde all’unico margine legale e materiale per allontanarsi.

    Allontanarsi da un teatro di guerra privato, da un carnefice che non ha il volto dell’estraneo, ma quello raggelante di chi dovrebbe garantire protezione. Il perimetro domestico che si fa cella, la figura genitoriale che abdica al proprio ruolo per farsi despota. Ci si sposta perché casa è diventata un campo minato di micro-aggressioni, ricatti emotivi e silenzi punitivi, dove ogni parola è un azzardo e ogni azione è sottoposta al vaglio di un codice di condotta arbitrario e violento. Andarsene, significa dunque sabotare una narrazione tossica che vorrebbe il figlio come proprietà privata, scegliendo l’instabilità della strada e la precarietà dell’incertezza pur di non vedere la propria identità definitivamente polverizzata da chi, tra quelle mura, esercita un dominio psicologico prima ancora che fisico.

    In questa discrepanza tra il sé e il sangue, si innesta la trama stessa del brano. “Twisted Youth Freeway” segna il passaggio forzato dall’infanzia a una giovinezza vissuta in fuga, perché restare è diventato più pericoloso che andare via. Senza protezioni, senza rete, spesso senza una destinazione, la strada diventa l’unica alternativa praticabile a una dimora che ha smesso di essere un luogo sicuro.

    Il testo si snoda su un’architettura hard rock muscolare, figlia di quella scuola anni Settanta che sapeva dare al disagio in un suono ben preciso, tra chitarre e sezione ritmica che accompagnano il racconto senza edulcorarlo, mantenendo un andamento costante, quasi ostinato.

    La partenza notturna, le stazioni ferroviarie alle prime luci dell’alba, il dolore fisico che anestetizza i sensi. Poi, le panchine dei parchi trasformate in trincee e la sensazione costante di essere inseguiti. Sono frammenti che rimandano a una quotidianità poco visibile ma ampiamente documentata: quella dei giovani che, una volta usciti da contesti familiari violenti, attraversano fasi di homeless temporaneo, spostandosi senza una destinazione stabile. “Twisted Youth Freeway” dà ritmo, voce e forma narrativa a questa realtà, in cui la libertà coincide con la distanza da ciò che si è lasciato alle spalle.

    Il refrain — «I won a ticket to ride on the Twisted Youth Freeway» («Ho vinto un biglietto per correre sulla Twisted Youth Freeway – l’autostrada della gioventù deviata») — anziché introdurre una conquista, registra l’ingresso in una condizione irreversibile. Quel “biglietto” non apre a un altrove desiderabile, ma sancisce l’avvio di una latitanza forzata e necessaria. È il resoconto di una giovinezza braccata, in cui l’idea di futuro viene spazzata proprio da chi dovrebbe tutelarlo. E in questo orizzonte mutilato, il diritto di esistere si materializza sottraendosi alle proprie radici, fuggendo da un aguzzino che promette di non fermarsi mai («If you choose to get out of that door, I’ll be chasing you and never stop ‘till I’ll kill you» – «Se scegli di uscire da quella porta ti darò la caccia e non mi fermerò mai finché non ti avrò ucciso»), mentre l’urgenza non è scegliere chi diventare, ma evitare di essere raggiunti.

    Sotto la superficie sonora, la mano di Andy Romi, produttore e anima del progetto, che ha curato ogni dettaglio presso lo Psychotic Studio. La sua esperienza, maturata in decenni di dedizione alla macchina del suono, si traduce in una produzione nitida e stratificata, capace di sorreggere un testo che parla di abusi, dipendenze e identità senza mai scivolare nel pietismo. La precisione tecnica, certificata dai più alti standard industriali, diventa qui lo strumento per dare dignità a un racconto di margine e redenzione.

    «Volevo descrivere quel momento esatto in cui capisci che restare significa morire, non solo metaforicamente – dichiara Andy Romi -. La Twisted Youth Freeway è quel non-luogo dove finisce chi ha dovuto scegliere la strada per difendere il proprio diritto di esistere. È un percorso fatto di ombre, ma è l’unico che porta lontano dalla schiavitù della paura.»

    Gli Psychos intersecano la musica con la realtà sociale più urgente, quella che solitamente resta soffocata tra il perbenismo di facciata e l’indifferenza delle istituzioni. Qui il progressive diventa l’unico linguaggio capace di sostenere l’urto di una verità indigeribile, quella di una casa che da nido si fa macello.

    Oggi, nell’era di narrazioni mitigate, smorzate e lineari, la band senese ha il coraggio di dare un suono a quella zona grigia in cui la famiglia smette di essere protezione per diventare minaccia, rendendo ogni nota e ogni riff la relazione di una latitanza obbligata.

    “Twisted Youth Freeway”, accompagnato dal videoclip ufficiale girato a Roma sotto la direzione di Gina Merulla, con gli attori del gruppo teatrale Teatro Hamlet, è la testimonianza di chi ha preferito l’incertezza del domani alla certezza di un presente violento; un lavoro che riconsegna al rock la sua funzione primaria, quella di essere il grido di chi, pur di restare vivo, ha accettato di sparire dai radar.


  • Dalla disciplina del corpo alla scrittura musicale: Papi· On pubblica il concept album “Euforia”

    Il rumore del mondo non è mai stato così assordante, eppure c’è chi sceglie di sintonizzarsi su una frequenza diversa: quella del proprio battito cardiaco.

    Euphoría, in greco, indica una condizione favorevole. Nel lessico contemporaneo, però, l’euforia è diventata un modo elegante per richiamare l’urgenza, la sovraesposizione, l’idea che spegnersi non sia previsto. O, al contrario, viene spesa come premio, come promessa, come anestetico. Ha assunto la funzione di nome comodo per quello che rincorriamo quando il ritmo ci supera, quando il lavoro invade le ore, quando persino l’amore viene misurato a disponibilità e reattività. Papi· On, artista e personal trainer bergamasco, parte da questa etimologia ormai stravolta per il suo primo album, intitolato proprio “Euforia”, con l’obiettivo di trasformare quell’espressione in materia concreta: energia che spinge e che ha un costo, in termini di sonno che salta, di tempo che stringe, di confini da difendere, e un passaggio che cambia la gerarchia delle cose, la paternità.

    Registrato presso il 1901Studio di Bergamo sotto la direzione tecnica di James & Kleeve e realizzato con il contributo del Nuovo IMAIE, il disco è un concept dal sapore pop rock che lavora sui contrasti: la ruvidità delle chitarre e il motore ritmico sorreggono la voce in un viaggio che è, prima di tutto, una fuga dalla prigionia dell’ordinario. Un album che racconta cosa significa restare “accesi” oggi, tra appetito di vita, cronofobia, intimità da proteggere e un prima/dopo inciso dalla nascita di un figlio.

    Da personal trainer, abituato per mestiere a stare dentro corpo, resistenza, disciplina, Papi· On trasferisce la stessa attenzione nella scrittura e nel suono: sei brani che alternano abrasioni melodiche e aperture più ariose, tra il bisogno di correre e la necessità di proteggere qualcosa e, soprattutto, qualcuno.

    “Euforia” nasce da un’urgenza comunicativa e da un’educazione sentimentale al rock vissuto in casa dell’artista come sottofondo identitario, ascoltato in famiglia per anni, prima ancora di diventare una scelta stilistica. Non un genere, ma un modo di reagire. Da lì prende forma un suono fisico, che alterna riff affilati e testi a presa diretta, con un’immagine centrale che è anche un simbolo grafico: il punto tra Papi e On, dichiarato come spazio di pensiero, equilibrio e privacy.

    Il nome d’arte fa il resto: Papi· On nasce infatti dal diminutivo di “papà” e dialoga con “Papillon”, cioè con l’idea di evasione dalla prigionia della routine. “On” è la condizione permanente. E in quell’interruttore sempre su, “Euforia” trova la sua centratura: non l’esaltazione facile, piuttosto la febbre di chi si muove per non spegnersi.

    Le sei tracce che compongono il disco raccontano una giornata intera, con i suoi picchi e i suoi avvallamenti. Nella scrittura convivono due estremi: l’infanzia di chi, a sei anni, cerca l’infinito in un oratorio, e l’età adulta di chi si ritrova a gestire ansie, insonnia, pensieri ricorsivi.

    In brani come “L’infinito” e “È un segreto”, Papi· On scava nel silenzio per trovarvi un battito cardiaco che sia, finalmente, sincero. Lo fa affrontando la cronofobia, quella “Time Compression” psicologica che studi recenti attribuiscono all’accelerazione tecnologica: oggi riceviamo più stimoli in un’ora di quanto un uomo del secolo scorso ricevesse in una settimana, alimentando un senso di inadeguatezza e la sensazione che il tempo non basti mai per processare la realtà. È la cosiddetta “Follia del Presentismo”, dove schiacciati da notifiche e reperibilità costante non riusciamo più a pianificare il futuro o metabolizzare il passato, lasciando che il tempo scivoli via senza lasciare traccia.

    Questa “ansia temporale”, che secondo i più recenti dati sulla salute mentale (OMS, 2024) colpisce ormai circa il 25% della popolazione, non è solo paura di invecchiare, ma il timore che ogni istante non vissuto in modo memorabile sia un istante sprecato.

    E in questo contesto frenetico, dove i genitori sono spesso ridotti a terminali di una performance lavorativa senza tregua, compressi tra l’incudine della produttività e il martello della reperibilità digitale, Papi· On propone una controtendenza squisitamente umana, basata sulla presenza e sul limite.

