Nel 2025 il brazilian funk è cresciuto del 36% tra i generi capaci di superare i 50 milioni di dollari in royalties su Spotify. Abbattuti i confini geografici e linguistici, questo suono è penetrato nelle produzioni pop e urban internazionali, esportando fuori dal Sudamerica una cultura nata nelle favelas di Rio de Janeiro e ridefinita dall’asfalto di San Paolo. Per Dubrazil, tuttavia, la spinta di questo fenomeno globale non rappresenta un trend passeggero da intercettare a favore di algoritmo. È, semplicemente, la sua storia.
Dopo aver convinto pubblico e critica nella prima edizione di “Nuova Scena” – il rap show di Netflix che l’ha vista confrontarsi con Fabri Fibra, Geolier e Rose Villain – e dopo la palestra espressiva all’interno del collettivo 02TM, l’artista italo-brasiliana inaugura la propria traiettoria solista con “Dudu” (Orangle Records/mgmt Jake La Furia & MAVE MGMT). Prodotto da keyoshin e Fato W, il singolo anticipa il primo EP, atteso nei prossimi mesi.
Dubrazil è il nome che Martina Vedani ha scelto per racchiudere le due coordinate della propria storia: il Brasile delle origini e l’Italia in cui è cresciuta e si è formata musicalmente. Con “Dudu”, le due anime del suo percorso trovano per la prima volta una forma musicale pienamente compiuta. Il brano prende forma due anni fa in studio da un’intuizione: prima ancora di strutturare il beat, la voce dell’artista è stata sezionata e campionata, trasformandosi nella spina dorsale della produzione. La voce genera il ritmo, il nome lo scandisce. Nel ritornello, infatti, la ripetizione ossessiva di «Du-du-du-DuBrazil» perde la funzione puramente semantica e assume un valore percussivo, una firma che rende superflua qualsiasi presentazione. Il Brasile non è stato aggiunto al brano per caratterizzarlo; in “Dudu” c’era già, con i suoi colori, i suoi accenti e le sue contraddizioni. Perché inciso nella storia di chi lo canta.

Italiano e portoghese convivono senza gerarchie e senza traduzioni: «garota», «cuidado», «tenho um gringo», «adeus» entrano nelle barre con la naturalezza di parole appartenenti allo stesso vocabolario quotidiano, non come richiami inseriti per sottolinearne le origini. Dubrazil, anziché alternare due lingue per rivendicare la doppia appartenenza, le tiene nello stesso respiro, lasciando che siano il suono, la cadenza e il significato a decidere quale utilizzare. Le radici brasiliane, così, non restano confinate nel suo racconto biografico, ma si fanno strada nella metrica e nell’andamento stesso della traccia.
«“Dudu” – dichiara – è il pezzo in cui ho smesso di tenere separate le mie due parti. Non volevo fare un pezzo funk soltanto perché oggi quel suono sta crescendo. Volevo far sentire il modo in cui parlo, reagisco e vivo la musica. Il portoghese arriva quando deve arrivare, il rap rimane la mia casa e il mio nome, nel ritornello, diventa quasi un colpo di batteria. Questa canzone dice chi sono senza chiedermi di scegliere da quale parte stare.»
La stessa urgenza espressiva attraversa il videoclip ufficiale, presentato in anteprima nazionale su Sky TG24 e realizzato a Milano all’interno della comunità brasiliana locale, durante gli ottavi di finale della nazionale di calcio. La telecamera, lontana dal set, si immerge in un rituale già esistente fatto di cori, bandiere e unione. Milano diventa così lo scenario in cui le due anime del progetto si sovrappongono: metropoli dell’urban nazionale e sede di una diaspora che conserva intatta la propria appartenenza. Il video mette in luce un’identità transculturale che può abitare contemporaneamente territori diversi senza risultare incompleta in nessuno di essi.
Il passaggio televisivo ha mostrato l’attitudine e la presenza scenica di Dubrazil; l’esperienza con 02TM ne ha affilato la tecnica; ora, “Dudu”, segna il suo primo capitolo interamente autonomo in cui il brazilian funk è la matrice e il rap linguaggio. In una fase in cui il Brazilian funk sta raggiungendo un pubblico sempre più ampio, Dubrazil apre il proprio percorso solista partendo da una cultura che non ha dovuto cercare né adottare. Perché, nel suo caso, il Brasile non è una destinazione, ma parte della sua cifra espressiva.