    Insegnare ai figli la bellezza della vita non significa mentire loro edulcorandola o nascondendone le ombre, ma dimostrare come si possa «stringere i denti e sopravvivere» senza smettere di correre verso il sole. La sua “Euforia” si rivolge a chi, tra una muta stretta sulla pelle e cento giorni senza luce, sceglie di non abbassare l’interruttore della meraviglia.

    Nell’era che corre per dimenticare, Papi· On corre per ricordare a sé stesso e a sua figlia che il vero traguardo non è il successo di facciata, ma il coraggio di restare accesi. Anche quando fuori piove, anche quando la notte scende a zero gradi.

    A seguire, tracklist e track by track del disco.

    “Euforia” – Tracklist:

    1. Ancora qui
    2. L’infinito
    3. 15 settembre
    4. Io sono euforia
    5. È un segreto
    6. Into the Wild

    “Euforia” – Track by Track:

    Ancora qui. Il disco si apre dove il «silenzio infinito» viene squarciato dal «rumore del cuore». Un’overture di riappropriazione che va oltre la dedica per riconoscere un’àncora di salvezza in un deserto di incertezze e allucinazioni esistenziali. Papi· On ammette che «sarebbe potuto impazzire» senza quella presenza specifica, quella della figlia, lasciando che la voce tremi mentre il cielo «si spegne». È un pezzo che si snoda tra il peso delle «schegge» sottopelle e la leggerezza di un viaggio a piedi nudi sotto le stelle, offrendo una promessa di stabilità che si traduce in un porto sicuro capace di difendere, di fare da scudo contro tutto e tutti.

    L’infinito parla del peso dell’infanzia, dei pensieri precoci, della paura del tempo che scorre, delle domande spirituali («cercavo Dio e mi sono perso»). Ma parla anche una risposta improvvisa, spostata sugli occhi di chi si ama: l’infinito come esperienza, un’esperienza che passa per le mani che si stringono. È il salto liberatorio verso un luogo dove il tempo non esiste più e dove, finalmente, è permesso essere sé stessi.

    15 Settembre. La data che, per l’artista, segna un prima e un dopo. La paternità viene raccontata tra immagini domestiche e vertigini che superano le dimensioni dell’universo: il primo respiro, la sensazione che la vita non sia più solo tua, la paura di non essere all’altezza, il desiderio di proteggere. Un passaggio di testimone dove il timore di un «ciao papà» che sancisce l’autonomia si scioglie nella promessa di non lasciare mai quel «foglio bianco», offrendo una presenza che è, al contempo, scudo e testimonianza di una magia che «esiste davvero».

    Io sono euforia è notte, velocità, cuore esposto, un fuoco che non si spegne. Un’attitudine istintiva, quasi animale, che trasforma il «cuore nudo» in un motore cinetico capace di «correre più forte della vita». Qui l’artista opera un vero e proprio «disinnesco del dolore», trasfigurando ciò che per il mondo è «follia» nella propria, personalissima, «poesia».È il brano che dà il nome al disco e lo sintetizza: essere “ON” come stato naturale, con tutto ciò che comporta.

    È un segreto. L’ossessione, il corpo che non dorme perché «incastrato negli incubi», il respiro controllato, le cose non dette che diventano una maschera necessaria per «ingannare la verità». Qui, il segreto è una «forma di sopravvivenza» che porta con sé lo sforzo logorante di chi «stringe i denti» e adotta un «respiro quadrato, come un soldato» per proteggere gli altri da una verità che «investe come una marea». Questo conflitto interiore, descritto da Papi· On come un «veleno» che scorre sottopelle, trova sfogo solo nell’atto creativo: scrivere una canzone diventa l’unico modo per «dare un nome» a quell’ombra e trasformare un grido solitario in una forma di liberazione, cercando un «silenzio» che finalmente curi.

    Into the Wild è un finale in fuga. L’immaginario è quasi cinematografico, sospeso tra immersione, rischio e istinto primordiale. L’artista trascina l’ascoltatore in una «gabbia di squali», dove la lotta per la sopravvivenza rivela la natura animale dell’essere umano, ma lo fa con l’intenzione dichiarata di «rinascere». Il brano chiude l’album spalancando una porta: andare via per ritrovare spazio, cercare un luogo che sia proprio, quel «posto mio» che Papi· On individua come necessità primaria, non come capriccio.  Un pezzo che si consuma tra il brivido di cento giorni senza luce e la voglia di toccare il sole. E qui, in questo scenario selvaggio, l’amore diventa un istinto che «porta via», un’ascesa verso un luogo dove «tutto è presente» e dove la volontà di trovare la propria dimensione supera ogni concezione dogmatica del divino.

  • Andre KoL trasforma la fine di una storia in un disco pensato come cura

    Post-Rottura 1000 modi per guarire” (Daylite Records), il debut album di Andre KoL, nasce come il primo disco-medicina pensato per il mal d’amore: undici brani, un percorso scandito come una terapia sentimentale, un concept che racconta il tempo che si apre quando una relazione si chiude.

    L’artista piemontese prende i postumi di un cuore infranto e li trasforma in un disco che ne segue gli effetti nel tempo, affidando a ogni traccia uno spazio ben definito che contribuisce a ricomporre, passaggio dopo passaggio, le ricadute, i ritorni e la lenta ripresa.

    La fine di un rapporto, in questo album, non è un episodio da liquidare in poche righe, ma una condizione che altera il sonno, la percezione del tempo, il rapporto con le abitudini, con lo spazio domestico e perfino con l’idea futura di sé.

    La capacità di rimettere insieme la propria vita dopo essere stati lasciati prende forma in una tracklist che segue il decorso di una separazione come se fosse una terapia non clinica, pop, accessibile. Dalla disillusione radicale di “Non ci crederò mai più” al sorriso finto e quasi difensivo di “Come va? Tutto bene!”, dalla dipendenza affettiva di “Un’altra dose di te” fino alla presa di coscienza conclusiva de “La mia parte migliore”, il disco accompagna chi ascolta in un itinerario che non prescrive guarigioni immeditate, ma offre una mappa, una bussola per potersi orientare dentro sé stessi prima ancora che in un mondo che, una volta venuto meno il noi, chiede di essere guardato con occhi nuovi.

    Andre KoL, anziché provare a rassicurare, a dire “passerà”, mostra come fa male mentre passa. La sua scrittura, infatti, insiste su dettagli, immagini, reazioni sproporzionate, pensieri che si ripresentano nei luoghi più ordinari. Il postino che suona quando si spera che a farlo sia l’ex, i pugni al muro, i binari, le finestre aperte per far uscire un odore rimasto in casa, il feed dell’altra persona che continua a vivere anche quando il proprio tempo sembra essersi fermato.

    Musicalmente e concettualmente, “Post-Rottura 1000 modi per guarire” si muove dentro una linea pop contemporanea che non rinuncia alla forma-canzone, al ritornello, alla melodia, alla possibilità che un disco del genere funzioni tanto come ascolto che come specchio per guardarsi finalmente dentro, rimettere insieme i pezzi e ricostruirsi. È anche per questo che il progetto ha una portata trasversale: parla a chi sta vivendo una separazione, a chi ne è appena uscito, a chi non l’ha ancora davvero elaborata, ma si estende anche ad un pubblico più ampio perché intercetta un argomento che riguarda età, contesti e linguaggi differenti, senza restringersi al solo racconto generazionale.

    “Post-Rottura 1000 modi per guarire” è un concept album che parla di separazione senza renderla un pretesto, ma provando ad ordinarne il caos e a farne un luogo in cui riconoscersi, fino a ritrovare sé stessi al di là della fine.

    A seguire, tracklist e track by track del disco.

    “Post-Rottura 1000 modi per guarire” – Tracklist:

    1. Non ci crederò mai più
    2. Come va? Tutto bene!
    3. … Ma per sempre ti amerò
    4. Senza di noi
    5. Un’altra dose di te
    6. Lasciatemi qui
    7. Ricominciare
    8. Ovunque
    9. Morti insieme
    10. La mia parte migliore
    11. Goditi lei

    “Post-Rottura 1000 modi per guarire” – Track by Track:

    “Non ci crederò mai più” è l’inizio del percorso e coincide con la caduta della fiducia. Non è soltanto la fine di una storia, duqnue, ma il crollo dell’idea stessa di eccezione, di quell’illusione che porta a credere che almeno una volta l’amore possa sottrarsi al fallimento. Il brano apre il disco come un trauma iniziale, quasi una sentenza pronunciata a caldo.

    In “Come va? Tutto bene!” il dolore smette di avere una forma composta e si traveste da normalità. Il titolo è già una maschera, mentre il testo mette in fila insonnia, rabbia, irritazione, smarrimento, autocontrollo mancato. È il brano della risposta automatica, della frase che si dice agli altri quando dentro, in realtà, sta cedendo tutto.

    “… Ma per sempre ti amerò” è il pezzo con cui Andre KoL entra nella zona più ambigua del distacco, quella in cui lasciare andare qualcuno non equivale affatto con smettere di amarlo. Il brano lavora sul paradosso di un sentimento che sopravvive anche alla fine e che, proprio per questo, fa ancora più male.

    La separazione si misura negli spazi e nei gesti rimasti senza controparte. La casa, il letto, le finestre, le scale, gli oggetti: tutto continua a esistere, ma ha perso il suo doppio. “Senza di noi” fotografa la concretezza dell’assenza e la rende quasi tattile, come se il distacco avesse lasciato una traccia fisica nell’aria.

    In “Un’altra dose di te” il lessico diventa apertamente dipendente. L’ex relazione viene trattata come una sostanza da cui non ci si riesce a staccare, e il desiderio di un’ultima volta somiglia a una ricaduta annunciata. È uno dei passaggi più espliciti del concept: il mal d’amore come astinenza, come bisogno che si riconosce tossico eppure continua a chiamare.

    “Lasciatemi qui”: dopo il picco della dipendenza arriva la stasi. Non c’è ancora l’esigenza di ripartire, non c’è ancora piena elaborazione, c’è piuttosto il desiderio di restare fermi dentro un ricordo, come se il tempo esterno potesse andare avanti senza trascinare con sé anche chi soffre.

    “Ricominciare” è la prima vera svolta del disco. Non perché la guarigione sia compiuta, ma perché si affaccia finalmente l’idea che una vita, pur malvolentieri, debba rimettersi in moto. Andre KoL racconta quel momento imperfetto in cui si tenta di ripartire senza essere pronti, sapendo che il corpo va avanti più lentamente di quanto gli altri si aspettino.

    In “Ovunque” il ricordo invade ogni cosa: il traffico, le fermate, i vestiti, la spesa, le vittorie, i giorni storti. L’ex diventa una presenza diffusa, quasi una trama invisibile infilata dentro la realtà. Ma nel finale il brano apre una piccola torsione: ciò che oggi viene cercato ovunque, domani potrà essere ritrovato altrove, in nuove case, in nuovi racconti.

    “Morti insieme”: la relazione viene riletta come una guerra finita senza vincitori, ma non senza conseguenze. Il titolo è netto, esplicativo, e racconta la morte simbolica di un “noi” che continua tuttavia a sopravvivere nei ricordi. È una canzone che unisce riconoscenza e impossibilità di cancellazione.

    Ne “La mia parte migliore” Andre KoL smette di interrogare l’assenza e comincia a interrogare sé stesso, i propri errori, ciò che rimane, ciò che si può ancora imparare. La guarigione, qui, non coincide con la rimozione ma con una nuova disposizione del ricordo, meno tossica, più abitabile.

    Il disco si chiude con “Goditi lei”, un finale cambia leggermente fuoco, passando dalla perdita all’impermanenza. Il brano non parla soltanto a chi è stato lasciato, ma a chi ama senza capire che il tempo concesso non è infinito. Dopo dieci brani attraversati dal dolore, dalla ferita dell’abbandono e della separazione, Andre KoL chiude con una frase semplice e severa: ogni cosa passa, e proprio per questo va guardata meglio mentre c’è.

  • I Defector debuttano con un disco che parte dalla pandemia e arriva alla crisi climatica

    Non tutti i dischi d’esordio riescono a far capire subito chi si ha davanti. “Stormy Tales”, il primo album dei Defector, sì. Perché arriva quando un progetto nato durante la pandemia ha ormai superato la forma ancora aperta del tentativo e si presenta per ciò che è diventato: una band, un suono, una scrittura, una direzione abbastanza chiara da sostenere un album intero senza disperdersi. In uscita il 18 aprile 2026 alle ore 22.30, “Stormy Tales” nasce dal passaggio dei Defector da duo a band, ma al di là della crescita interna, rende evidente una ricerca di identità, di estetica e di compattezza musicale che qui trova una forma ben definita. È il lavoro con cui il gruppo esce dall’ipotesi e chiarisce la propria fisionomia artistica.

    Cantato in inglese, lingua che più aderisce alla voce e all’attitude del frontman Stefano Masuelli, “Stormy Tales” parte da esperienze private ma le allarga a un presente fatto di instabilità, rapporti che si incrinano e timori sempre più concreti. Le canzoni assumono così la forma di quei “racconti tempestosi” che danno il titolo al disco: storie brevi, ciascuna con un proprio taglio, ma attraversate dalla stessa aria inquieta. Dentro l’album entrano la pandemia, le guerre, la crisi climatica, la difficoltà di insegnare e soprattutto di ascoltare, i rapporti che si consumano, la sensazione sempre più diffusa che il mondo si sia fatto meno stabile, meno comprensibile, meno affidabile. I Defector prendono questa incertezza contemporanea che entra nelle vite e le modifica, e la fanno agire nei testi, la fanno ricadere sui corpi, sul quotidiano, sui legami affettivi.

    Per la band piemontese, “Stormy Teals” è insieme un inizio, una ribellione al senso di sconfitta e un tentativo di mettere in musica ansie e paure senza aggirarle, attribuendo un significato anche alle pagine più dure e complesse dell’esistenza. Il messaggio principale del concept è quello di non arrendersi all’appiattimento della routine, di non cedere alla bruttezza del mondo, di continuare a cercare ciò che merita di essere difeso, compreso il pianeta su cui viviamo.

    I Defector si affidano al rock, scegliendolo come spazio ancora utile per dire qualcosa di serio sul presente, sulle sue incertezze, sui suoi conflitti civili, sulle sue contraddizioni.

    Non è un caso che il brano da cui tutto comincia sia “Life In Lockdown”, la canzone che ha dato origine al progetto. Il lockdown non compare come un capitolo ormai chiuso, ma come un’esperienza ancora vicina, ancora capace di lasciare traccia sull’oggi e sul domani. La mascherina, la bocca chiusa, i luoghi di sempre diventati improvvisamente estranei, l’amore costretto alla distanza, le piazze vuote, il notiziario continuo, l’idea di un futuro sempre più esitante: tutto in questo brano fa percepire una vita messa in pausa, in cui il tempo passa ma non porta da nessuna parte. Quando il testo insiste su «tomorrow’s just a bet» («domani è solo una scommessa»), esula dalla descrizione del clima di quei mesi per chiamare in causa la percezione che nulla sia davvero garantito, che l’ordinario possa rompersi in qualsiasi momento, che perfino toccarsi possa smettere di essere naturale.

    Da quel nucleo iniziale, il disco, scritto e prodotto da Biagio Concu e Stefano Masuelli, si apre e si sposta su altri fronti dell’attualità. “Please Sit Down”, raccontata dal punto di vista di un docente, entra nel rapporto sempre più insidioso tra insegnanti e studenti senza cadere né nel moralismo né nella caricatura generazionale. C’è la stanchezza concreta delle giornate che partono male, c’è il rumore che copre le parole, c’è la frustrazione di chi sente di avere un compito importante ma di non riuscire più a esercitarlo fino in fondo. Eppure, nonostante la disillusione, il brano tiene viva anche un’altra possibilità: quella di un patto ancora pensabile tra generazioni, quella di una conoscenza che possa restare strumento di libertà, quella di una scuola che non rinunci del tutto al proprio compito. Il verso «Knowledge is the way to freedom», («La conoscenza è la via per la libertà») rappresenta perfettamente l’idea che la scuola possa ancora avere un valore prezioso se non rinuncia alla propria funzione più alta.

    “White Magic”, che a una lettura superficiale potrebbe sembrare l’episodio più lieve dell’album, è in realtà uno dei brani più profondi, perché affronta la questione ambientale partendo da un’immagine: una passeggiata nel parco con il cane, la neve che comincia a cadere, la realtà che improvvisamente cambia aspetto. Il brano prende avvio così, ma ciò che segue va molto oltre. La neve diventa un richiamo, la lingua antica della natura, l’esperienza quasi rituale e l’occasione di contatto con qualcosa che precede e supera il nostro tempo. Poi però il testo si sposta, e in quel passaggio entra la crisi climatica: il marzo troppo caldo, l’aria che sembra avere la febbre, il fiume che si asciuga, la domanda su quando si rivedrà la neve iniziale.

    Ma “Stormy Tales” non guarda solo fuori. Una parte importante della sua struttura arriva da come affronta i rapporti affettivi, senza idealizzarli e senza ridurli a un repertorio di frasi già sentite. “The Real You” mette in musica il momento in cui la persona che si pensava di conoscere si mostra per quella che è davvero, e da lì in poi tutto cambia. L’amore non è più riparo, non è più confidenza, non è più promessa: diventa qualcosa da cui prendere le distanze, qualcosa che obbliga a voltarsi, a dubitare, a difendersi. Il brano accompagna questa scoperta con freddezza crescente, fino a trasformare una figura familiare in una presenza da cui sottrarsi.

    Con “I’m In Love”, invece, i Defector scelgono una strada meno frequente e per questo più interessante: prendono di mira il linguaggio stereotipato di molta canzone d’amore, le sue formule automatiche e già confezionate, il suo eterno lessico di comodo. Il brano ironizza, ma non in modo leggero o gratuito. Non ride dell’amore, ride del modo in cui spesso lo si semplifica, lo si svuota, lo si riduce a esposizione social. Quando il testo mette in fila frasi celebri e ne mostra l’inconsistenza, quando insiste sul fatto che «nothing’s forever» («niente è per sempre») e che l’amore non può essere ridotto a uno schema elementare, il gruppo rifiuta la banalizzazione del sentimento e preferisce la contraddizione, l’ambiguità, la complessità di ciò che non si lascia liquidare con una rima facile.

    Anche “Foul Play” si muove dentro questa zona, ma lo fa da una prospettiva differente. Qui la follia rappresenta la risposta estrema ai piccoli conflitti quotidiani, alle gelosie, ai rapporti guastati, al “gioco sporco” evocato dal titolo, che riguarda tanto le relazioni quanto una parte del clima sociale in cui siamo immersi. Il brano combina disillusione, fine dell’innocenza giovanile e desiderio di liberazione, fino a consegnare alla pioggia la funzione catartica di lavare, portare via, aprire la possibilità di una ripartenza anche a costo della solitudine. In quel «I don’t mind at all if I can be myself» («Non mi dispiace affatto poter essere me stesso») c’è già l’accezione dell’intero pezzo: meglio restare soli che continuare a vivere dentro una deformazione di sé.

    Infine “Simulate”, nato da un incubo, chiude il perimetro del disco con una scena che ha qualcosa del thriller psicologico: la strada, la pioggia, i fari che saltano, i freni che cedono, un volto che appare nello specchietto, il rischio di morire, la necessità di attraversare comunque ciò che fa paura. È una canzone in cui il pericolo si sente in modo fisico, quasi filmico, ma non resta mai pura scena. Sotto c’è il tema della sopravvivenza, del passaggio di qualcosa che poteva distruggere e invece viene superato. «I made it through» («Ce l’ho fatta») torna allora come il punto a cui tutto tende: uscire vivi da certe relazioni, da certe immagini, da certe notti, è già un’enorme vittoria.

    Quello che rende “Stormy Tales” un disco da osservare con attenzione, però, non è solo l’elenco dei temi che affronta, ma il modo in cui questi temi vengono disposti, collegati, fatti risuonare, echeggiare, l’uno nell’altro. La pandemia non resta confinata al suo tempo, la scuola non è un argomento laterale, la crisi climatica non entra come nota di colore o cornice sociale, l’amore non è materiale di repertorio obbligato: tutto finisce dentro lo stesso insieme di domande su come si possa restare svegli, sensibili, vigili, dentro un’epoca che sembra invece volerci rendere assuefatti. In questo senso il titolo del disco è ancora più chiaro: questi sono “racconti tempestosi” non perché inseguano l’enfasi, ma perché nascono da un tempo in cui l’instabilità è diventata condizione diffusa.

    La release dell’album sarà accompagnata da un momento che aggiunge al progetto la dimensione live: il release party in programma il 18 aprile 2026 all’Auditorium “Paradiso” di Grugliasco (TO), in Viale B. Radich 4, con inizio alle 21:00. Alle 22:30, durante il concerto, “Stormy Tales” verrà pubblicato sulle piattaforme digitali, facendo coincidere l’uscita del disco con il suo primo battesimo dal vivo. È una scelta che racconta bene la natura dei Defector: una band che non affida il proprio debutto a una mezzanotte impersonale, ma decide di farlo nascere davanti a un pubblico, nel contesto della performance.

    Sono già online, inoltre, i videoclip ufficiali dei tre singoli “Life In Lockdown”, “White Magic” e “Please Sit Down”, tutti inclusi nell’album, mentre altri videoclip verranno realizzati dopo la release, a conferma della volontà del gruppo di proseguire questo primo capitolo anche sul piano visivo. I video sono firmati da Angelo Parisi e Carlo Peluso per la regia, con video making di Angelo Parisi, Giulia Ramazzina e Marco Vernetto.

    A seguire, tracklist e track by track del disco.

    “Stormy Tales” – Tracklist:

    1. Foul Play
    2. Life In Lockdown
    3. Please Sit Down
    4. White Magic
    5. The Real You
    6. I’m In Love
    7. Simulate

    “Stormy Tales” – Track by Track:

    “Foul Play” apre il disco chiarendo subito che il conflitto non è un dettaglio marginale, ma una costante del racconto. Il “gioco sporco” del titolo riguarda le relazioni avvelenate, le gelosie, i piccoli attriti quotidiani, ma anche una disonestà più ampia che finisce per corrodere fiducia e innocenza. La follia emerge come reazione estrema al soffocamento, mentre la pioggia diventa possibilità di liberazione, tentativo di lavare via ciò che opprime, anche se questo significa mettere in conto la solitudine.

    “Life In Lockdown” è il brano da cui nasce il progetto Defector e resta una delle pagine più incisive del disco. È il racconto di un’umanità sospesa, cristallizzata, costretta a vivere in un mondo immobile in cui ci si può parlare ma non toccare, desiderare ma solo a distanza. Dentro il pezzo c’è la memoria concreta della pandemia, ma soprattutto ciò che quella esperienza ha lasciato: la consapevolezza che abbiamo dato la vita per scontata e che, da un certo momento in poi, il futuro ha smesso di sembrare garantito.

    “Please Sit Down” porta l’album nelle aule scolastiche e guarda alla distanza crescente tra insegnanti e studenti dal punto di vista di chi prova, ogni giorno, a tenere in piedi un’idea di educazione. Ne esce un brano amaro, attraversato da scoraggiamento e caos, ma non del tutto privo di fiducia. Sotto la stanchezza resta la speranza di un incontro possibile tra generazioni e la convinzione che la conoscenza possa ancora orientare.

    “White Magic” parte da un episodio personale e lo lascia crescere fino a trasformarlo in qualcosa di molto più ampio. La neve che cade durante una passeggiata nel parco non è soltanto neve: diventa mistero, richiamo, contatto con una dimensione più antica della nostra. Ma il brano non resta lì. Quando l’inverno finisce troppo presto e il marzo è troppo caldo, il testo lascia entrare il cambiamento climatico e il senso di perdita che lo accompagna. È una canzone sulla meraviglia, ma anche sulla sua precarietà.

    “The Real You” affronta il momento in cui l’illusione affettiva si rompe. La persona che sembrava familiare si rivela altra, estranea, persino minacciosa, e il brano segue con precisione questa presa d’atto dolorosa. Non c’è compiacimento melodrammatico, ma il disagio concreto di una festa in cui ci si sente soli, il vino, la nausea, il desiderio di andarsene, la scoperta che a volte il vero volto dell’altro arriva quando la distanza è già inevitabile.

    “I’m In Love” è la traccia più ironica del lavoro, ma anche una delle più taglienti. Prende di mira i cliché della canzone d’amore, le frasi immortali, le promesse da juke-box, e ne mostra il lato più fragile e convenzionale. Il punto non è negare l’amore, ma rifiutare la sua riduzione a schema, a formula. Per i Defector è una materia troppo contraddittoria, troppo seria, troppo sfuggente per essere consegnata a cliché sentimentali.

    “Simulate” chiude il disco con un incubo che prende la forma di un racconto notturno: la guida sotto la pioggia, i segnali ignorati, i fari che saltano, il volto dell’altra persona che ricompare nello specchietto, il rischio di schiantarsi. È il brano in cui la paura si fa più densa e concreta, ma anche quello in cui emerge con più nettezza l’idea del superamento: attraversare tutto questo, arrivare dall’altra parte, poter dire “I made it through”.

    Per i Defector, “Stormy Tales” non è quindi un esordio nel senso più classico del termine. È il primo passo discografico di una band che ha deciso di prendere sul serio la propria forma e di dirlo con un concept capace di legare vissuto personale, osservazione del presente e scrittura rock in un insieme coerente, riconoscibile, già maturo abbastanza da chiedere attenzione vera. In una scena musicale in cui molte uscite si assomigliano più di quanto dovrebbero, i Defector consegnano un disco che ha una direzione precisa e la mantiene. Fino all’ultima traccia.

  • “Milano Switch” di Side BBS: quando la forma breve incontra una città senza misura

    Milano è una città che vive due vite. Di giorno corre tra uffici, moda e successo. Di notte diventa una giungla di luci al neon, club, eccessi e tentazioni. È proprio in questo switch continuo che nasce “Milano Switch”, il nuovo EP di Side BBS, al secolo Simone De Lucia, per BBS Empire, che racconta il lato oscuro e irresistibile della città che non dorme mai.

    Con cinque tracce in appena otto minuti, l’artista di Solaro (MI) racconta il suo viaggio personale dentro e fuori la città, tra ordine e caos, ambizione e perdizione. Le produzioni hard/dark trap, firmate da Raphael Lanotte in collaborazione con l’ingegnere del suono multiplatino Enrico “Penta” Bulla (già per Tony Boy, Rondodasosa, Glocky, dedde, Mambolosco, Nashley, Slings e Waze RRX), guidano l’ascoltatore in un universo parallelo modellato sulla movida milanese: brillante, sensuale e pericolosa.

    È un EP pensato per il mondo veloce e iperconnesso in cui viviamo: ogni brano è breve, diretto, creato per parlare a chi oggi scopre la musica su TikTok, Reels o YouTube Shorts. Non a caso, uno dei pezzi più simbolici si chiama “Tic Tocq”, gioco di parole che unisce l’app cinese e il celebre Tocqueville, epicentro della nightlife meneghina che Side BBS attraversa nella sua “oscura imperfezione”.

    In una fase in cui l’industria musicale discute sempre più spesso di canzoni accorciate, hook anticipati, brani creati a tavolino per trattenere attenzione nei primi secondi e ascolti sempre più rapidi, “Milano Switch” sceglie di non nascondere questa realtà, di non eluderla, ma di misurarsi con essa. Lo fa senza complessi e, soprattutto, senza svuotare la forma canzone. La durata ridotta delle tracce, infatti, non coincide con una rinuncia alla scrittura o all’immaginario: al contrario, Side BBS lavora per concentrazione, lascia che le immagini arrivino subito, che i riferimenti si imprimano con immediatezza, che i pezzi sembrino quasi lampeggiare come una serie di scene raccolte in una sola notte.

    Inoltre, la compattezza dell’EP, in un mercato in cui molti lavori rischiano di disperdersi in identità sfocate, poco chiare, permette all’artista di scegliere la miniatura. Pochi pezzi, nessuna dispersione, ma un’impronta precisa e definita. Ogni pezzo aggiunge un tassello alla stessa costellazione, contribuendo ad una narrazione che, nella sua brevità, sa essere nitida e precisa.

    Non un gimmick, dunque, ma lo spaccato di un tempo presente che ha mille volti ma un unico tempo da vivere. I mille volti di una generazione che passa dal cantiere al club, dai social alla strada, dal desiderio di stabilità all’attrazione per tutto ciò che è rapido, saturo, istantaneo, talvolta persino autodistruttivo. Nei testi dell’EP convivono infatti lavoro quotidiano, sonno azzerato, denaro che manca o che viene rincorso, sesso, alcol, clubbing, status, ironia, sfrontatezza, blackout, superstizione, egotrip e disincanto.

    La focus track “Nel Prime”, accompagnata dal videoclip ufficiale diretto da Simone “Laci World” Nicolaci, fonde umorismo, autocelebrazione e realtà. Side BBS gioca con la propria immagine, raccontandosi come uno “sciupafemmine” che ha sogni di grandezza, ma sempre con consapevolezza e sarcasmo.

    «Milano – dichiara – è come un enorme club: pensi di scegliere la notte, ma è lei che sceglie te. Quando vieni da fuori, ti senti piccolo. Poi la città ti cattura e non puoi più tornare indietro.»

    Questa dichiarazione ben sintetizza l’asse dell’intero progetto. “Milano Switch” non prova a raccontare il capoluogo lombardo in termini turistici o cartolineschi, né si limita alla fascinazione più prevedibile per il lusso, la moda o la nightlife. Il disco lavora su un’altra linea: quella di una città che promette possibilità e, nello stesso tempo, impone una trasformazione. Chi la attraversa, soprattutto se arriva dalla provincia, misura immediatamente una distanza. Poi comincia a desiderare di colmarla. È lì che avviene lo “switch”, nel momento in cui lo sguardo cambia, il corpo si adatta, il linguaggio si fa più tagliente e il rapporto con il denaro e con le relazioni si sporca di fretta, prestazione, sopravvivenza.

    Dopo gli anni nella scena urban latin e l’exploit del 2018 lo ha reso il primo caso virale italiano su Musical.ly con “Chica Pequeña” – brano capace di totalizzare milioni di ascolti, oltre 80.000 video creati dagli utenti e un picco al n.9 della Viral 50 di Spotify Italia -, Side BBS switcha insieme a questo lavoro, tornando alla trap diretta e senza filtri, raccontando senza retorica la doppia identità di una città che attrae e consuma, affascina e spaventa. È musica che parla a chi la vive e a chi vuole capire cosa si nasconde dietro le luci perfette della capitale economica italiana.

    Perché Milano, oggi, è una delle metropoli più raccontate d’Italia, ma spesso anche una delle più semplificate: da un lato il design, la moda, la finanza e gli eventi internazionali; dall’altro la notte, la movida, i club, le code e la selezione all’ingresso. “Milano Switch” arriva nel mezzo di questi due mondi opposti e complementari, prendendo entrambi gli immaginari e piegandoli in chiave personale. Un ritratto non morale, non sociologico, ma istintivo, vissuto, interno alle contraddizioni di chi frequenta una città che non smette mai di cambiare, dove, tra una fermata di metro e una serata in discoteca, si gioca il sogno e la caduta di un’intera generazione. Una città che sembra chiedere continuamente di essere all’altezza di sé stessa.

    Nel tempo in cui la musica viene spesso interrogata solo attraverso i numeri, la velocità o la potenziale viralità, questo EP prova a porsi, e a porci, una domanda:

    si può parlare il linguaggio di oggi senza appiattirsi su formule prevedibili?

    La risposta che Side BBS consegna traccia dopo traccia è cristallina: sì, a patto di avere un’identità riconoscibile, un punto di vista e il coraggio di stare dentro il proprio tempo senza fingersene esterni.

    A seguire, tracklist e track by track del disco.

    “Milano Switch” – Tracklist:

    1. Moskova
    2. Milano Switch
    3. Nel Prime
    4. Tic Tocq
    5. No Scuse

    “Milano Switch” – Track by Track:

    Moskova apre il concept nel cuore della nightlife milanese, ma lo fa evitando ogni idealizzazione. C’è il conto da guardare appena svegli, con gli euro che scendono uno dopo l’altro; c’è il sonno quasi inesistente; c’è il passaggio immediato dal post-serata al cantiere, con il timbro sul polso destro che riporta tutto a una concretezza ruvida, lontana da qualunque glamour di maniera. È forse il brano che più di tutti rende visibile il doppio binario su cui si muove Side BBS: da una parte il lavoro, la provincia, la realtà materiale; dall’altra la festa, il reggaeton, le donne, il desiderio di trattenere la notte ancora un po’. Milano, qui, è già tutta dentro un conflitto continuo tra fatica e sballo, disciplina e dispersione.

    Milano Switch. La title track è l’epicentro dell’intero progetto. Side BBS racconta il cambiamento che la città produce su chi la guarda arrivando da fuori, o comunque da una distanza iniziale. I grattacieli sembrano irreali, la possibilità di “cambiare strada” appare improvvisamente concreta, la notte apre varchi che il giorno non concede. Ma dentro questa trasformazione si avverte anche un progressivo slittamento: il desiderio di qualcosa di stabile lascia spazio a una dinamica più nervosa, in cui tutto cambia in fretta, comprese le relazioni. Il pezzo lavora bene proprio su questo: Milano non come sfondo di un selfie, ma come direzione che riscrive abitudini, priorità e modo di osservare il mondo.

    Con “Nel Prime” Side BBS porta in scena il proprio personaggio più sfacciato. Il brano ha il passo dell’egotrip, ma non manca una componente ironica che lo rende più tagliente di quanto possa sembrare a un primo ascolto. Dentro ci sono provocazione, vanteria, fantasie sproporzionate, immagini volutamente eccessive, riferimenti pop e una scrittura che usa il paradosso come forma di esposizione. La figura del protagonista si allarga fino a sfiorare la caricatura, e proprio lì acquista efficacia: non perché chieda di essere presa alla lettera, ma perché restituisce bene una certa estetica maschile da club, da status esibito, da perenne autoaffermazione. Il videoclip che accompagna la canzone rafforza ulteriormente questo gioco tra personaggio, realtà e rappresentazione.

    Tic Tocq è probabilmente il brano che più di tutti incrocia in modo esplicito musica, piattaforme e nightlife. Nel titolo convivono infatti l’universo di TikTok e quello del Tocqueville, uno dei luoghi-simbolo della notte milanese. Il testo procede per fotogrammi: corpi, sesso, alcol, caos, corse contro l’alba, ricordi spezzati, luci che restano addosso più delle persone. A un certo punto Milano viene nominata frontalmente, con Corso Como raccontata come un luogo saturo di droga, prostituzione, confusione, e la città intera restituita come spazio in cui il desiderio e la perdita di controllo si sovrappongono. “Tic Tocq” è forse l’episodio più crudo dell’EP, quello che spinge più avanti la componente notturna e compulsiva del progetto.

    La chiusura del lavoro è affidata a “No Scuse”, che sposta il focus sulla fame e sulla ripetizione. È il pezzo dello studio, del “biz”, del pensiero fisso rivolto ai soldi, della richiesta continua di un “bis”, di una corsa che sembra non concludersi mai. Anche qui, però, resta forte il legame con la notte e con una dinamica quasi ciclica: ogni serata viene annunciata come l’ultima, salvo poi essere seguita da un’altra e poi da un’altra ancora. È un finale coerente, perché lascia in sospeso proprio la dinamica più interessante del disco: la sensazione che il meccanismo, una volta entrati dentro, continui a ripetersi fino a diventare stile di vita, abitudine mentale, perfino gabbia.

  • Higetori Furà debutta con un brano che parla di crescita e disorientamento

    Scrivere e cantare d’amore, oggi, rischia spesso di produrre canzoni intercambiabili; più raramente, invece, diventa il punto da cui iniziare a parlare davvero di crescita, disorientamento e passaggio all’età adulta. Ma quando succede, una vicenda privata non riguarda più soltanto due persone e finisce per raccontare una fase della vita più ampia. “You Were By My Side”, il singolo d’esordio di Higetori Furà, è un crossover che non si limita a mescolare linguaggi, ma entra sottopelle: parte da una storia conclusa, da una vicinanza spezzata, da quel passaggio brusco e spesso inspiegabile che trasforma un “noi” in distanza, senza però fermarsi alla superficie della classica storia d’amore giunta al capolinea. La relazione finita, infatti, è soltanto la soglia da cui affiora un’altra narrazione, più sottile e più ampia: quella di chi, scrivendo tra i venticinque e i trent’anni, si trova per la prima volta a misurarsi davvero con la crescita, con le aspettative tradite, con ciò che significa diventare adulti e con la fatica di capire e percorrere il mondo circostante senza più appigli.

    Il titolo stesso, “You Were By My Side” – letteralmente “Eri al mio fianco” -, contiene già il senso del brano: il trauma silenzioso di un’assenza che continua ad agire sul presente. In quei versi attraversati da immagini di corsa, specchi, cicatrici, attrazione e frustrazione, Higetori Furà non porta in musica una sofferenza levigata o romanzata, ma uno stato d’animo irregolare, nervoso, talvolta contraddittorio, che alterna ricordi, rabbia, dipendenza affettiva e istinto di sopravvivenza. Ne risulta una canzone che conserva i segni dell’esperienza e, al contempo, li trasforma in una scrittura compatta, credibile e già riconoscibile nella sua direzione.

    Dal punto di vista puramente musicale, il brano si colloca in un territorio ibrido in cui il rap dialoga con una forte componente nu metal, mentre la lingua inglese contribuisce a rendere il racconto ancora più diretto, quasi confessionale, ma mai chiuso in un intimismo compiaciuto. C’è un attrito costante tra durezza e apertura, tra colpo ritmico e linea emozionale, tra istinto e razionalità. Ed è proprio in questo gioco di contrasti – che finisce con il creare un nuovo equilibrio – che il pezzo trova la sua identità, dando corpo a un dolore ancora vicino senza sacrificare la resa musicale.

    Eppure, ciò che rende questo esordio interessante non è soltanto il modo adulto in cui l’artista racconta la fine di una relazione. È, soprattutto, la consapevolezza con cui lo stesso guarda al suo passato. Higetori Furà riconosce che l’amore, nei suoi primi testi, ha avuto un ruolo decisivo, quasi propulsivo, come una prima benzina creativa nata in una fase ancora acerba del percorso. Allo stesso tempo, ne prende le distanze senza rinnegarlo: sa che quel tema è stato un innesco, ma sente anche che, nel tempo presente, esistono questioni più urgenti da esporre, più aderenti al momento storico e al disordine che attraversa le vite individuali ben oltre la sfera romantica.

    È qui che “You Were By My Side” comincia a funzionare come un varco di passaggio. Perché dentro il brano si avverte già la traiettoria di una scrittura che vuole andare oltre, che usa l’esperienza affettiva come soglia e non come approdo, e che nei lavori successivi intende spostare il baricentro verso altre domande: com’è il mondo intorno a noi? Che cosa produce? Che cosa toglie? Che cosa lascia addosso? E soprattutto:

    quanto pesa diventare adulti in un tempo che sembra consumare tutto in fretta, persino i sentimenti?

    In tal senso, il debutto di Higetori Furà ha un interesse particolare proprio perché non arriva già chiuso in una formula. Al contrario, mostra un artista nel momento in cui sta definendo la propria direzione, lasciando scorgere sia l’origine del proprio percorso sia il desiderio di allargarne il raggio. “You Were By My Side” è dunque un primo tassello che ha il merito di restare fedele alla propria matrice senza esaurirsi in essa: dentro c’è una relazione finita, certo, ma c’è anche il soqquadro più grande di una generazione che si scopre fragile mentre prova a sostenere il passaggio verso una nuova età della vita.

    Il progetto di Higetori Furà nasce nel 2019, dopo una notte insonne in Spagna, quando un momento di riflessione si traduce nel primo tentativo di scrivere testi. Da quel passo iniziale, nato in forma quasi poetica, prende il via un percorso che si sposta progressivamente verso il rap e l’alternative rock, senza perdere però il richiamo della melodia e una forte attenzione alla componente emotiva. La musica, del resto, ha sempre occupato uno spazio centrale nella formazione dell’artista: dai Linkin Park ai Kasabian, da Santana a Bob Marley, fino a Stromae, all’elettronica, alla musica classica del Boléro di Ravel, e poi ancora a figure come Juice WRLD, Lil Peep, Rod Wave, XXXTentacion, Kanye West ed Eminem, che hanno contribuito a orientarne l’approccio alla scrittura e alla forma-canzone.

    Anche lo pseudonimo Higetori Furà racconta molto di questa identità in movimento. Nato da un rapporto personale con la lingua giapponese, il moniker traduce liberamente e in maniera giocosa il cognome dell’artista, lasciando spazio a un’ironia consapevole e a un immaginario culturale che guarda anche all’universo di Akira Toriyama e di Dragon Ball. Non si tratta di una citazione fine a sé stessa, ma di un indizio ulteriore: la volontà di fondere serietà espressiva e leggerezza mentale, introspezione e distanza critica, senza irrigidire il proprio racconto in un’immagine univoca.

    Con “You Were By My Side”, Higetori Furà consegna dunque il primo capitolo di un cammino ancora in divenire, ma già leggibile nei suoi nuclei principali: una scrittura nata dall’esperienza, un impianto sonoro che intreccia incastri e melodie, e soprattutto un’inclinazione crescente verso temi che eccedono il perimetro della delusione sentimentale per toccare la crescita, il disagio, l’identità e il rapporto con il tempo presente.

    «“You Were By My Side” – dichiara l’artista – è la prima canzone del mio progetto, ed è nata da una storia finita, da quella sensazione straniante per cui si può essere stati vicinissimi a qualcuno e ritrovarsi poi a un divario che sembra impossibile da colmare. Ho scritto molto partendo da questo, anche perché nella mia vita ho avuto davanti un esempio d’amore saldo, quello dei miei genitori, e proprio per questo mi faceva soffrire l’idea di non riuscire a vivere qualcosa di simile in prima persona. Oggi sento il bisogno di parlare anche d’altro, perché credo che le questioni più forti che attraversano una persona vadano oltre il dolore romantico. Però non rinnego questo brano, anzi: è stato uno dei punti di partenza del mio cammino musicale e resta uno dei pezzi a cui sono più legato, anche per come è riuscito musicalmente. Nelle canzoni che sto scrivendo ora cerco di allargare lo sguardo, di raccontare anche le paure della crescita, il rapporto con gli altri e il modo in cui guardo il mondo attorno a me.»

    “You Were By My Side”, accompagnato dal videoclip ufficiale girato al Teatro Belloni di Barlassina (MB), sotto la direzione di Chiara Bettiga, segna l’avvio di un percorso che parte dal vissuto senza rimanerne prigioniero, convertendo una fine in un punto di osservazione più ampio sul tempo della crescita e sul modo in cui ci si misura con sé stessi, con gli altri e con ciò che rimane quando un legame si interrompe.


  • Un album nato in detenzione porta il reinserimento oltre le dichiarazioni

    Nelle carceri italiane il silenzio non coincide solo con l’assenza di suono, ma con tutto ciò che la detenzione, col tempo, comprime, interrompe e finisce per relegare in secondo piano: il ruolo sociale, la possibilità di essere riconosciuti per qualcosa che non sia soltanto l’errore commesso, l’identità stessa. Una sottrazione che segna la differenza sostanziale tra parlare di reinserimento e mettere qualcuno nelle condizioni di lasciare una traccia concreta. “Free For Music Vol. 1” nasce da questa differenza: all’interno della Casa Circondariale Sanquirico di Monza, dove il laboratorio musicale promosso e finanziato da Orangle Records con la supervisione socio-educativa di Paolo Piffer arriva oggi ad un esito compiuto: un disco.

    L’album, disponibile tutte le piattaforme digitali, è stato presentato in anteprima nel corso di una conferenza stampa — la prima in Italia ammessa all’interno di un penitenziario — e raccoglie sei brani scritti e interpretati dai detenuti che hanno partecipato al laboratorio, trasformando un’attività nata entro il perimetro del carcere in una pubblicazione vera e propria, con titoli, crediti, autori, compositori, interpreti e una destinazione chiara all’interno del mercato discografico.

    “Free For Music Vol. 1” rappresenta, almeno per questa prima fase, il punto di approdo di un lavoro cominciato mesi fa all’interno dell’istituto e sviluppato con continuità, metodo e una chiara direzione educativa: fornire ai partecipanti competenze concrete, strumenti espressivi e uno spazio in cui rielaborare rabbia e vissuti personali complessi in una forma diversa, non distruttiva, non violenta e orientata, con disciplina, alla scrittura e alla musica.

    Gli incontri con Lazza, Fedez, Jake La Furia e Camilla Ghini — con Emis Killa presente in ognuno degli appuntamenti —, sono stati momenti diversi, ma guidati dalla stessa intenzione; quella di rendere la musica un mezzo di confronto, assunzione di responsabilità, rielaborazione individuale e acquisizione di abilità spendibili anche oltre il periodo detentivo.

    In un sistema penitenziario in cui i percorsi formativi devono spesso misurarsi con limiti strutturali, tempi burocratici, autorizzazioni e margini operativi ridotti, portare un laboratorio interno fino alla soglia del mercato discografico significa spostare il baricentro dalla semplice attività al risultato, dall’intenzione all’esistenza di un prodotto culturale compiuto.

    Già nei mesi scorsi Free For Music si era distinto per la volontà di non lasciare i brani chiusi nelle celle o nelle sale del laboratorio, ma di portarli fuori, metterli in circolazione, assegnare loro un’effettiva possibilità di ascolto. Con “Free For Music Vol. 1”, quell’opportunità prende vita.

    L’uscita del disco conferma, del resto, la natura del progetto fin dal suo avvio. Free For Music non è nato come una visita occasionale di artisti all’interno del carcere, né come un’iniziativa pensata per il solo valore testimoniale. Fin dal primo appuntamento, il laboratorio si è posto il problema di come trasformare l’arte in competenza, in un linguaggio capace di fondere espressione individuale, lavoro e possibilità futura.

    Quando Lazza ed Emis Killa sono entrati per la prima volta a San Quirico, l’essenza dell’incontro non era la straordinarietà della loro presenza, ma l’ascolto dei brani, il poter parlare di mestiere, la condivisione di errori, pressioni, scelte, occasioni colte o mancate. Più avanti, con Fedez, il confronto si è allargato ai temi della libertà, della responsabilità, dell’influenza della musica sulle nuove generazioni, del rapporto tra espressione e conseguenze. Con il terzo appuntamento, il discorso si è ulteriormente approfondito, toccando il valore del tempo, la possibilità di cambiare, il significato del reinserimento e il rapporto tra credibilità, disciplina e lavoro.

    È la stratificazione di questi confronti a suggerire che il reinserimento non può restare un enunciato di principio, ma deve passare anche dalla creazione di strumenti, competenze e occasioni che permettano ai detenuti, a fine pena, di non portare con sé soltanto il marchio dell’errore.

    “Free For Music Vol. 1” raccoglie sei tracce, ciascuna legata a una voce, a una scrittura e a un messaggio distinto:

     Tracklist:

    1. “Amor Verdadero” – Ezequiel
    2. “Amore Paranoia” – Reda
    3. “Provenienza” – Cuba
    4. “Hey My Girl” – Mappa
    5. “Billete Falso” – Yandre
    6. “Tuta Arsenal” – Falco Cash

    Bastano i titoli a far percepire provenienze, lessici, urgenze e immaginari differenti. Dall’album affiorano i sentimenti, filtrati dalla distanza e dal senso di colpa, il denaro, l’appartenenza, l’errore, le radici e il modo in cui ciascun partecipante prova a guardare al futuro senza lo stigma del proprio passato. Una pluralità di voci, sguardi e vissuti che, per una volta, non raccontano la detenzione da chi la osserva dall’esterno, ma portano con sé individualità diverse che nella scrittura e nella musica hanno trovato non solo un unico codice espressivo, ma un modo per arginare quel silenzio, quel vuoto, che la detenzione finisce spesso per scavare attorno all’identità e all’idea stessa di futuro.

    “Free For Music Vol. 1” non è una parentesi filantropica, ma una prova tangibile, udibile e pubblica depositata fuori dalle mura. È la conferma che in alcuni luoghi scrivere una canzone non è un modo per passare il tempo, ma l’affermazione del diritto di riprendere la parola e rientrare nel mondo da un punto diverso rispetto a quello in cui si era interrotto tutto.

    La realizzazione dell’album e dell’intera iniziativa è stata possibile grazie alla collaborazione delle istituzioni e al lavoro dei funzionari giuridico-pedagogici, della coordinatrice dott.ssa Mariana Saccone, della dott.ssa Elena Balia e della dott.ssa Laura Fumagalli, insieme alla Direzione, agli educatori e alla Polizia Penitenziaria della Casa Circondariale Sanquirico di Monza, che hanno seguito ogni fase organizzativa.

    Free For Music è pensato come un percorso continuativo, destinato a proseguire all’interno del carcere di Monza e ad aprirsi progressivamente anche ad altri istituti penitenziari che hanno manifestato interesse, con interlocuzioni e pratiche già avviate.

    Immagini e video sono stati realizzati dalla fotografa Aurora Ingargiola.

  • “Vivo Adesso”: i Crushed Fingers tra eccesso, smarrimento e pressione sociale

    La notte che brucia tra le luci al neon, il freddo del marciapiede che riporta il senso del tatto, il controllo che si sgretola per lasciare spazio a un brivido di vita. Un impatto contro il vetro smerigliato della routine che racconta la necessità fisiologica di evadere dal grigiore di giorni tutti uguali e dalla pressione mentale che questa monotonia comporta. “Vivo Adesso” (Daylite), il nuovo singolo dei Crushed Fingers è un muro di suono che frantuma l’asfissia del dover essere: il corpo dice basta e il cervello deve seguirlo.

    Un pezzo che non lascia spazio né all’apologia dello sballo né alla morale della redenzione, un’immersione a testa bassa in quella zona di decompressione dove il blackout resta l’unico strumento di negoziazione per non farsi mangiare vivi dalle aspettative. La band bergamasca sceglie di coprire il vuoto sordo e granulare di una provincia che esige performance costanti per poi restituire solo cenere, e lo fa in una cornice hard rock che guarda Oltreoceano ma si ancora saldamente a un disagio ben riconoscibile anche nel nostro Paese.

    Più che la semplice voglia di scomparire per qualche ora, “Vivo Adesso” mette infatti in musica un concetto che in ambito filosofico e culturale è stato definito depensamento, vale a dire una sospensione del pensiero razionale, conforme e produttivo, un allentamento volontario dei modelli imposti, della pressione a restare sempre presenti, efficienti, decifrabili. Non si tratta di una fuga nichilista, quanto piuttosto di una reazione fisiologica a un paesaggio sociale percepito come una sequenza ininterrotta di obblighi e grigiore.

    È una condizione che riguarda soprattutto i più giovani, esposti più di altri a una richiesta continua di prestazione, visibilità e reperibilità. I più recenti dati sul benessere psicologico dei 14-19enni, mostrano un tracollo dell’indice di salute mentale, a cui si aggiunge un confronto educativo e sociale in cui continua a imporsi il tema del sovraccarico digitale e della necessità di trovare forme reali, per quanto brutali, di disconnessione. È qui che il brano smette di raccontare una notte e comincia a parlare di chi, per tornare ad avvertire qualcosa, finisce per spingersi verso il limite («Voglio solo stare bene e faccio del mio peggio»).

    Per comprendere appieno l’accezione del pezzo, è necessario partire dalla sua genesi: “Vivo Adesso” nasce infatti il giorno dopo una serata vissuta fino allo sfinimento, quando la band ha deciso di trasformare quell’esperienza in materia espressiva. Il risultato è un lavoro che conserva il caos febbrile della notte e, insieme, ciò che affiora quando l’euforia si spegne: il vuoto, lo smarrimento, il crollo: «E crollo sull’asfalto ora che tutto è spento, riverso ogni sbaglio che ho commesso».

    Quello che rimane, quando si spengono le luci, è il peso di ciò che non si riesce a sostenere da sobri, da soli, da fermi. “Vivo Adesso” racconta una valvola di sfogo, certo, ma lascia emergere anche il contesto che la rende necessaria: una quotidianità percepita come ripetitiva, opaca, soffocante.

    «Colpa della mia città, è solo grigio e noia. Perdere lucidità mi fa tornare voglia» è forse il passaggio che definisce meglio l’orizzonte del brano. La città, più che luogo geografico, diventa uno stato d’animo; la perdita di controllo, un tentativo di riaccendere la sensibilità.

    «Abbiamo scritto questa canzone senza cercare alibi – dichiarano i Crushed Fingers -. Ci interessava fissare una sensazione, quella in cui sai che stai esagerando, ma senti anche che, per qualche ora, è l’unico modo che hai trovato per zittire tutto il resto. “Vivo Adesso” nasce da una notte vera e dal giorno dopo che si porta dietro. Non volevamo abbellire niente. Volevamo lasciare dentro il frastuono, la confusione, la stanchezza, perché è lì che spesso una generazione prova a capire se è ancora capace di sentire qualcosa.»

    La band, nata a Bergamo nel 2019, ha costruito il proprio profilo dentro l’underground lombardo attraverso un linguaggio che sintetizza energia e attitudine alternativa. Dopo il primo lavoro omonimo e i singoli “Dita Rotte” e “Scelte”, con questa nuova release conferma una direzione stilistica che non cerca di piacere a tutti i costi, ma la collisione con il reale.

    I Crushed Fingers portano in forma canzone una domanda che va ben oltre il lessico della notte: quanto deve diventare grigia la vita, perché l’eccesso cominci a sembrare l’unica via d’uscita?

  • La dignità oltre la recita sociale: tra l’eredità dei sacrifici e la pressione del presente, Melamanouche racconta il crollo delle apparenze in “L’apparecchio del Carnevale”

    Durante la pandemia, mentre il Paese faceva i conti con attività chiuse, famiglie in difficoltà e un senso sempre più diffuso di smarrimento, Melamanouche ha iniziato a scrivere “L’apparecchio del Carnevale”, un brano sulla recita sociale, sul denaro che non basta, sui sacrifici dei genitori e sul rischio di perdere la propria identità per restare imprigionati dentro a un ruolo.

    Il brano nasce da lì, ma non resta chiuso in quel tempo. Porta dentro la fatica di tenere in piedi un’apparenza accettabile quando la realtà si restringe, il bisogno di mostrarsi forti mentre sottopelle passano paura, rinunce, stanchezza e conti da far tornare. Il carnevale del titolo non coincide affatto con la festa, bensì con il suo apparato, con tutto ciò che impone di restare in scena anche quando non ci sarebbe più nulla da esibire.

    «Le lenzuola sono ancora di seta e le scarpe di pelle mia vera» canta l’artista milanese, descrivendo in poche ma miratissime parole una compostezza che resiste, una facciata che non vuole cedere, il tentativo di salvare il visibile mentre il resto si assottiglia. Dentro questa immagine c’è anche il lavoro silenzioso di molti genitori, la loro ostinazione a difendere per i figli uno spazio di possibilità perfino nei momenti peggiori. E lì, in quella tenacia quotidiana, il brano riconosce come unico valore autentico quello di continuare a lottare per il proprio bambino interiore o per i propri figli reali.

    Il testo tocca poi un altro punto delicato del presente: «Se sui social sei un’altra persona, non cercare di viverla ancora» è il verso che porta il discorso nel momento in cui l’identità esibita chiede continuità e la rappresentazione finisce per occupare anche ciò che dovrebbe restare privato, lontano dalla pubblica esposizione. In questo senso, il carro del Carnevale diventa davvero un ingranaggio di pensieri e azioni che tengono in piedi un mondo apparente, levigato, brillante, eppure molto meno solido di quanto voglia sembrare.

    È anche in questo passaggio che il pezzo smette di essere soltanto racconto individuale per farsi ritratto di costume. La pressione a costruire una versione spendibile di sé, a mantenerla credibile e continua, è infatti una delle richieste più pervasive del presente. Melamanouche la coglie senza attenuarne l’asprezza e la riporta dentro una scrittura che, pur dialogando con il teatro da cui proviene, finisce per immortalare una questione pienamente contemporanea.

    «Tutta la vita sentiamo il dovere di continuare a mostrarci felici, forti, disinibiti, perfetti – dichiara l’artista -, ma la vera forza è un passaggio di testimone tra noi stessi e la nostra anima. L’unico modo per non impazzire è accettare i nostri limiti e le nostre ombre.»

    La riflessione si fa ancora più dura nel finale: «Se i quattrini guadagnati in un mese non basteranno per il materiale, sarà il mio corpo a sostituire l’apparecchio del Carnevale». Qui la canzone si stringe attorno alla sua dimensione più aspra: quando il denaro non basta, resta il corpo. E resta come ultima risorsa, ultimo sacrificio, ultimo spazio su cui far ricadere il peso di ciò che deve andare avanti a funzionare. A quel punto, continuare a fingere anche quando tutto crolla può voler dire smarrire la propria identità, fino a non distinguere più ciò che si è da ciò che si continua a mettere in scena; tuttavia smettere non appare un’opzione, perché il prezzo rischia di gravare su tutto il resto.

    Dentro questa materia entra anche la storia personale dell’artista. Melamanouche riconosce nel brano il rapporto con i propri genitori, la loro emigrazione dal Sud, il racconto di una madre bambina che trasportava bidoni del latte al mattino. Da qui prende forma anche l’immaginario visivo che accompagna la release: una fotografia della mamma da piccola, raccolta e osservata come una traccia concreta di ciò che è stato e di ciò che, da quei sacrifici, è diventato possibile.

    «Mia madre mi ha raccontato dei bidoni del latte trasportati al mattino quando era ancora piccola – prosegue Melamanouche -, per questo ho scelto di accompagnare la traccia con una cover in cui guardo una sua foto da bambina, perché guardandola capisco quanto la mia infanzia sia stata diversa e quanto, i suoi sacrifici, mi abbiano aiutata a realizzarmi come donna e come artista.»

    Anche sul piano musicale, “L’apparecchio del Carnevale” sceglie una direzione precisa: una ritmica vicina alla rumba, con rimandi al flamenco e al jazz manouche, cifra distintiva dell’artista, al servizio di una scrittura che si prende il tempo del racconto e lascia spazio al peso delle parole. La produzione musicale è firmata da Gabriel Otoya, mentre il suono si completa con la chitarra solista di Federico Bertolasi, il contrabbasso di Raffaele Romano e le percussioni di Davide Borgonovo. L’immaginario visivo porta invece la firma del fotografo Ernesto Casareto.

    Il risultato è una canzone che tiene insieme famiglia, pressione sociale, identità pubblica e bisogno di verità, portando con sé il desiderio di fermare la giostra dell’appagamento superficiale e della finzione con sé stessi e con gli altri.

    Più che una semplice presa di posizione, “L’apparecchio del Carnevale” lascia addosso una domanda difficile da eludere:

    quanto costa, ogni giorno, restare all’altezza dell’immagine che il mondo chiede di tenere in piedi?

    I prossimi appuntamenti live di Melamanouche verranno comunicati sui suoi canali social.

  • “Severus e Lily”: Lara Serrano porta nel pop una delle figure più controverse di Harry Potter

    Tra le pieghe di una contemporaneità che ha frettolosamente declassato la dedizione a debolezza, c’è ancora spazio per la capacità di persistere? Nel contesto relazionale attuale, dominato da algoritmi di prossimità e dalla saturazione dell’offerta affettiva, quella che Eva Illouz definisce l’architettura della scelta, saper rimanere fedeli al proprio cuore appare quasi anacronistico. Eppure, è proprio da questa tenace risolutezza che Lara Serrano ci invita a ripartire con il suo nuovo singolo, “Severus e Lily“.

    Dichiaratamente ispirato alla saga di J.K. Rowling, il brano non vuol essere un espediente per intercettare il fandom, né una citazione pop fine a sé stessa. Al contrario, la figura di Severus Piton viene spogliata dell’armatura fantasy per diventare il simbolo di un sentimento che non ha bisogno di reciprocità immediata per giustificare la propria esistenza. È l’amore che, come canta l’artista, non costringe a vivere in punta di piedi, ma offre la possibilità, sempre più difficile da incontrare, di essere accettati senza doversi rimpicciolire, un terreno solido su cui poggiare anche i propri fallimenti.

    Lara, una delle penne più interessanti del nuovo cantautorato ligure, elegge la protezione a valore assoluto. In un tempo che spesso esaspera l’individualismo o il risentimento post-rottura, la cantautrice ligure sceglie la strada della cura verso l’altro, anche quando questi è rivolto altrove.

    «Siamo come i vinili, come Severus e Lily», canta, tracciando un parallelo tra la persistenza del supporto analogico e quella di un legame che sfida l’usura. Il vinile, proprio come il sentimento descritto, richiede attenzione, non sopporta la fretta e possiede una matericità che ne costituisce il pregio. La scrittura di Serrano si conferma capace di evocare immagini familiari e facilmente riconoscibili (un bar, uno striscione allo stadio, il mare di Genova) per ancorare a terra un concetto altrimenti astratto. Il suo è un pop che guarda alla scuola genovese più nobile, quella che non ha paura di indugiare nei chiaroscuri, quella che sceglie di non rifugiarsi mai in una solarità scontata o in un dolore unidimensionale.

    «Ho voluto raccontare l’amore come custodia dell’altro — dichiara —. Severus Piton è un personaggio che accetta di farsi odiare dal mondo intero per onorare una promessa, per tutelare ciò che rimane di un sentimento. Viviamo un tempo in cui ci viene chiesto di essere sempre “vincenti” e di “andare avanti” a ogni costo; io ho sentito il bisogno di cantare chi, invece, accetta di rimanere un passo indietro pur di non smettere di guardare il mare per qualcuno. In questo brano, Lily rappresenta quel luogo sicuro dove non serve fingere, dove la propria vulnerabilità non è una colpa, un difetto, ma un punto di contatto.»

    Il brano si sviluppa sul costante conflitto tra il desiderio di esserci («Se cadi ti prendo, se ritardi ti attendo») e la consapevolezza della propria imperfezione («Faccio solo casini»). Non c’è traccia di quella compiutezza patinata tipica della narrazione social; c’è invece il riconoscimento di un amore che “migliora” e riporta “tutto a colori”, non per magia, ma per la semplice presenza di uno sguardo che sa vedere oltre le maschere.

    Tuttavia, ridurre “Severus e Lily” a una ballad romantica sarebbe approssimativo. Il lavoro di Lara Serrano prosegue quel percorso di ricerca già tracciato con l’album “Parole Sciolte”, dove la musica funge da dispositivo di decodifica della realtà, interiore e circostante. Qui, la cantautrice suggerisce che l’intimità è l’unica condizione necessaria per ritrovare il sonno e la fiducia in un mondo da cui, altrimenti, si vorrebbe solo fuggire.

    Da tale premessa prende forma un pensiero che si annida in quella che potremmo definire “Generazione Piton”: un sottile filo rosso che lega la letteratura di genere alla sensibilità dei ventenni di oggi, accomunati dalla ricerca di modelli di appartenenza che vadano oltre il possesso. È uno spaccato di giovinezza stanca dell’usa-e-getta emozionale, che nel “Sempre” di Severus ritrova una metrica per i propri sentimenti. Trasformando questo archetipo in canzone, Lara Serrano riabilita una figura spesso vittima di letture superficiali. Piton non è l’amante respinto che si trattiene nel passato, ma l’incarnazione della devozione come scelta solitaria, un antieroe dell’ombra che accetta il disprezzo del mondo pur di restare coerente a una promessa. Questa conversione, intercetta il bisogno di una libertà rara: quella di restare fedeli a un legame, e quindi a sé stessi, anche quando non è più funzionale, né socialmente premiante.

    «Spesso cerchiamo qualcuno che ci salvi da noi stessi— conclude l’artista —, ma la verità è che abbiamo solo bisogno di qualcuno che ci veda davvero, senza chiederci di cambiare. Severus resta lì, nell’ombra, ad osservare il mare, a guardare “in là”. È quella fedeltà a un ideale che oggi mi sembra l’unica vera forma di ribellione possibile.»

    Con “Severus e Lily”, Lara Serrano conferisce nuova dignità alla permanenza. In un’epoca che ci vuole pronti a sostituire ogni cosa non appena smette di funzionare, lei ci ricorda che restare ad aspettare in un bar, con le scarpe rotte e un cuore d’altri tempi, è ancora la scelta più coraggiosa che si possa compiere.